"Guardare Oltre", 50 anni di crisi umanitarie nella mostra di MSF e Magnum

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<strong>[2017 - Profughi Rohingya in Bangladesh, in lotta per la sopravvivenza] <br /></strong><br />Ad agosto, una serie di attacchi conto le forze governative nello Stato di Rakhine, in Myanmar, innesca rappresaglie contro il gruppo etnico Rohingya. La violenza spinge più di 660.000 persone a fuggire in Bangladesh. Le équipe di MSF intervengono negli enormi campi sovraffollati. Dopo aver raccolto diverse testimonianze, MSF pubblica un rapporto secondo il quale almeno 6.700 Rohingya sono morti in un mese a causa della violenza nello Stato di Rakhine.<br /><br />
[2017 - Profughi Rohingya in Bangladesh, in lotta per la sopravvivenza]

Ad agosto, una serie di attacchi conto le forze governative nello Stato di Rakhine, in Myanmar, innesca rappresaglie contro il gruppo etnico Rohingya. La violenza spinge più di 660.000 persone a fuggire in Bangladesh. Le équipe di MSF intervengono negli enormi campi sovraffollati. Dopo aver raccolto diverse testimonianze, MSF pubblica un rapporto secondo il quale almeno 6.700 Rohingya sono morti in un mese a causa della violenza nello Stato di Rakhine.

Sidney Wond, direttore medico di MSF, 2017 (Photo: Moises Saman©Moises Saman / Magnum Photos)" data-caption="[2017 - Profughi Rohingya in Bangladesh, in lotta per la sopravvivenza]

Ad agosto, una serie di attacchi conto le forze governative nello Stato di Rakhine, in Myanmar, innesca rappresaglie contro il gruppo etnico Rohingya. La violenza spinge più di 660.000 persone a fuggire in Bangladesh. Le équipe di MSF intervengono negli enormi campi sovraffollati. Dopo aver raccolto diverse testimonianze, MSF pubblica un rapporto secondo il quale almeno 6.700 Rohingya sono morti in un mese a causa della violenza nello Stato di Rakhine.

"Abbiamo incontrato persone sopravvissute alla violenza in Myanmar e abbiamo parlato con loro. Ora hanno trovato rifugio in campi sovraffollati e malsani in Bangladesh. Le nostre scoperte sono agghiaccianti, sia per il numero di persone che hanno riferito di un familiare morto a seguito delle violenze, sia per il modo atroce in cui affermano sia stata uccisa o gravemente ferita la gente. Il picco di morti coincide con l'avvio delle cosiddette operazioni di evacuazione da parte delle forze di sicurezza del Myanmar nell'ultima settimana di agosto".
Sidney Wond, direttore medico di MSF, 2017 (Photo: Moises Saman©Moises Saman / Magnum Photos)" data-rich-caption="[2017 - Profughi Rohingya in Bangladesh, in lotta per la sopravvivenza]

Ad agosto, una serie di attacchi conto le forze governative nello Stato di Rakhine, in Myanmar, innesca rappresaglie contro il gruppo etnico Rohingya. La violenza spinge più di 660.000 persone a fuggire in Bangladesh. Le équipe di MSF intervengono negli enormi campi sovraffollati. Dopo aver raccolto diverse testimonianze, MSF pubblica un rapporto secondo il quale almeno 6.700 Rohingya sono morti in un mese a causa della violenza nello Stato di Rakhine.

"Abbiamo incontrato persone sopravvissute alla violenza in Myanmar e abbiamo parlato con loro. Ora hanno trovato rifugio in campi sovraffollati e malsani in Bangladesh. Le nostre scoperte sono agghiaccianti, sia per il numero di persone che hanno riferito di un familiare morto a seguito delle violenze, sia per il modo atroce in cui affermano sia stata uccisa o gravemente ferita la gente. Il picco di morti coincide con l'avvio delle cosiddette operazioni di evacuazione da parte delle forze di sicurezza del Myanmar nell'ultima settimana di agosto".
Sidney Wond, direttore medico di MSF, 2017 (Photo: Moises Saman©Moises Saman / Magnum Photos)" data-credit="Moises Saman©Moises Saman / Magnum Photos" data-credit-link-back="" />

Cinquant’anni di crisi umanitarie, dai conflitti in Afghanistan e Libano degli anni ’70 e ’80 al genocidio in Ruanda, dal massacro di Srebrenica al terremoto ad Haiti fino alle attuali rotte migratorie in Messico e nel Mediterraneo. Cinquant’anni di umanità in cui le équipe di Medici Senza Frontiere e i fotografi della leggendaria agenzia Magnum si sono incontrati sulla linea del fronte, per raccontare con parole e immagini tragedie sempre troppo lontane dall’occhio dei media. Il risultato è una mostra che impone di “Guardare oltre”: oltre ogni ostacolo e indifferenza, dentro il dolore e la fatica, attraverso le pieghe di una storia che troppe volte si ripete.

