Great resignation: il fenomeno delle dimissioni di massa e i rischi per i dati aziendali

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Lavoro flessibile e lavoratori fluidi: tra le eredità della pandemia oltre allo smart working c’è stato anche un aumento del turnover, positivo dal punto di vista del mercato del lavoro ma che comporta nuove sfide per gli addetti IT delle aziende soprattutto per quanto riguarda la sicurezza. Code42, società di Minneapolis di software per la sicurezza informatica specializzata nella gestione dei rischi interni ha pubblicato il suo Data Exposure Report 2021 che evidenzia il cambiamento dei comportamenti dei dipendenti e l’aumento dei pericoli per le aziende. I dati sono stati ottenuti analizzando in forma anonima i dati relativi all’insider risk, e cioè il rischio per la sicurezza che un’azienda affronta da minacce interne, di 700mila device aziendali. Secondo quanto rilevato dal report, mettendo a paragone la prima metà del 2020 con lo stesso periodo del 2021, c’è stato un aumento del 40% di “eventi di esposizione dei dati”, e un aumento del 61% mettendo a paragone l'ultimo trimestre col precedente.

Stando al report di Code42, gli impiegati oggi hanno l’85% di probabilità in più di far fuoriuscire file di quanto non be avessero nell’epoca pre Covid. Oltre la metà delle aziende (il 54%) non ha un piano di risposta e il 40% non sa quanto siano effettive le tecnologie in possesso nel mitigare i rischi effettivi. “Sembra esserci una correlazione diretta tra dimissioni, impiegati in uscita, ed eventi di esposizione dei dati” spiegano da Code42, con il CEO Joe Payne che commenta: “Il primo indicatore di una possibile fuga di dati è quando un dipendente sta pianificando di lasciare l’azienda”. Un evento sempre più comune in questo periodo, soprattutto negli Stati Uniti, dove al fenomeno è stato dato anche un nome “Great resignation”, e cioè dimissioni di massa. Uno strano paradosso emerso nell’economia della ripartenza: milioni di lavoratori che lasciano volontariamente il posto di lavoro, mentre in parallelo altri milioni quel posto lo hanno perso a causa della pandemia.

Molti lavoratori a un passo dalla pensione, che le aziende non pensavano di dover sostituire se non fra qualche anno, hanno approfittato degli incentivi economici stanziati a livello federale come aiuti per la ripresa post-covid per anticipare l’uscita dal mondo del lavoro, anche spinti da preoccupazioni per la propria salute. Gli stessi incentivi che hanno spinto molti a cercare condizioni di impiego più favorevoli, in settori che hanno goduto del sostegno statale e che offrono salari più alti. Ma anche il burnout del lavoro da casa - il “finto smartworking” poco smart, senza orari né pause - ha spinto una fetta di impiegati a cercare altrove, così come altri invece hanno scelto di dimettersi arrabbiati per lo scarso rispetto di diritti e norme di sicurezza d parte dei datori di lavoro.

I numeri negli Stati Uniti parlano di un record di 4 milioni di dimissioni volontarie in aprile, numero che resta stabile mese dopo mese aumentando in modo vertiginoso il turnover e di conseguenza anche il rischio che un dipendente, lasciando il posto di lavoro, porti con sè dati sensibili. Un altro fattore che aumenta il pericolo è la portabilità dei dati stessi: dalle chiavette USB al cloud, fino all’uso condivido di Chrome in azienda. Tra i dati più a rischio codici sorgente, liste di nomi e contatti, domande di brevetti ancora non depositate. E in parallelo anche il lavoro ibrido, che permette di alternare il lavoro da casa e quello in ufficio, espone i dati a fughe accidentali, e rende necessario rafforzare i sistemi di sicurezza e restringere i criteri di accesso dei dipendenti a file e documenti, limitando i rischi dati dalla portabilità e dall’uso massiccio di cloud.

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