Green Pass: Cacciari e Meloni, così lontani così vicini

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Massimo Cacciari e Giorgia Meloni (Photo: HuffPost)
Massimo Cacciari e Giorgia Meloni (Photo: HuffPost)

Che cosa hanno in comune Massimo Cacciari e Giorgia Meloni? Se rispondessi che entrambi osteggiano il green pass e paventano una «dittatura sanitaria», offenderei la loro intelligenza, e forse anche la mia. Non è la convergenza su una singola misura che autorizzi a considerarli parte di una stessa matrice culturale. Eppure un cambiamento quasi antropologico, per la radicalità con cui modifica la loro identità pubblica, li coinvolge allo stesso modo. E racconta il nostro tempo.

Cacciari è stato per oltre due decenni uno dei riferimenti di una sinistra illuminata, che prova a sottrarre la densità del pensiero a una tentazione ideologica e si misura con la concretezza del governo. Ancora tre anni fa, in un applaudito intervento all’assemblea del Pd, il filosofo veneziano ricordava, contro la suggestione populista di sterilizzare il potere, che in democrazia il potere si riconosce, si dichiara e si divide. Oggi invece, insieme al più accademicamente famoso collega Giorgio Agamben, paventa un potere monolitico che con il terrorismo sanitario attenta alle nostre vite. E contro quel potere, che Massimo Adinolfi su Huffington vede tratto da un paradigma teologico, si produce in una sfida donchisciottesca, condotta nei talk con una veemenza provocatoria e caricaturale.

Non meno decisiva è, a ben guardare, la svolta di Giorgia Meloni. La racconta Alessandro Campi sul Mattino, nel passaggio dallo statalismo missino, tutto legge, ordine e disciplina, alla vena anarco-libertaria e ultra-individualista del radicalismo conservatore americano. Nella protesta inscenata in Parlamento dai deputati di Fratelli d’Italia, c’è un tratto che rimanda a un’estetica antisistema. Bisogna rivederlo il video che ritrae il deputato Federico Mollicone, in fuga come un ladro o un attentatore tra i commessi della Camera che provano a placcarlo, mentre i volantini contro il green pass volano per aria. Ricorda Alessandro Di Battista nella guerriglia di qualche anno fa contro l’Italicum. Perché entrambi occupano e profanano un luogo simbolico che pure gli è proprio, in quanto parlamentari eletti, ma che sentono il bisogno di dichiarare estraneo, come simbolo di un potere che coinvolge tutti gli altri da sé, e perciò si disconosce in blocco. Eppure Giorgia Meloni guida nei sondaggi il primo partito di un centrodestra che avrebbe i numeri per governare da solo. Dove sta, le chiede allora Alessandro Campi, il guadagno politico di metterti alla guida della protesta contro lo Stato gendarme, accusato di comprimere la libertà di scelta e di movimento dei cittadini, quando nemmeno i tuoi elettori più fedeli ti seguono lungo questa strada?

La deriva culturale di Cacciari può dare qualche risposta al quesito. Il filosofo veneziano incarna uno stereotipo del nostro tempo che definirei, prendendo in prestito il titolo di un libro di Franco Cardini, intellettuale disorganico. Racconta la condizione del pensatore uscito dal recinto dei corpi intermedi culturali e politici in cui è storicamente cresciuto, cioè fuori da quelle infrastrutture capaci di bilanciare il sapere più o meno allo stesso modo con cui la democrazia bilancia il potere. Perduto il riconoscimento e il contenimento delle disciolte appartenenze, cede all’egolatria del consenso mediatico, l’unico che può saziare il suo bisogno di conferma, e lo persegue coltivando una tentazione apocalittica. La sua traiettoria intellettuale racconta in parallelo il volo radente di una sinistra che si stacca dall’ideologia, inseguendo il riformismo, e precipita nel populismo. Così Cacciari si scopre insieme un anarchico come Agamben, specializzato nella divina arte della confutazione, e una macchietta televisiva come uno dei tanti aspiranti premier, delusi dalla vita, che girano la sera tra un talk e l’altro.