<strong>[Al Hashaba 2020/12 - Sudan, regione del Gedaref, confine est con la regione etiope del Tigray] </strong><br /> Etiopi del Tigray, rifugiati fuggiti dall’offensiva militare del governo centrale contro quello che viene percepito come separatismo da parte del governo regionale del Tigray e del suo apparato militare (il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray). Quando attraversano il Sudan, i rifugiati si stabiliscono in case disabitate e non finite presso il villaggio numero 8 di Al Hashaba, costruito per i locali sudanesi trasferitisi a causa della costruzione di una diga sul fiume Tekeze. Alcune famiglie sudanesi e alcuni militari vivono nel campo, villaggio Al Hashaba. Il governo sudanese tenta di spostare i rifugiati presso il campo di Um Rakuba, già utilizzato durante la carestia del 1984. MSF fornisce acqua pulita e gestisce una clinica di emergenza all’interno del campo. (Photo: Thomas Dworzak©Thomas Dworzak / Magnum Photos)
[Al Hashaba 2020/12 - Sudan, regione del Gedaref, confine est con la regione etiope del Tigray]
Etiopi del Tigray, rifugiati fuggiti dall’offensiva militare del governo centrale contro quello che viene percepito come separatismo da parte del governo regionale del Tigray e del suo apparato militare (il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray). Quando attraversano il Sudan, i rifugiati si stabiliscono in case disabitate e non finite presso il villaggio numero 8 di Al Hashaba, costruito per i locali sudanesi trasferitisi a causa della costruzione di una diga sul fiume Tekeze. Alcune famiglie sudanesi e alcuni militari vivono nel campo, villaggio Al Hashaba. Il governo sudanese tenta di spostare i rifugiati presso il campo di Um Rakuba, già utilizzato durante la carestia del 1984. MSF fornisce acqua pulita e gestisce una clinica di emergenza all’interno del campo. (Photo: Thomas Dworzak©Thomas Dworzak / Magnum Photos)

La mostra, intitolata “GUARDARE OLTRE - MSF & MAGNUM: 50 anni sul campo, tra azione e testimonianza”, è esposta al MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma dal 6 al 14 novembre, con ingresso gratuito. Comprende 73 scatti di 15 fotografi, tra foto storiche d’archivio e quattro nuove produzioni. Tra i grandi fotografi Magnum coinvolti anche gli italiani Paolo Pellegrin con le sue foto sull’accesso alle terapie per l’HIV negli anni ’90, l’emergenza in Darfur del 2003, il terremoto di Haiti del 2010, le attività di SAR nel Mediterraneo, e Lorenzo Meloni con il suo racconto sulla battaglia di Mosul nel 2017.

[2017 – Mosul, vicino alla linea del fronte] <br />In Iraq, dopo quasi tre anni di occupazione di Mosul da parte dell'Isis, nell'ottobre 2016 inizia l'offensiva dell'esercito iracheno per la riconquista della città. Mentre i civili cercano rifugio nei campi per sfollati, le équipe di MSF aprono un ospedale e postazioni mediche in prossimità della linea del fronte. Unica organizzazione presente nella parte occidentale della città, sempre sotto il fuoco dei combattimenti, MSF si prende cura dei feriti di guerra e delle emergenze vitali.<br /><br />
[2017 – Mosul, vicino alla linea del fronte]
In Iraq, dopo quasi tre anni di occupazione di Mosul da parte dell'Isis, nell'ottobre 2016 inizia l'offensiva dell'esercito iracheno per la riconquista della città. Mentre i civili cercano rifugio nei campi per sfollati, le équipe di MSF aprono un ospedale e postazioni mediche in prossimità della linea del fronte. Unica organizzazione presente nella parte occidentale della città, sempre sotto il fuoco dei combattimenti, MSF si prende cura dei feriti di guerra e delle emergenze vitali.

Trish Newport, coordinatrice di progetto di MSF a Mosul, 2017 (Photo: Lorenzo Meloni©Lorenzo Meloni / Magnum Phot)" data-caption="[2017 – Mosul, vicino alla linea del fronte]
In Iraq, dopo quasi tre anni di occupazione di Mosul da parte dell'Isis, nell'ottobre 2016 inizia l'offensiva dell'esercito iracheno per la riconquista della città. Mentre i civili cercano rifugio nei campi per sfollati, le équipe di MSF aprono un ospedale e postazioni mediche in prossimità della linea del fronte. Unica organizzazione presente nella parte occidentale della città, sempre sotto il fuoco dei combattimenti, MSF si prende cura dei feriti di guerra e delle emergenze vitali.

