Governare il futuro. Twitter: abbiamo promosso più i contenuti di destra ma non sappiamo perché

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Twitter, nei giorni scorsi, ha messo nero su bianco di aver accertato che i suoi algoritmi hanno promosso e proposto ai suoi milioni di utenti in giro per il mondo più contenuti di destra che di sinistra.

La malattia, dunque, è certa, la diagnosi no e la cura, di conseguenza lontana a venire.

Su sette Paesi – UK, USA, Canada, Francia, Germania, Spagna e Giappone – presi in esame, in sei, i nostri algoritmi hanno proposto ai nostri utenti più di frequente contenuti di destra che di sinistra.

L’eccezione è la Germania dove questo non sembrerebbe essere accaduto.

Non è un’illazione, un dubbio, un sospetto, né sono le rivelazioni una gola profonda ma è direttamente Twitter, in un esercizio di trasparenza di per sé apprezzabile, a parlare.

E l’esercizio si spinge oltre perché la società dell’uccellino cinguettante dice in modo egualmente trasparente che non sa perché questo sia avvenuto e aggiunge che, naturalmente approfondirà e, anzi, si dichiara disponibile a fornire i dati della ricerca che l’ha portata a questa conclusione anche a terzi qualificati che volessero approfondire la questione.

Tanto per intenderci quello che Twitter dice è che se i suoi algoritmi non avessero governato i cinguettii che ciascuno di noi si vede proporre nel corso della giornata quando accede a Twitter utilizzando gli algoritmi e avesse lasciato semplicemente, alla vecchia maniera, che i cinguettii ci apparissero in ordine cronologico, ci saremmo ritrovati a leggere una quantità sensibilmente inferiore di contenuti pro-destra.

Ecco un esempio per capirci di più.

I ricercatori di Twitter scrivono che in una scala nella quale una percentuale dello 0% significa che un contenuto è stato promosso esattamente quanto lo sarebbe stato senza alcun intervento artificiale mentre una percentuale del 100% indica che la diffusione di un contenuto è stata artificialmente raddoppiata, in Canada, tanto per fare un esempio, i contenuti dei Liberali hanno ottenuto una percentuale del 43% mentre quelli dei Conservatori una percentuale del 167% o, per fare un altro esempio, in UK i contenuti di sinistra hanno raggiunto una percentuale del 112% mentre quelli di destra del 176%.

Ma quello che lo studio non dice e Twitter non sa è, appunto, perché questo sia accaduto non trattandosi – almeno secondo la ricerca – di un risultato voluto o perseguito in alcun modo.

C’è insomma una qualche ragione per la quale gli algoritmi di Twitter hanno prodotto questo risultato ma va scoperta.

I fatti – e tali sono quelli raccontati sin qui – suggeriscono due considerazioni non di poco conto.

La prima.

Twitter, naturalmente, ci propone alcuni contenuti più di altri perché i suoi algoritmi ritengono – semplificando una questione assai più complicata di così – che ci interessino o stimolino più di altri sulla base di quello che la società sa o pensa di sapere di noi o per dirla diversamente sulla base del nostro profilo utente.

Ora disciplina europea sulla privacy alla mano la logica della profilazione cui ogni titolare sottopone un interessato andrebbe resa nota a quest’ultimo.

E qui la domanda sorge spontanea: se neppure Twitter sa perché ha proposto taluni contenuti più di altri a milioni di propri utenti come avrebbe potuto e potrebbe raccontare a questi ultimi la logica alla base della loro profilazione?

La seconda.

Gli algoritmi in questione sono, più o meno, quelle stesse intelligenze artificiali alle quali Twitter – ma naturalmente non solo Twitter – affidano buona parte dell’attività di moderazione dei contenuti online ovvero il compito di diminuire il pubblico di taluni contenuti ritenuti inopportuni o di dubbia legittimità e lasciar correre normalmente degli altri.

Ma se, come sembra raccontare la ricerca pubblicata da Twitter, gli algoritmi in questione hanno un qualche bias a bordo, come si può accettare che la libertà di ciascuno di noi di twittare quello che pensa e raggiungere un pubblico più o meno ampio sia condizionata da processi ancora tanto imperfetti?

E attenzione perché oggi, naturalmente, parliamo di Twitter perché Twitter ha fatto un passo nella direzione della trasparenza ma non ci sono grandi motivi per pensare che bias analoghi non siano presenti anche negli algoritmi utilizzati dagli altri social network.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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