In Gran Bretagna è cominciato il processo a Jeremy Corbyn

roberto brunelli

Jeremy Corbyn è "molto triste" per il risultato delle elezioni britanniche, per il trionfo di Boris Johnson, per il crollo dei laburisti, per la sconfessione di tutta la sua tattica elettorale. Il leader del Labour ha annunciato che non sarà più lui a guidare il partito, anche se per le dimissioni vere e proprie bisognerà aspettare "l'inizio del prossimo anno", ossia fino a quando non sarà scelto il suo successore.

"Non credo che le mie politiche fossero invotabili", ha detto oggi Jeremy "il rosso", il problema è che "ha dominato la Brexit". Ma le dimensioni della debacle laburista sono molto più ampie. In qualche modo le sintetizza la deputata Lisa Nandy, ministro 'ombra' per l'energia ed il clima: "Gli elettori ci hanno detto che non siamo stati in grado di ascoltarli". Anche nelle tradizionali roccaforti laburiste, "le persone che avevano votato per la Brexit sono state trattate come stupide o razziste, o come gente che non capiva la questione".

In altre parole, il Labour ha perso il contatto con buona parte della base. "Le decisioni dei laburisti sono state prese da persone che sono molto, molto lontane dalla realtà di chi dovrebbero rappresentare", aggiunge Nandy, il cui nome ad un certo punto era stato ipotizzato per la leadership del partito. In effetti, una sconfitta così cocente non se l'aspettava nessuno. Il Labour ha messo a segno il suo peggior risultato da molti decenni, la rimonta degli ultimi giorni di campagna elettorale evidentemente è stata solo una chimera.

La caccia al colpevole è iniziata già pochi minuti dopo l'annuncio degli exit poll: al centro di tutto c'è ovviamente Corbyn, accusato di aver sbagliato temi, di non essere riuscito a uscire con limpidezza dalle accuse di antisemitismo rivolte al partito, di aver proposto un'agenda troppo 'radicale', di aver sottovalutato i tanti che nel suo stesso campo avevano scelto la Brexit, ponendosi nei confronti della 'madre di tutti i temi' in modo erratico e poco convincente. Tutto incoronato dall'hashtag uscito questa stessa notte tra gli stessi laburisti, "Corbynout".

Ma come sottolinea anche l'analisi di YouTrend, il quadro assume ben altri connotati guardando i flussi e la mappa elettorale: la crescita dei Tory a discapito del Labour "è avvenuto principalmente nei collegi in cui aveva vinto il Leave: il Labour ha perso un terzo dei suoi collegi pro-Brexit, mentre ha tenuto quasi il 90% di quelli dove aveva vinto il Remain. Se concentriamo solo l'attenzione sui collegi laburisti del 2017 in cui il Leave ha vinto con più del 65% le perdite sono ancora più pesanti, con circa la metà di questi seggi che passa ai Conservatori".

Non solo: le emorragie di voti sono state particolarmente pesanti nelle aree tradizionalmente più a sinistra del Paese, ossia nell'Inghilterra del nord, il cosiddetto "Heartland", dove moltissime roccaforti del Labour sono state espugnate. I fedelissimi ricordano la campagna mediatica molto aggressiva nei confronti del loro leader, ma non solo pochi quelli che oggi tornano a rinfacciargli che proprio sulla Brexit Corbyn non sia riuscito a mantenere un profilo chiaro. Nè, ovviamente, ha potuto monetizzare politicamente l'immagine dell'"outsider" che tanta fortuna gli aveva portato alle elezioni del 2017.

Altri tornano a puntare il dito sul tema Brexit: "La scelta di puntare su un secondo referendum è stato visto da molti elettori come la prova del fatto che il Labour non volesse rispettare la scelta democratica compiuta dai britannici nel 2016", commenta un militante di Newcastle. "Una seconda consultazione viene vista anche dai brexiteers laburisti come il tentativo della 'elite londinese' di negargli la loro vittoria. Il vertice del partito ha sottovalutato il grado di sfiducia che c'è tra la gente".

A quanto afferma invece la Bbc in un'analisi a caldo dopo il voto, "il legame tra il Labour e la sua base tradizionale nella classe lavoratrice è gravemente strapazzata". Anche molte di quelle zone dopo il declino dell'industria e delle miniere sembrano prevalentemente abbandonate a se stesse. Nei telegiornali britannici molti fanno l'esempio di Bolsover, nel Derbyshire, dove l'ex minatore Dennis Skinner (detto "la bestia di Bolsover") stato battuto dopo quasi 50 anni da deputati dal suo sfidante Tory.

Un'altra sconfitta bruciante è quella di Blyth Valley, un'ex zona di minatori nel nord-est, dove per la prima volta è stato eletto un Tory. "Una cesura", commenta il Guardian. Idem nel collegio Don Valley, nel South Yorkshire, dove ha vinto per la prima volta un conservatore dal 1922. Lo stesso a Bishop Auckland: pure qui è stato un Tory a vincere. Era la prima volta in 134 anni.