"La guerra infuriava a meno di due chilometri, il rumore delle esplosioni era assordante, i colpi incessanti facevano regnare il terrore. Io e la mia équipe eravamo in cerca di una grande sala per allestire un'unità di stabilizzazione. Volevamo essere vicini alla linea del fronte, dove avremmo potuto stabilizzare i feriti e aumentare le loro possibilità di sopravvivere al viaggio in ambulanza verso l'ospedale. Ma gli ambienti ampi come servivano a noi erano difficili da trovare: la maggior parte dei grandi edifici, infatti, era stata distrutta durante i combattimenti”.
Trish Newport, coordinatrice di progetto di MSF a Mosul, 2017 (Photo: Lorenzo Meloni©Lorenzo Meloni / Magnum Phot)" data-rich-caption="[2017 – Mosul, vicino alla linea del fronte]
In Iraq, dopo quasi tre anni di occupazione di Mosul da parte dell'Isis, nell'ottobre 2016 inizia l'offensiva dell'esercito iracheno per la riconquista della città. Mentre i civili cercano rifugio nei campi per sfollati, le équipe di MSF aprono un ospedale e postazioni mediche in prossimità della linea del fronte. Unica organizzazione presente nella parte occidentale della città, sempre sotto il fuoco dei combattimenti, MSF si prende cura dei feriti di guerra e delle emergenze vitali.

"La guerra infuriava a meno di due chilometri, il rumore delle esplosioni era assordante, i colpi incessanti facevano regnare il terrore. Io e la mia équipe eravamo in cerca di una grande sala per allestire un'unità di stabilizzazione. Volevamo essere vicini alla linea del fronte, dove avremmo potuto stabilizzare i feriti e aumentare le loro possibilità di sopravvivere al viaggio in ambulanza verso l'ospedale. Ma gli ambienti ampi come servivano a noi erano difficili da trovare: la maggior parte dei grandi edifici, infatti, era stata distrutta durante i combattimenti”.
Trish Newport, coordinatrice di progetto di MSF a Mosul, 2017 (Photo: Lorenzo Meloni©Lorenzo Meloni / Magnum Phot)" data-credit="Lorenzo Meloni©Lorenzo Meloni / Magnum Phot" data-credit-link-back="" />

“Siamo nati da un gruppo di medici e giornalisti e per questo ogni giorno i 65.000 operatori umanitari di MSF non solo offrono cure mediche, ma sono anche testimoni delle sofferenze di popolazioni che vivono nel silenzio e nell’indifferenza”, dichiara Claudia Lodesani, infettivologa e presidente di MSF. “In questi 50 anni i fotografi Magnum hanno raccontato i contesti difficili in cui operiamo, testimoniando la forza e la resilienza delle persone, riportandole poi al pubblico internazionale. Questa mostra racconta proprio questo impegno che da sempre ci accomuna: dare voce a chi non ne ha.”

Le crisi del passato

Le foto di archivio Magnum offrono allo spettatore un viaggio lungo i principali fatti storici degli ultimi 50 anni. Come gli scatti di Raymond Depardon - il primo a documentare l’azione di MSF in Ciad nel 1977 – che raccontano i conflitti in Libano del ’76 e in Afghanistan nel ’79, quando le équipe di MSF attraverso il Pakistan trasportarono medicinali e attrezzature a cavallo, allestendo piccoli ospedali tra le montagne afgane. “Non c’era altro posto dove farsi curare, i nostri centri erano oasi in mezzo a deserti d’indifferenza. Ricevevamo quasi 3.000 persone al mese, dalla mattina alla sera”, ricorda Juliette Fournot, allora capo missione di MSF in Afghanistan.

