Lockdown de relato

(Photo: Reuters)

“Fino a fine mese dobbiamo continuare così”. Giuseppe Conte comunica la sua decisione alle parti sociali convocate in videoconferenza. Indica una data, quella del 3 maggio, come prima data possibile di un allentamento sensibile delle misure di restrizione sociale. A dare l’annuncio, ufficioso, sono fonti sindacali, una volta finito l’incontro. Il premier si è infilato in una lose-lose situation: ha preferito non annunciare un dpcm per non correre il rischio che venisse pubblicato quarantotto o settantadue ore dopo la conferenza stampa, attirando critiche sull’incertezza in cui avrebbe lasciato il paese. Paese che comunque è stato lasciato nell’incertezza, dalle notizie filtrate comunque a metà pomeriggio. Senza che tuttavia da Palazzo Chigi sia uscita una parola in merito. Una confusione che sembra essere diventata metodo.

Sono le 16, ed il premier è dietro la sua scrivania a Palazzo Chigi. Nello schermo di fronte a lui appaiono i volti dei segretari dei sindacati confederali Landini, Furlan e Barbagallo, del presidente della Confindustria Boccia, oltre a quelli di Casasco di Confapi, De Luise di Reteimprese, Lusetti e Gardini di Alleanza Cooperative e di Agnelli di Confimi. Il premier lancia l’ennesimo appello all’unità, ai denti stretti in una fase di grande difficoltà. E chiude le porte a qualunque accelerazione sulle riaperture. Il massimo a cui si spinge è la conferma che verrà fatto “qualche piccolo ritocco” ai codici Ateco dopo Pasqua. Alcune filiere di supporto a quelle alimentare e del farmaco, prodotti per la manutenzione dei macchinari industriali, cartolerie, diventate improvvisamente latrici di beni di prima necessità. Ma per tutto aprile, primo maggio compreso, nella loro complessità le cose rimarranno così come abbiamo imparato a conoscerle fino ad oggi.

É solo uno dei tasselli di una giornata infinita per il presidente del Consiglio. Che aveva accarezzato nella mattinata l’idea di poter annunciare il prolungamento già da stasera. Almeno questa era una delle ipotesi emersa nell’incontro con i capi delegazione. Idea poi tramontata nell’ultima videoconferenza serale, quando sul video tra gli altri si sono palesati i presidenti Bonaccini, Musumeci, Fontana, e alcuni fra i sindaci delle città più importanti, dal presidente dell’Anci Decaro alla prima cittadina di Roma Virginia Raggi. Discussioni sulla tecnicalità del decreto, su regole d’ingaggio e date comuni che non ha trovato un punto di caduta. E ha richiesto un surplus di confronto tra il presidente e i ministri anche una volta sciolta la riunione.

“Ci ha convocati per illustrarci la situazione e crearsi un alibi”, commenta uno dei partecipanti al tavolo con imprenditori e rappresentanti dei lavoratori. Un piccolo accenno di polemica post-incontro, perché nel corso della videoconferenza nessuno si è sentito alzare barricate. A partire dal presidente di Confindustria. “Capiamo il momento e gli sforzi e i sacrifici che tutti stiamo facendo - ha spiegato Boccia - non stiamo qui di certo a fare una trattativa sindacale su un codice Ateco in più o in meno”. Il capo degli industriali ha tuttavia sollevato la necessità di coniugare le ragioni della salute con quelle dell’economia, pur trovandosi di fronte a una decisione già assunta. “L’annuncio - racconta una fonte di governo - potrebbe riguardare solo le due settimane dopo Pasqua, per contemperare gli effetti psicologici della chiusura, ma per tutto aprile rimaniamo come ora”. Un orizzonte temporale che risponde alle preoccupazioni di alcuni dei presenti: “Ho spiegato che ci rendiamo tutti perfettamente conto che è difficile la scelta - spiega Paolo Agnelli di Confimi - Ma ho anche detto che la politica deve assumersi l’onere di dare date, indirizzi precisi. Dall’estero ci chiedono quando apriamo, e noi non possiamo rispondere nulla di certo. Così perdiamo commesse e credibilità”.

Anche per venire incontro a queste spinte Conte ha annunciato la prossima creazione di un comitato economico-industriale, che al pari di quello tecnico-scientifico lavori alla costruzione dei meccanismi per la riapertura. Uno dei temi emersi è quello della mobilità. Come trasferire lavoratori e operai nei grandi stabilimenti senza che comporti un rischio per la loro incolumità e per quella del prossimo? Si studiano mezzi pubblici che possano servire a decongestionare da affollamenti metro e autobus, ma è solo un primo tassello di un’operazione che ha un mese di tempo per essere studiata e perfezionata. Una fase di transizione nella quale i sindacati hanno chiesto una messa a punto dei protocolli di sicurezza che garantiscono la salute dei lavoratori. E’ stato Landini in particolare a porre il tasto sulle deroghe concesse dai prefetti alla riapertura dei cancelli. “É vero, ce ne sono state a macchia di leopardo, non ci si capisce nulla”, conviene uno degli industriali presenti al tavolo. Un appello, quello del segretario della Cgil, affinché le disposizioni delle prefetture vengano concertate con i sindacati, e affinché non si trasformino in delle precettazioni di fatto. Il tutto in un quadro generale già stabilito: almeno fino al 3 maggio si discuterà di dettagli ed eccezioni. Solo dopo si ripartirà. Il come lo si capirà nelle prossime settimane.

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