Governare il futuro. Twitter, sopprimere l’anonimato online non risolve

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È interessante e merita di essere seguito il confronto tra il Governo australiano e Twitter perché tocca una questione della quale ciclicamente si discute da anni.

Obbligare i gestori delle grandi piattaforme di social network a identificare gli utenti varrebbe a rendere l’ecosistema digitale un posto migliore?

Nelle scorse settimane il Premier australiano Scott Morrison aveva usato parole molto dure in relazione all’anonimato online garantito dai gestori delle grandi piattaforme di condivisione contenuti come Twitter imputando proprio all’anonimato la circostanza che, online, chiunque si sente in diritto di offendere chiunque altro con una ragionevole certezza di impunità.

“I gestori delle piattaforme dovrebbero identificare i loro utenti – aveva detto Morrison – e quelli che non lo fanno dovrebbero essere considerati editori e, semplicemente, considerati responsabili di tutti i contenuti pubblicati dai loro utenti”.

Nei giorni scorsi è arrivata la risposta di Twitter, per bocca della responsabile delle policy per l’Australia e la Nuova Zelanda.

“Eliminare l’anonimato online renderebbe meno liberi – in termini di libertà di espressione – i soggetti vulnerabili e non risolverebbe i problemi degli abusi che si consumano online”.

E a sostegno della sua tesi ha proposto un paio di esempi che vale la pena tener presenti quando si affronta la questione.

La Corea del Sud, nel 2004, ha provato a battere la strada dell’obbligo di identificazione di tutti gli utenti delle piattaforme di condivisione di contenuti digitali ma, nel 2012, è tornata sui propri passi perché si è dovuto prendere atto dell’assenza di qualsiasi prova scientifica che la regola avesse prodotto anche semplicemente una diminuzione dei casi di abuso della libertà di parola.

Mentre, al contrario, era pacifico che avesse compresso il diritto alla privacy di milioni di persone e spinto decine di migliaia o, forse, centinaia di migliaia di persone a non condividere fatti, denunce e opinioni per paura delle conseguenze.

Senza dire che obbligare i gestori delle piattaforme a identificare i loro milioni, talvolta miliardi di utenti potrebbe voler dire – come accaduto proprio in Corea - creare enormi database contenenti informazioni di straordinario valore che potrebbero formare oggetto di aggressioni e violazioni della privacy.

E poi un altro esempio tratto da uno studio condotto dalla stessa Twitter in occasione dei mondiali in Inghilterra.

La ricerca ha evidenziato che il 99% degli utenti di Twitter coinvolti negli episodi di pubblicazione di contenuti razzisti all’indirizzo dei giocatori inglesi, non ha agito in forma anonima ma mettendoci nome, cognome e la faccia.

Qualche dubbio sulla circostanza che cancellare l’anonimato sia la panacea dei mali del web, in effetti, sembra legittimo e, anzi, sembra lecito persino pensare che si tratterebbe di una cura peggiore del male.

E ne è convinto anche l’ex Relatore speciale delle Nazioni unite per la libertà di informazione David Kaye secondo il quale l’anonimato è stato storicamente uno straordinario strumento di libertà individuale e la sua eliminazione produrrebbe danni enormi alle persone e alla società.

Il problema e, anzi, i problemi, insomma esistono ma cancellare dall’ecosistema digitale l’anonimato non sembra la strada giusta da percorrere per risolverli.

Vale, forse, la pena di mettere da parte l’idea e lavorare a forme di anonimato protetto che garantiscano un più solido bilanciamento tra privacy, libertà di parola e esigenza di reprimere abusi, violenze verbali e illeciti online.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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