<strong>[1976 – Libano, la prima missione in una zona di conflitto] </strong><br />Le vecchie tensioni tra le comunità libanesi e le manovre di potere degenerano in un'esplosione di violenza, soprattutto nella capitale. MSF giunge a Beirut sotto gli spari e le bombe, intervenendo nel cuore del quartiere assediato di Nabaa-Borj Hammond, enclave sciita. In seguito, per rispettare i propri principi di neutralità e imparzialità, MSF si posiziona nella zona cristiana di Beirut, a Zahlé e poi a Deir el-Qamar a partire dal 1978. <br /><br />
[1976 – Libano, la prima missione in una zona di conflitto]
Le vecchie tensioni tra le comunità libanesi e le manovre di potere degenerano in un'esplosione di violenza, soprattutto nella capitale. MSF giunge a Beirut sotto gli spari e le bombe, intervenendo nel cuore del quartiere assediato di Nabaa-Borj Hammond, enclave sciita. In seguito, per rispettare i propri principi di neutralità e imparzialità, MSF si posiziona nella zona cristiana di Beirut, a Zahlé e poi a Deir el-Qamar a partire dal 1978.

Notes, Raymond Depardon, fotografo Magnum, 1979 (Photo: Raymond Depardon©Raymond Depardon / Magnum Phot)" data-caption="[1976 – Libano, la prima missione in una zona di conflitto]
Le vecchie tensioni tra le comunità libanesi e le manovre di potere degenerano in un'esplosione di violenza, soprattutto nella capitale. MSF giunge a Beirut sotto gli spari e le bombe, intervenendo nel cuore del quartiere assediato di Nabaa-Borj Hammond, enclave sciita. In seguito, per rispettare i propri principi di neutralità e imparzialità, MSF si posiziona nella zona cristiana di Beirut, a Zahlé e poi a Deir el-Qamar a partire dal 1978.

"Musulmani, cristiani, la città, le spiagge: Beirut all'epoca era una terra di contrasti. Ho imparato a capire, a camminare, a muovermi, a nascondere i miei lasciapassare nelle scarpe, a non sbagliare, due lasciapassare dal lato cristiano e due dal lato musulmano, soprattutto a non confondermi. Prendevo l'auto, procedevo, parcheggiavo davanti ai combattenti. E lì, sentivo scattare il fermo di sicurezza dell'M16 o del Kalashnikov (...)" "Niente foto!" "Spiegavo che ero francese, mostravo il mio pass, tentavo di discutere. Poi, pochi minuti dopo, sentivo un'altra volta il fermo di sicurezza. La pallottola era di nuovo in canna: al minimo passo falso poteva partire il colpo".
Notes, Raymond Depardon, fotografo Magnum, 1979 (Photo: Raymond Depardon©Raymond Depardon / Magnum Phot)" data-rich-caption="[1976 – Libano, la prima missione in una zona di conflitto]
Le vecchie tensioni tra le comunità libanesi e le manovre di potere degenerano in un'esplosione di violenza, soprattutto nella capitale. MSF giunge a Beirut sotto gli spari e le bombe, intervenendo nel cuore del quartiere assediato di Nabaa-Borj Hammond, enclave sciita. In seguito, per rispettare i propri principi di neutralità e imparzialità, MSF si posiziona nella zona cristiana di Beirut, a Zahlé e poi a Deir el-Qamar a partire dal 1978.

"Musulmani, cristiani, la città, le spiagge: Beirut all'epoca era una terra di contrasti. Ho imparato a capire, a camminare, a muovermi, a nascondere i miei lasciapassare nelle scarpe, a non sbagliare, due lasciapassare dal lato cristiano e due dal lato musulmano, soprattutto a non confondermi. Prendevo l'auto, procedevo, parcheggiavo davanti ai combattenti. E lì, sentivo scattare il fermo di sicurezza dell'M16 o del Kalashnikov (...)" "Niente foto!" "Spiegavo che ero francese, mostravo il mio pass, tentavo di discutere. Poi, pochi minuti dopo, sentivo un'altra volta il fermo di sicurezza. La pallottola era di nuovo in canna: al minimo passo falso poteva partire il colpo".
Notes, Raymond Depardon, fotografo Magnum, 1979 (Photo: Raymond Depardon©Raymond Depardon / Magnum Phot)" data-credit="Raymond Depardon©Raymond Depardon / Magnum Phot" data-credit-link-back="" />

L’obiettivo di Gilles Peress ha raccontato l’impotenza di fronte al genocidio in Ruanda, quando tra l’aprile e il luglio 1994 vennero uccise quasi un milione di persone e per la prima volta MSF lanciò un allarme all’Assemblea Generale dell’ONU. “Bisognava rompere completamente con la neutralità umanitaria e affermare quanto fosse necessario intervenire militarmente contro gli autori di quelle atrocità”, sottolinea Jean-Hervé Bradol, coordinatore di progetto per MSF in Ruanda.

