Berlusconi, Salvini, Meloni: grandi fanfare e piccole manovre

Alessandro De Angelis
·ViceDirettore
·2 minuto per la lettura
Ansa (Photo: Ansa)
Ansa (Photo: Ansa)

Detta così, suona bene: il Parlamento vota all’unanimità, maggioranza e opposizione, centrosinistra e centrodestra, il famoso scostamento di Bilancio, una settimana dopo l’appello di Mattarella. Voto che riguarda ulteriori otto miliardi di deficit, dopo gli oltre cento già spesi. E diventato, per il gioco politico attorno con un’enfasi francamente spropositata, più atteso dell’ingresso nell’Euro. E allora: l’analisi, prima suonare la fanfare dell’unità nazionale, di scegliere gli aggettivi, di attribuire medaglie.

L’analisi è, banalmente, nella cronaca di un gioco tutto tattico, più furbo che solenne. Alle 17,00 di ieri i leader del centrodestra si vedono via zoom, concordano che la posizione è comune e (idea brillante di Giorgia Meloni, capirete perché) decidono di metterla nero su bianco; in quel momento la posizione è di “astensione”. Alle 22 di ieri sera, Silvio Berlusconi che il giorno prima era per il sì, poi aveva cambiato idea, la ricambia di nuovo perché Letta e Brunetta hanno la solita tenacia, e ordina di votare sì, a prescindere da quel che fanno Salvini, la Meloni, a prescindere anche dalle conseguenze sui gruppi parlamentari in termini di abbandoni. Posizione fatta trapelare la mattina alle agenzie, con tanto di frasi “gli altri facciano quel vogliono”.

Sta per andare tutto all’aria (immaginate voi gli epiteti pronunciati in privato da Salvini): centrodestra e Forza Italia. Se non è successo il merito va dato solo a Giorgia Meloni, l’unica non ottenebrata da una competizione testosteronica. La mossa suona così: “Sapete che c’è? Votiamo tutti sì, così vi rompo il gioco. A Silvio e alla sinistra, che voleva incassare la rottura del centrodestra”. A brigante, brigante e mezzo, con surreale precisazione di Berlusconi che quelle cose...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.