Green pass, vigilia di passione

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Getty images (Photo: Getty images)
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Il salto di qualità del rischio che il Paese potrebbe correre venerdì, primo giorno del green pass obbligatorio per lavorare, è contenuto nella circolare inviata dal Dipartimento di pubblica sicurezza ai prefetti e ai questori. Gli ingressi delle aziende, ma anche le strade, le ferrovie, i porti e gli aeroporti sono i luoghi fisici di un rischio che va oltre il già delicato “intralcio alla regolarità dei servizi e delle attività produttive”. Oltre i tir fermi e il blocco dei porti. Arriva alle violenze tra gruppi “aderenti a opposti estremismi”, alla riproposizione del fantasma dei disordini di sabato scorso a Roma, culminati con l’assedio alla sede della Cgil. Le manifestazioni dei no pass, i presidi non autorizzati come quello al porto di Trieste, il pressing dei partiti e dei sindacati per abbassare il prezzo dei tamponi, ancora le circolari dei ministeri per precisare e spiegare le regole. Sono tutti elementi di una vigilia di passione, scivolosa, imprevedibile perché imprevedibile è il comportamento di quei tre milioni di lavoratori che non hanno il green pass.

Anche Mario Draghi sa che l’operazione decisa quasi un mese fa non è asettica: ha bisogno della prova di realtà per essere validata. E questa prova è in mano ai lavoratori che non hanno il certificato verde. È una minoranza su una platea di 23 milioni, ma è una minoranza agguerrita. Sono gli irriducibili contrari al vaccino e anche a pagare il tampone. Non è però una minoranza granitica e le oltre 500mila certificazioni rilasciate giovedì, la maggior parte in seguito a tamponi, dicono che più di qualcuno ha cambiato idea. Non è un movimento imponente così come non è un assalto quello alle farmacie, uno dei luoghi dove è più facile fare il test, ma è un movimento. Importante perché smuove la campagna vaccinale, che all’indomani del 21 settembre, quando il Consiglio dei ministri approvò l’obbligo del pass per lavorare, ha registrato un’impennata per poi rientrare in un trend ordinario. Il segnale di fiducia rafforza la linea: nessun cambio dell’ultima ora, neppure sul costo dei tamponi.

Ci sono due immagini che inquadrano bene l’atteggiamento del premier. Quando al mattino riceve nel suo studio a palazzo Chigi i leader di Cgil, Cisl e Uil, dice no alla richiesta di far pagare i tamponi alle imprese e sulla proposta più soft di abbassare il prezzo dei test resta in silenzio. Appunta la richiesta su un taccuino. A sera, quando riunisce la cabina di regia, l’unico momento di confronto della giornata con i partiti di maggioranza, non accenna neppure al tema del green pass. Si parla di cartelle fiscali e di lavoro, il menù del Consiglio dei ministri dell’indomani, altra sfaccettatura di quella linea che ingloba la volontà di non perdere tempo sui provvedimenti che servono al Paese. Quasi come se i controlli dei green pass negli uffici e nelle fabbriche fossero un passaggio formale, al massimo da preservare dai possibili disguidi tecnici delle app e dei tornelli. Ma dietro il silenzio ci sono i ragionamenti e le valutazioni con i suoi collaboratori. La linea si diceva: vanno bene i Dpcm e le Faq dell’ultim’ora, le circolari che chiariscono le criticità sui settori - logistica e trasporti - più caldi, anche le deroghe per i camionisti, ma l’impianto generale resta immutato.

Se i partiti, ognuno guardando al proprio bacino elettorale, hanno bisogno di lanciare un segnale per dare voce alle proteste che già montano in alcuni settori, Draghi sceglie di aspettare. Sul tavolo del Consiglio dei ministri di venerdì, spiegano fonti di governo, “non arriveranno modifiche all’impianto del green pass”. Ma la proposta di calmierare il prezzo dei tamponi, avanzata da Landini e poi condivisa da Lega, Pd e 5 stelle, non è cestinata a priori. Innanzitutto - è il ragionamento - bisognerà capire se sarà necessaria o meno. E questo lo dirà il test del debutto del green pass nei luoghi di lavoro. Nel caso fosse necessaria andrà studiata tecnicamente e con attenzione. A palazzo Chigi si esclude un taglio al costo del tampone, già ridotto a 15 euro, mentre prevale l’ipotesi di uno sconto per le aziende che decideranno di pagare il test ai propri dipendenti. Il meccanismo è quello del credito d’imposta: paga l’azienda e lo Stato rimborsa una determinata percentuale. Non il 100% altrimenti il tampone sarebbe a carico delle casse pubbliche e quindi gratuito per il lavoratore no pass. Ma anche una percentuale più contenuta determinerebbe lo stesso risultato, con la differenza che in questo pagherebbero in due: lo Stato e l’azienda. Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha ribadito che le imprese non sono intenzionate a mettere un euro sui tamponi, i sindacati invece spingono per un impegno delle aziende. Il rischio per Draghi è di ritrovarsi con una discussione sul green pass riaperta e in preda ai dissidi tra le parti sociali.

Ma quello che il premier vuole e deve evitare è soprattutto un segnale di distensione ai no pass troppo netto. È vero che gli sconti alle imprese per pagare i tamponi sono legati alla volontà delle stesse aziende: se cioè decidono di non caricarsi il costo, seppure ridotto, allora il tampone lo paga il lavoratore. Ma è altrettanto vero che comunque il Governo metterebbe dei soldi pubblici, quindi di tutti gli italiani, per convincere i no vax. È un equilibrio complesso, scivoloso. Sarà l’esito del debutto del pass per lavorare a dire se e come cambierà.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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