<strong>[1994 – Ruanda, l'impotenza di fronte al genocidio] </strong><br />L'attacco al presidente ruandese serve da pretesto per il lancio di una campagna per sterminare i tutsi e gli oppositori hutu: tra l'aprile e il luglio 1994 vengono uccise nell'indifferenza generale tra le 500.000 e il milione di persone. MSF assiste impotente al massacro dei membri del proprio staff ruandese e di molti pazienti. Per la prima volta MSF lancia un allarme e testimonia davanti all'ONU, nella speranza di innescare un'azione rapida da parte degli Stati. L'escalation di violenza provoca un esodo di massa di rifugiati, ai quali MSF fornisce assistenza medica e alimentare in Repubblica Democratica del Congo (allora Zaire) e in Tanzania.<br /><br />“Quando cercavamo di parlare del Ruanda, la gente diceva: 'È una cosa seria, molte persone innocenti stanno soffrendo per la situazione di quel paese. Mandiamo aiuti umanitari, perché ci si prenda cura di loro'. E noi ribattevamo: 'Queste persone vengono uccise'. Bisognava rompere completamente con la neutralità umanitaria e affermare quanto fosse necessario intervenire militarmente contro gli autori del genocidio. Era questa l'unica posizione dignitosa da prendere. MSF alla fine lo fece”.<br />Jean-Hervé Bradol, coordinatore di progetto per MSF in Ruanda, 1994 (Photo: Gilles Peress©Gilles Peress / Magnum Photos)
[1994 – Ruanda, l'impotenza di fronte al genocidio]
L'attacco al presidente ruandese serve da pretesto per il lancio di una campagna per sterminare i tutsi e gli oppositori hutu: tra l'aprile e il luglio 1994 vengono uccise nell'indifferenza generale tra le 500.000 e il milione di persone. MSF assiste impotente al massacro dei membri del proprio staff ruandese e di molti pazienti. Per la prima volta MSF lancia un allarme e testimonia davanti all'ONU, nella speranza di innescare un'azione rapida da parte degli Stati. L'escalation di violenza provoca un esodo di massa di rifugiati, ai quali MSF fornisce assistenza medica e alimentare in Repubblica Democratica del Congo (allora Zaire) e in Tanzania.

“Quando cercavamo di parlare del Ruanda, la gente diceva: 'È una cosa seria, molte persone innocenti stanno soffrendo per la situazione di quel paese. Mandiamo aiuti umanitari, perché ci si prenda cura di loro'. E noi ribattevamo: 'Queste persone vengono uccise'. Bisognava rompere completamente con la neutralità umanitaria e affermare quanto fosse necessario intervenire militarmente contro gli autori del genocidio. Era questa l'unica posizione dignitosa da prendere. MSF alla fine lo fece”.
Jean-Hervé Bradol, coordinatore di progetto per MSF in Ruanda, 1994 (Photo: Gilles Peress©Gilles Peress / Magnum Photos)

“Quando scatto queste foto, sono fuori di me. Siamo stati testimoni, sapevamo cosa sarebbe successo. Prendere in mano la macchina fotografica significa almeno confrontarmi con questa responsabilità: non voglio far finta di niente”, scrive Gilles Peress in Les Tombes sul massacro di Srebrenica, quando MSF, unica organizzazione ancora presente, fu costretta a evacuare lasciando parte del personale e dei pazienti sul campo e chiese un’indagine sulla passività delle truppe delle Nazioni Unite al momento della tragedia.

E ancora la lotta per l’emergenza HIV in Africa, il terremoto ad Haiti nel 2010 fino alla recente rotta migratoria del Mediterraneo, immortalate dalla macchina fotografica di Paolo Pellegrin, che a bordo della Bourbon Argos ha raccontato le prime attività di ricerca e soccorso di MSF nel 2015.

Storie di umanità dal Tigray, Congo, Ruanda e le rotte migratorie del mondo

Dal passato si passa alle crisi di stretta attualità con i quattro progetti speciali che raccontano storie di umanità in contesti di emergenza in cui MSF è oggi impegnata in prima linea. Enri Canaj ha raccontato la condizione di migranti e rifugiati sulle isole greche di Lesbo e Samos, dove da anni MSF cura ferite fisiche e psicologiche denunciando le condizioni disumane in cui sono costrette a vivere più di 11.000 persone.