Il segno di questa condizione esistenziale, che è anche una patologia dello spirito, si esprime nel mettere l’intuizione razionale al servizio dell’iperbole. Allo scoppiare della pandemia, l’intellettuale disorganico intuisce prima degli altri che le democrazie rischiano di sviluppare anticorpi che, anziché dirigersi contro il virus, possono farle regredire come effetto di una reazione autoimmune fuori controllo. Intravede questo rischio nei Dpcm che amputano il controllo parlamentare, in alcune misure irragionevoli del lockdown, in un moralismo dilagante che le accompagna e che tende a ridurre la vita dei cittadini alla dimensione biologica. Non sbaglia a denunciare queste contraddizioni. Sbaglia clamorosamente nel confondere, fino a equiparare, le democrazie con i regimi.

È in questo deficit di misura il suo tragico errore. Perché si può difendere il diritto a non vaccinarsi, e si può anche segnalare il rischio che la privacy soggiaccia alle esigenze del controllo sanitario, ma non si può sostenere un parallelo tra le misure dei governi occidentali, e del governo Draghi tra questi, e le leggi razziali contro gli ebrei. Questo scarto mancato colloca l’intuizione razionale dell’intellettuale oltre la realtà e ne fa un’iperbole, perché la consegna all’illimitata amplificazione del mondo aspaziale delle idee. Senonché il paradosso del pensiero iperbolico è quello di cadere nella decontestualizzazione tipica della cultura tecnologica, alla quale pure si contrappone. Cioè di avere lo stesso approdo della disintermediazione rivendicata dal neofita grillino, che rimonta nel suo puzzle soggettivo tessere di storia trovate sulla rete, e si convince che Auschwitz e Palazzo Chigi sono la medesima cosa. Ciò accade perché l’iperbole, prima di essere un difetto di misura, è un eccesso di tecnica del pensiero.

Sul piano politico questo fenomeno ha conseguenze rilevanti. Se il ruolo dell’intellettuale organico, nel disegno di Antonio Gramsci che ne tratteggiò la figura, serviva per costruire e preservare un’egemonia culturale, quello dell’intellettuale disorganico al più codifica identità e culture di minoranza, che mai saranno capaci di governare. È questa la consonanza tra Cacciari e Meloni: entrambi cedono alla tentazione di ridefinirsi nella vertigine dell’iperbole, e nel riverbero mediatico che scatena, al prezzo di un’immane semplificazione culturale. La stessa semplificazione che consegna il green pass all’armamentario tecnico della sorveglianza totalitaria, ignorando che invece ogni limite, vincolo, divieto si distingue in base alla coerenza, ragionevolezza, proporzionalità rispetto al contesto, e alla compatibilità con i diritti che la Costituzione riconosce e tutela.

Dopo aver sconfitto la prima avanzata del virus con lo strumento onerosissimo del lockdown, possiamo oggi recuperare una parte della libertà perduta, mettendo a profitto lo spazio di immunità relativa garantito dai vaccini. Il fatto che il loro ombrello sia parziale, che cioè ciascuno di noi sia protetto al 70 per cento dal contagio, dimostra il contrario di quanto sostenuto da Cacciari: dimostra cioè che è legittimo riservare negli spazi pubblici il contatto a chi è fornito della parziale copertura, escludendo chi rappresenti per gli altri un pericolo troppo alto. Lo hanno capito molti cittadini che, anticipando la codificazione del governo, hanno posto l’esibizione del tampone come condizione per tornare a incontrarsi, a cenare insieme e a festeggiare in casa propria. Allo stesso modo lo hanno compreso commercianti, ristoratori, esercenti di pubblici servizi, in larghissima maggioranza favorevoli al green pass. Saranno loro, e non gli agenti in divisa, i primi a richiedere l’esibizione del titolo, allo stesso modo con cui hanno preteso fin qui l’uso della mascherina. Che questa sia, dopo due anni di lutti, privazioni e isolamento, una strategia di potenziamento della cittadinanza, e non un Panopticon mascherato, è più chiaro a cittadini desiderosi di riprendersi la libertà perduta che a filosofi e politici in evidente crisi di identità.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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