Guerra e pace in casa Muccino

Antonella Piperno

È una storiaccia  dove si intrecciano dinamiche parentali, rivalità professionali, donne della discordia, film, libri, social, talk-show avidi di accuse truci, avvocati e tribunali, quella dei fratelli Muccino. Ricomposta (pare, sembra, chissà se durerà…) pochi giorni fa, quando con uno dei suoi abituali tweet il regista Gabriele, 52 anni, un nuovo film “Gli anni più belli”, in uscita il prossimo 14 febbraio (giornata dell'amore, sarebbe stato in effetti poco indicato oscurare la prima con poco idilliache cronache tribunal-familiari) ha annunciato di aver ritirato, all'inizio del dibattimento per diffamazione che vedeva imputato il fratello Silvio, 37 anni, la querela che quel processo aveva innescato.

“Mi interessava che un giudice, con tutti i documenti alla mano, lo rinviasse a giudizio. E questo è accaduto. Non mi interessa la sua condanna. Chiudo così questa parentesi triste e insensata” ha cinguettato Gabriele beccandosi non poche critiche (la più gentile quella di intasare i tribunali a spese dei contribuenti) dai suoi follower.

Alla sbarra Silvio ci era arrivato a causa delle sue accuse al fratello, consegnate nell'aprile del 2016 a L'Arena, il talk show su La7 di Massimo Giletti: “Gabriele è una persona violenta, ha colpito sua moglie con uno schiaffo perforandole il timpano”, lanciò lì la sua bomba l'attore-regista- scrittore raccontando che quattro anni prima suo fratello aveva malmenato l'allora moglie Elena Majoni, (oggi è sposato con Angelica Russo) perforandole pure il timpano.

La confessione chez l'Arena era stata dettagliatissima: Silvio svelò che, chiamato davanti ai giudici per fornire la sua versione dei fatti, aveva reso una falsa testimonianza che gli pesava sulla coscienza: «Sono stato indotto a mentire e ho negato questo schiaffo davanti ai pm. La mia famiglia ha fatto figurare che fosse un incidente avvenuto in piscina. Scelsi la mia famiglia anziché la verità, non me lo sono mai perdonato, e ho fatto crac».

Sodalizio e rottura

La decisione di allontanarsi dalla famiglia, raccontò, era nata in quel momento (per Gabriele quattro anni prima). Prima di declinarsi nella storia da fratelli coltelli che oggi, perlomeno in tribunale, si è ricomposta, la loro era una bella storia fraterna cominciata 37 anni fa, con l'arrivo del bebè Silvio nella casa romana dove il quindicenne Gabriele doveva vedersela solo con la secondogenita Laura, oggi regina dei casting, e felicemente proseguita sul set, dove a 17 anni il piccolo di casa debuttò nel gioiellino “Come te nessuno mai”, diretto dal fratello con cui scrisse a quattro mani la sceneggiatura, per poi bissare la prova attoriale due anni dopo ne “L'ultimo bacio” e nel 2003, in “Ricordati di me”, ultimo film della premiata ditta Muccino and Muccino. Fine della collaborazione fraterna.

Cinque anni dopo, nel 2008, iniziò la carriera da regista di Silvio con “Parlami d'amore”, film tratto dal libro che, attenzione, nel 2006 aveva scritto a quattro mani con Carla Vangelista, 65 anni, scrittrice e sceneggiatrice, nome cruciale di tutta questa storia. Due anni dopo, nel 2010 Gabriele  si sfogò con La Repubblica svelando che da tre anni non vedeva più suo fratello (“Il cruccio più grande è che ho un fratello che si è isolato dalla famiglia e naturalmente da me, non risponde se cerco di contattarlo, non si fa vivo”).

Cherchez la femme

Che cosa era successo? Cherchez la femme, Vangelista appunto, secondo la tesi del primogenito Muccino. Sui social Gabriele entrò nei particolari incolpando la sceneggiatrice  di aver plagiato suo fratello, allontanandolo dalla famiglia. Il regista ci andò giù pesantissimo, definendola “improvvisata scrittrice di discutibile talento che ha sequestrato e rovinato il talento di un promettentissimo ragazzo e attore”. Rincarando la dose su Twitter (i panni sporchi i Muccino li lavano sui social e in tv) quando Silvio, dopo aver chiesto al fratello di smettere di considerarlo un burattino nella mani della sceneggiatrice, fece flop con  la sua terza opera da regista, “Le leggi del desiderio”, scritto con Vangelista: “Il tuo film  è di una signora che ti gestisce, come un ventriloquo il suo pupazzo, da un tempo ormai irreversibilmente lontano”.

La signora comprensibilmente non ci passò sopra, lo querelò, gli chiese un sacco di soldi e nel 2016 il regista si esibì in pubbliche scuse, contenute in una lettera: “Voglio chiedere scusa pubblicamente alla Signora Carla Vangelista, collaboratrice da molti anni di mio fratello Silvio, a fronte di improprie esternazioni delle mie opinioni, nelle quali le attribuivo la responsabilità dell'allontanamento di Silvio da me e dalla mia famiglia”. Può bastare? No.

Per comprendere la "Dinasty mucciniana", bisogna ricordare, a rischio di perdersi tra talk show e conduttori, che nel gennaio del 2015 Gabriele andò da Daria Bignardi alle “Invasioni barbariche”, dicendosi addolorato per l'allontanamento del fratello  (“un lutto") ma pentendosi pure per aver reso pubblici, sui social i drammi di famiglia. Disse pure che il fratello minore, una volta attore si era messo in competizione con lui, trasformandosi in regista creando un corto circuito.

Con sommo gaudio della Bignardi e dei suoi ascolti un mese dopo alle ‘Invasioni Barbariche' andò in onda la versione di Silvio: tornando sull'accusa di plagio del fratello “a una donna che nemmeno conosce e che non ha mai visto” il più piccolo dei Muccino si disse “violentato dalle affermazioni del fratello”. Il resto, dallo scoop sul timpano rotto consegnato a Giletti all'ultimo atto in tribunale è storia. Adesso non resta che aspettare un'intervista doppia in tv. Giletti and Co. si stanno già fregando le mani.