<strong>[Samos, Grecia, luglio 2020] </strong><br />Un bambino siriano uscito dal mare dopo aver tentato di imparare a nuotare. Tutti i richiedenti asilo possono rimanere fuori dal campo fino alle 19:00, dopodiché devono rientrare. Si tratta di una misura dovuta al Covid-19, valida solo per le persone che vivono nel campo, e non per i locali. (Photo: Enri Canaj©Enri Canaj / Magnum Photos)
[Samos, Grecia, luglio 2020]
Un bambino siriano uscito dal mare dopo aver tentato di imparare a nuotare. Tutti i richiedenti asilo possono rimanere fuori dal campo fino alle 19:00, dopodiché devono rientrare. Si tratta di una misura dovuta al Covid-19, valida solo per le persone che vivono nel campo, e non per i locali. (Photo: Enri Canaj©Enri Canaj / Magnum Photos)
<strong>[Lesbo, Grecia, 2020 - Distribuzione di alimenti presso il campo di Moria]  </strong><br />In Grecia, nelle isole di Lesbo e Samos, decine di migliaia di rifugiati e richiedenti asilo sono bloccati in campi sovraffollati, sopravvivendo in condizioni estremamente precarie e poco dignitose. La pandemia di Covid-19 ha peggiorato la situazione. Il 7 settembre 2020 il campo di Moria, a Lesbo, è stato completamente distrutto da diversi incendi, aggravando ulteriormente le condizioni delle famiglie. Oltre a fornire cure nei campi, MSF chiede alle autorità europee di assumersi le proprie responsabilità per evitare che tante persone intrappolate alle porte dell'Europa soffrano inutilmente. (Photo: ENRi CANAJ©Enri Canaj / Magnum Photos)
[Lesbo, Grecia, 2020 - Distribuzione di alimenti presso il campo di Moria]
In Grecia, nelle isole di Lesbo e Samos, decine di migliaia di rifugiati e richiedenti asilo sono bloccati in campi sovraffollati, sopravvivendo in condizioni estremamente precarie e poco dignitose. La pandemia di Covid-19 ha peggiorato la situazione. Il 7 settembre 2020 il campo di Moria, a Lesbo, è stato completamente distrutto da diversi incendi, aggravando ulteriormente le condizioni delle famiglie. Oltre a fornire cure nei campi, MSF chiede alle autorità europee di assumersi le proprie responsabilità per evitare che tante persone intrappolate alle porte dell'Europa soffrano inutilmente. (Photo: ENRi CANAJ©Enri Canaj / Magnum Photos)

Da più di otto mesi il conflitto scoppiato nel Tigray, regione del nord dell’Etiopia, ha costretto 60.000 persone a fuggire oltre il confine e creato più di 1 milione di sfollati interni. A dicembre scorso Thomas Dworzak era in prima linea con la sua macchina fotografica per documentare l’arrivo di profughi etiopi in Sudan, dove MSF è una delle poche organizzazioni a fornire cure mediche attraverso cliniche mobili.

<strong>[Al Hashaba 2020/12 - Sudan, regione del Gedaref, confine est con la regione etiope del Tigray] </strong><br />Etiopi del Tigray, rifugiati fuggiti dall’offensiva militare del governo centrale contro quello che viene percepito come separatismo da parte del governo regionale del Tigray e del suo apparato militare (il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray). Quando attraversano il Sudan, i rifugiati si stabiliscono in case disabitate e non finite presso il villaggio numero 8 di Al Hashaba, costruito per i locali sudanesi trasferitisi a causa della costruzione di una diga sul fiume Tekeze. Alcune famiglie sudanesi e alcuni militari vivono nel campo, villaggio Al Hashaba. Il governo sudanese tenta di spostare i rifugiati presso il campo di Um Rakuba, già utilizzato durante la carestia del 1984. MSF fornisce acqua pulita e gestisce una clinica di emergenza all’interno del campo. (Photo: Thomas Dworzak©Thomas Dworzak / Magnum Photos)
[Al Hashaba 2020/12 - Sudan, regione del Gedaref, confine est con la regione etiope del Tigray]
Etiopi del Tigray, rifugiati fuggiti dall’offensiva militare del governo centrale contro quello che viene percepito come separatismo da parte del governo regionale del Tigray e del suo apparato militare (il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray). Quando attraversano il Sudan, i rifugiati si stabiliscono in case disabitate e non finite presso il villaggio numero 8 di Al Hashaba, costruito per i locali sudanesi trasferitisi a causa della costruzione di una diga sul fiume Tekeze. Alcune famiglie sudanesi e alcuni militari vivono nel campo, villaggio Al Hashaba. Il governo sudanese tenta di spostare i rifugiati presso il campo di Um Rakuba, già utilizzato durante la carestia del 1984. MSF fornisce acqua pulita e gestisce una clinica di emergenza all’interno del campo. (Photo: Thomas Dworzak©Thomas Dworzak / Magnum Photos)

Newsha Tavakolian con i suoi scatti ha scelto invece di rappresentare le donne nei campi sfollati dell’Ituri in Repubblica Democratica del Congo, dove 2,8 milioni di persone sono vittime di violenze e scontri. Nelle zone di Drodro, Nizi e Angumu, MSF supporta le strutture sanitarie che offrono cure per malattie pediatriche, malnutrizione, malaria, violenza sessuale e salute mentale.

