Green pass, una decisione forte che Draghi doveva spiegare

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(Photo: POOL New via Reuters)
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Sceglie di non parlare e di lasciare la scena ai ministri competenti, il presidente del Consiglio, dopo il varo in cdm di un provvedimento spartiacque, perché se non si tratta dell’obbligo vaccinale poco ci manca. È un gigantesco incentivo a farlo: per andare a scuola, lavorare, nel pubblico e nel privato, andare al bar, a ristorante, per il dovere e per il piacere, in sostanza per vivere, serve la carta verde. Né i tamponi calmierati, peraltro fino al 31 dicembre, rappresentano un grande disincentivo rispetto al vaccino anzi – basta fare due calcoli – due tamponi a settimana da 15 euro fa trenta euro, che per un mese fa 120, fatevi voi i conti in una famiglia con due persone che lavorano. Nel bilancio mensile di una famiglia si sente eccome.

Insomma, il provvedimento, il primo così radicale in Europa, è così potente che, come si dice in questi casi, parla da solo. È presumibile che per questa ragione, dicevamo, Draghi abbia scelto di non convocare una conferenza stampa dopo il cdm, diversamente da altre volte, in analoghi momenti di snodo. Forse anche in ossequio all’antico stile del fortiter in re, suaviter in modo, perché aggiungere parole ai fatti avrebbe certamente comportato il rischio di trasformare una prova di forza vinta in un’inutile umiliazione di un partner di governo, Salvini, per cui questo provvedimento rappresenta una franca disfatta.

Tutti ragionamenti comprensibili, come comprensibile però (e anche opportuna) sarebbe stata la scelta opposta di spiegare al paese, in prima persona, le ragioni di una decisione così radicale che comunque impatta sulla sensibilità collettiva. Ragioni scientifiche, sanitarie, politiche e, perché no, filosofiche attorno a una misura che rappresenta comunque un obbligo, e dunque una rinuncia a qualche libertà, sia pur in nome di una libertà maggiore. Non un passaggio ordinario, ma un provvedimento ancora di emergenza, in una fase di emergenza, per combattere l’emergenza.

Ecco, tra la politica come spettacolo alla ricerca di consenso e la voce delle cose, c’è anche una sana pedagogia istituzionale, il cui esercizio è cruciale per la tenuta della coesione sociale in fasi come questa. Che necessita non solo della competenza dei singoli titolari del dossier, ma del “corpo” del leader della sua forza di persuasione, spiegazione, a volte anche ripetizione di ciò che si considera ovvio e assodato. La costruzione cioè di un discorso pubblico sulla missione in nome della quale si impongono obblighi.

Proprio l’esigenza di coesione sociale è parte integrante di questa estensione del Green Pass. Si chiedeva, nel corso del dibattito, il costituzionalista Michele Ainis: “Perché il passeggero e non il conducente? Perché il lavoratore pubblico e non quello privato? Perché l’insegnante sì e il poliziotto no? Insomma, questioni di uguaglianza”. L’estensione progressiva, perseguita fino a un certo punto, conteneva in nuce questo rischio: alimentare, attraverso la parcellizzazione delle misure, potenziali conflitti, prima ancora che politici, nella società italiana. È esattamente la confusione che si verificò ai tempi del lockdown. Ricordate? I runner no, chi cammina sì, la fidanzata, che è congiunta, si può andare a trovare, l’amica, che non è congiunta no. La forza di un provvedimento generalizzato, al contrario, risponde all’esigenza di tenere tutto assieme nell’ambito di un disegno complessivo.

È una grande assunzione di responsabilità politica che, come tutte le grandi scelte, non è costo zero. Salvini è colui che paga un prezzo maggiore. Non è un “una tantum”, ma qualcosa di profondo. Era prevedibile che un governo europeista, scientista, guidato dall’ex presidente della Bce avrebbe rappresentato uno stress test per un partito a vocazione populista, per altro insidiato da una feroce contrapposizione a destra. Il leader della Lega l’ha gestita nel peggiore dei modi: costretto a una scelta di responsabilità, non ha mai costruito attorno all’operazione Draghi una “svolta” e una “revisione strategica”. Nell’inseguire chi a destra, dall’opposizione, è nelle condizioni di urlare più di lui è riuscito nel capolavoro di creare sempre le condizioni di un cedimento. Prima “via Speranza”, e Speranza è sempre lì, in perfetta sintonia col premier, poi “mai il green pass”, ed è arrivato per la scuola, poi “mai per il privato”, ed è arrivato per tutti, ora se la prende con la Lamorgese (e il ministro dell’Interno resterà lì): subisce e cede, e poi di nuovo subisce e cede, con la tenuta del suo partito affidata alla componente di governo, agli antipodi rispetto a lui, interprete del Nord operoso e produttivo pro-vax, pro-Draghi, pro-Pil. Chi l’avrebbe mai detto: il leader della Lega vittima della questione settentrionale. È proprio un tempo straordinario.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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