Guerra fredda a Pechino, evacuata l'ambasciata lituana

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AGI - La Lituania ha chiuso la sua ambasciata a Pechino e ha evacuato tutto il personale al culmine della più grave crisi diplomatica con la Cina da decenni.

A suscitare l'ira del Dragone era stata la decisione del Paese baltico di consentire alle autorità di Taipei di aprire a Vilnius un ufficio di rappresentanza diplomatico a nome Taiwan, una mossa inaccettabile per la Cina, che considera l'isola come parte integrante del suo territorio e non tollera che ne vengano riconosciute la sovranità e l'autonomia.

Larga parte del mondo accetta la politica di “una sola Cina” e consente alla piccola democrazia asiatica di aprire uffici diplomatici di fatto purché usino il nome della capitale Taipei.

Lo scorso settembre, in seguito all'annuncio, Pechino aveva chiesto all'ambasciatore lituano di lasciare il Paese e ha degradato la missione a livello di incaricato d'affari.

Ad allarmare i 19 addetti rimasti è stata la successiva richiesta cinese di consegnare entro il 14 dicembre i documenti perché ne ricevessero di nuovi che riflettessero il nuovo status diplomatico.

Nel timore che al personale superstite dell'ambasciata venisse revocata l'immunità, con conseguenze imprevedibili, il ministero degli Esteri lituano ha quindi richiamato “per consultazioni” i diplomatici e le loro famiglie il giorno dopo la scadenza dell'ultimatum, mettendo i sigilli alla sede dell'ambasciata.

In una scena da Guerra fredda raccontata da ‘The Economist', gli addetti sono partiti di fretta all'alba con un bus privato, senza restituire i documenti, per prendere il primo volo Air China per Parigi, scortati da mezzi delle ambasciate amiche.

Dopo aver bloccato le (in realtà trascurabili) importazioni dal Paese baltico, rendendo impossibile selezionare la Lituania come Paese d'origine nelle banche dati delle dogane, Pechino ha avvertito Francia e Germania che potrebbe impedire loro di esportare in Cina beni con componenti lituane, mettendo a rischio centinaia di container già in transito.

La scommessa della Repubblica Popolare è che gli altri Paesi europei lascino Vilnius al proprio destino per evitare ritorsioni economiche. Una scommessa che si sta rivelando sempre più un errore di calcolo.

In sede di Consiglio Ue, persino l'Ungheria, uno dei Paesi più filocinesi del blocco, si è schierata con Vilnius.

Il 30 novembre il presidente francese, Emmanuel Macron, ha assicurato al suo omologo lituano, Gitanas Nauseda, che la solidarietà europea viene prima dei rapporti con le grandi potenze. E l'8 dicembre funzionari di Bruxelles hanno avvertito che le rappresaglie contro la Lituania potrebbero configurarsi come violazioni delle regole della World Trade Organization, dove la Cina mantiene ancora l'incongruo status di Paese in via di sviluppo.

La portavoce di Nauseda, Asta Skaisgyrite, ha chiesto alla Commissione Europea un intervento risoluto. “Vogliamo che le implicazioni del conflitto siano chiare ai nostri partner europei e che le azioni economiche siano le più vaste possibile”, ha dichiarato Skaisgyrite alla televisione pubblica.

Non è però ancora chiaro se ci sarà una risposta unitaria dell'Ue, né fin dove si possa spingere. Un passaggio fondamentale sarà il primo, annunciato colloquio tra il nuovo cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il presidente cinese, Xi Jinping, tra i primi leader mondiali a congratularsi per la sua elezione.

Berlino ha rapporti strettissimi con i Paesi baltici e Pechino paventa un rapporto con la Germania meno sereno e prevedibile di quello intrattenuto durante il lungo governi di Merkel, soprattutto dopo le dichiarazioni del nuovo ministro degli Esteri, Annalena Baerbock, che ha promesso una relazione fatta di “dialogo e durezza”.

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