<strong>[Repubblica Democratica del Congo] </strong><br />Tre adolescenti in un campo dietro alle loro capanne, nel villaggio di Drodro. La mancanza di strutture scolastiche gratuite e di infrastrutture di base, insieme alla disoccupazione e a uno stato perenne di conflitto, distrugge quasi tutte le speranze e i sogni dei giovani del posto. Il disincanto nei confronti della vita e la mancanza di prospettive causa un’apatia permanente e, alle volte, una rabbia cocente.<br />Nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, oltre un milione di persone sono sfollate a causa dell'escalation di violenza che imperversa dal 2017. Saccheggi, incendi, abusi e violenze hanno costretto le famiglie a lasciare le proprie case e trovare rifugio nei campi che offrono un po' più di sicurezza. I rifugiati affrontano malattie come morbillo, malaria e infezioni multiple a causa della scarsa igiene. Per le donne, la violenza sessuale è l'altra piaga. In questa provincia le persone dipendono dagli aiuti per sopravvivere, ma le organizzazioni attive sono poche. Nelle zone sanitarie di Drodro, Nizi e Angumu, MSF supporta le strutture sanitarie che offrono cure per malattie pediatriche, malnutrizione, malaria, violenza sessuale e salute mentale. (Photo: Newsha Tavakolian©Newsha Tavakolian / Magnum Pho)
[Repubblica Democratica del Congo]
Tre adolescenti in un campo dietro alle loro capanne, nel villaggio di Drodro. La mancanza di strutture scolastiche gratuite e di infrastrutture di base, insieme alla disoccupazione e a uno stato perenne di conflitto, distrugge quasi tutte le speranze e i sogni dei giovani del posto. Il disincanto nei confronti della vita e la mancanza di prospettive causa un’apatia permanente e, alle volte, una rabbia cocente.
Nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, oltre un milione di persone sono sfollate a causa dell'escalation di violenza che imperversa dal 2017. Saccheggi, incendi, abusi e violenze hanno costretto le famiglie a lasciare le proprie case e trovare rifugio nei campi che offrono un po' più di sicurezza. I rifugiati affrontano malattie come morbillo, malaria e infezioni multiple a causa della scarsa igiene. Per le donne, la violenza sessuale è l'altra piaga. In questa provincia le persone dipendono dagli aiuti per sopravvivere, ma le organizzazioni attive sono poche. Nelle zone sanitarie di Drodro, Nizi e Angumu, MSF supporta le strutture sanitarie che offrono cure per malattie pediatriche, malnutrizione, malaria, violenza sessuale e salute mentale. (Photo: Newsha Tavakolian©Newsha Tavakolian / Magnum Pho)
<strong>[Repubblica Democratica del Congo] </strong><br />Christine, 30 anni, con in braccio il suo bambino. Il suo villaggio è stato attaccato dai ribelli. Christine è corsa via con i suoi sette figli, trovando rifugio nella vecchia chiesa di Drodro. (Photo: Newsha Tavakolian©Newsha Tavakolian / Magnum Pho)
[Repubblica Democratica del Congo]
Christine, 30 anni, con in braccio il suo bambino. Il suo villaggio è stato attaccato dai ribelli. Christine è corsa via con i suoi sette figli, trovando rifugio nella vecchia chiesa di Drodro. (Photo: Newsha Tavakolian©Newsha Tavakolian / Magnum Pho)

Nell’obiettivo di Yael Martinez c’è poi una delle principali rotte migratorie al mondo tra Messico e Honduras dove migliaia di persone percorrono chilometri a piedi o in autobus per sfuggire a violenze e instabilità ma restano bloccate per mesi in città pericolose vittime di rapimenti ed estorsioni. Oltre a dare assistenza medica e supporto psicosociale, MSF ha rivolto spesso appelli internazionali per porre fine a politiche migratorie repressive e garantire adeguata protezione e assistenza umanitaria a queste persone.

<strong>[Higueras, Veracruz, Messico, 23 marzo 2021] </strong><br />Karen Yoselyn Reyes, 7 anni, è in viaggio da dodici giorni con sua madre trentenne e sua sorella di 2 anni, da Yoro, Honduras. Hanno camminato da Tapachula, Chiapas, a Coatzcoalcos, Veracruz. La più grande preoccupazione per Karen è che sua madre non sia in grado di entrare nel treno dal momento che porta con sé la sua sorellina. (Photo: Yael Martinez©Yael Martinez / Magnum Photos)
[Higueras, Veracruz, Messico, 23 marzo 2021]
Karen Yoselyn Reyes, 7 anni, è in viaggio da dodici giorni con sua madre trentenne e sua sorella di 2 anni, da Yoro, Honduras. Hanno camminato da Tapachula, Chiapas, a Coatzcoalcos, Veracruz. La più grande preoccupazione per Karen è che sua madre non sia in grado di entrare nel treno dal momento che porta con sé la sua sorellina. (Photo: Yael Martinez©Yael Martinez / Magnum Photos)
<strong>[Reynosa, Messico, 4 maggio 2021] </strong><br />Cindy Caceres, 28 anni, Carlos Roberto Tunez, 27 anni. Hanno tentato di richiedere asilo politico negli Stati Uniti dopo essere scappati dall’Honduras per salvare le loro vite.<br />In Messico, migliaia di migranti continuano ad essere intrappolati in città pericolose lungo i confini, a causa di politiche migratorie basate sulla criminalizzazione e la deterrenza. Queste famiglie, fuggite dall'insicurezza in Honduras, percorrono migliaia di chilometri a piedi, in treno o in autobus. Lungo tutta la rotta sono vittime di rapimenti, aggressioni ed estorsioni. Le équipe di MSF intervengono in diverse fasi del loro viaggio per fornire primo soccorso e supporto psicosociale. MSF continua inoltre a denunciare politiche dannose e restrizioni sull'asilo che espongono le persone alla stessa violenza da cui cercano di fuggire. (Photo: Yael Martinez©Yael Martinez / Magnum Photos)
[Reynosa, Messico, 4 maggio 2021]
Cindy Caceres, 28 anni, Carlos Roberto Tunez, 27 anni. Hanno tentato di richiedere asilo politico negli Stati Uniti dopo essere scappati dall’Honduras per salvare le loro vite.
In Messico, migliaia di migranti continuano ad essere intrappolati in città pericolose lungo i confini, a causa di politiche migratorie basate sulla criminalizzazione e la deterrenza. Queste famiglie, fuggite dall'insicurezza in Honduras, percorrono migliaia di chilometri a piedi, in treno o in autobus. Lungo tutta la rotta sono vittime di rapimenti, aggressioni ed estorsioni. Le équipe di MSF intervengono in diverse fasi del loro viaggio per fornire primo soccorso e supporto psicosociale. MSF continua inoltre a denunciare politiche dannose e restrizioni sull'asilo che espongono le persone alla stessa violenza da cui cercano di fuggire. (Photo: Yael Martinez©Yael Martinez / Magnum Photos)

Le foto della mostra “GUARDARE OLTRE MSF & MAGNUM: 50 anni sul campo, tra azione e testimonianza” sono di A. Abbas, Enri Canaj, Raymond Depardon, Thomas Dworzak, Stuart Franklin, Hiroji Kubuta, Yael Martinez, Lorenzo Meloni, Paolo Pellegrin, Gilles Peress, Cristina Garcia Rodero, Moises Saman, Jerome Sessini, Chris Steele-Perkins, Newsha Tavakolian.

“Cinquant’anni di umanità”: sono le parole che riassumono la storia di MSF che nel 2021 festeggia il cinquantesimo anno dalla nascita. E sono le stesse che muovono ogni giorno oltre 65.000 operatori umanitari MSF impegnati a portare cure mediche e aiuto incondizionato nelle emergenze di oltre 80 paesi. A raccontarlo, la campagna di sensibilizzazione che per tutto il 2021 ricorderà i momenti storici e le sfide ancora aperte, tutti i dettagli su www.msf.it/50anni.

Nel 1947, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, quattro fotografi pionieri crearono un’ormai leggendaria agenzia fotografica. Dall’unione straordinaria di un insieme di stili diversi trasformata in un’importante collaborazione, Henri Cartier-Bresson, Robert Capa, George Rodger e David Seymour fondarono l’agenzia Magnum. Da quel momento, i fotografi Magnum hanno documentato il mondo attraverso storie di umanità e la loro agenzia si occupa di valorizzare le loro idee creative. Attraverso i suoi quattro uffici editoriali a Parigi, Londra e New York, oltre a una rete di quindici agenti, Magnum fornisce le fotografie dei suoi membri e collaboratori fotografi alla stampa mondiale, editori, televisioni, gallerie e musei di tutto il mondo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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