Guerre, ecco dove rischiano di esplodere

Che il mondo non sia il posto più sicuro in cui vivere lo si sapeva da tanto tempo. Ma la speranza, come sosteneva il filosofo tedesco Leibniz, di vivere nel migliore dei mondi possibili, è ancora un concetto guida per molti uomini. Da oggi c’è una ragione in meno per essere ottimisti su questo fronte. Secondo l’ultimo rapporto della rivista on-line “The Atlantic”, che porta avanti il progetto chiamato “The Iran War Dial”, infatti, le possibilità che gli Stati Uniti o Israele colpiscano la Repubblica islamica nel prossimo anno sono ormai del 40%. C’è quasi una probabilità su due che i rapporti tra Washington e Teheran, sempre più tesi dall’attentato dell’11 Settembre in poi, degenerino in un vero e proprio conflitto armato. La lancetta del misuratore di “The Atlantic” torna a salire pericolosamente, dopo che nei mesi scorsi era arrivata addirittura fino al 48%  per l’inasprirsi delle relazioni dell’Iran con Israele, l’embargo petrolifero e il rifiuto  di Ahmadinejad al controllo degli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Le maggiori probabilità di una guerra contro l’Iran entro il 2013, secondo i venti esperti della rivista online, personalità del mondo accademico, della politica internazionale e del giornalismo, sono confermate dalle parole ascoltate a New York nel corso dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Le posizioni di Barack Obama, Benjamin Netanyahu e Mahmud Ahmadinejad sembrano abbastanza nette. Il leader di Teheran, in scadenza di mandato l’estate prossima, è stato meno minaccioso del passato, ma ha parlato di pericolo sionista e dell’imminente arrivo ‘dell’Ultimo Salvatore’. “Un uomo di bontà – ha affermato il presidente della repubblica islamica - che ama la gente e ha a cuore la giustizia assoluta, un essere umano perfetto che si chiama Imam Al Mahdi, un uomo che verrà in compagnia di Gesù Cristo e dei giusti”. A quanti hanno interpretato questa frase come l’annuncio di un confronto apocalittico contro i ‘nemici di Dio sulla terra’, Ahmadinejad ha risposto che “il ritorno del Mahdi benedirà tutti non solo una specifica razza, etnia, nazione o regione, una primavera che raggiungerà presto tutti i territori in Asia, Europa, Africa e Stati Uniti”.

Il leader iraniano è stato meno diplomatico quando ha dovuto commentare il discorso all’Assemblea generale dell’Onu del premier israeliano Netanyahu, che aveva chiesto al mondo di tracciare una linea rossa per fermare le ambizioni nucleari dell’Iran. “E’ stato un insulto – ha detto Ahmadinejad – l’importante per noi è essere preparati per difenderci”. Anche Obama non si è risparmiato nel suo intervento all’Onu. Il presidente degli Usa, impegnato nella campagna per le elezioni del 6 novembre, ha sottolineato con forza che “lo spazio per una soluzione diplomatica non è illimitato. Gli Stati Uniti faranno quello che dobbiamo per impedire all’Iran di ottenere un’arma nucleare”.

Il possibile scoppio di un conflitto in Iran sarebbe solo l’ultima ferita di una Terra insanguinata in ogni sua parte. Secondo PeaceReporter, infatti, sono 31 i fronti su cui ufficialmente si combatte. Dal Medio Oriente all’Asia, dall’Africa all’Europa fino alle Americhe non c’è in pratica una zona del mondo dove non si imbraccino le armi contro il nemico. Nei prossimi 12 mesi, saranno pochissime le aree che la geopolitica ritiene al sicuro: qualche Paese dell’America Latina, l’Australia, una parte di Cina e del Continente Nero. Attacchi aerei, via terra, lotte in mare, insurrezioni popolari, sviluppo missilistico, lotta dei cartelli della droga. Ben poco sarà risparmiato all’occhio umano. Alcuni conflitti sono già avviati da tempo, come in Iraq e Afghanistan. Altri, attualmente quasi sopiti, potrebbero subire presto una rapida recrudescenza. E’ il caso degli sviluppi nucleari in Corea del Nord o delle grandi dispute ai confini tra Taiwan e Cina, tra Cina e India, tra India e Pakistan. Altri ancora potrebbero assumere forma e sostanza ancora imprevedibile. E’ quanto molti temono nei Paesi della cosiddetta Primavera araba, un’ampia zona, che va dall’Egitto alla Libia, dalla Tunisia alla Siria, dove i riflettori mediatici illuminano, con discontinuità, fuochi sempre pronti ad esplodere.

Le statistiche più aggiornate parlano di 60 Stati coinvolti nelle guerre e circa 360 milizie, guerriglieri o gruppi separatisti impegnati a combattere. Se fanno impressione i 140mila morti dell’Iraq dal 2003 ad oggi o gli oltre 7mila del conflitto israelo-palestinese negli ultimi 12 anni, sono meno conosciuti i numeri di altri fronti caldi. Se si pensa all’Asia, ad esempio, non si possono non citare le Filippine. Dal 1971 i musulmani di Mindanao, l’isola più meridionale dell’arcipelago, hanno iniziato una lotta armata per l’indipendenza. La guerra tra l’esercito di Manila e i militanti del Fronte di Liberazione Islamico dei Moro (MILF) ha causato fino ad oggi 150mila morti. Nel Paese agiscono poi anche movimenti politici di estrema sinistra che conducono da decenni lotta armata contro il regime filippino, primo fra tutti il Nuovo Esercito Popolare-Partito Comunista Filippino (NPA-PCP).

In Africa le zone di conflitto sono diffuse e, in parte, ancora non del tutto note. A Nord la Somalia è una delle aree più a rischio. Dopo l’uscita di scena del presidente Siad Barre nel 1991, infatti, è iniziata una violentissima guerra di potere tra i vari clan del Paese, guidati dai cosiddetti “signori della guerra”. Una spirale di violenze, accompagnata da una diffusa pirateria, che, fino ad oggi, ha provocato quasi mezzo milione di morti . C’è poi la guerra civile in Sudan, in corso ormai da 20 anni. Il Darfur, un’area grande quasi due volte l’Italia, è sconvolto da un violentissimo conflitto fra gruppi armati locali e milizie filo-governative. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità dal marzo 2003 sono morte circa 70mila persone. Attualmente nel Darfur muoiono circa 10mila persone al mese. Situazioni di grande instabilità e continue atrocità anche in Uganda e Nigeria.

Nelle Americhe il narco-terrorismo è una vera piaga, che colpisce Ecuador, El Salvador, Honduras, ma soprattutto il Messico, dove dal 2006 è stata la causa di oltre 32morti morti. E la situazione, a giudicare dal bilancio del 2011 con oltre 11mila vite umane perdute, sembra sempre più pericolosa. Piange anche la Colombia, dove da quasi quarant’anni si registra una sanguinosa guerra civile tra governo, paramilitari e gruppi ribelli di estrema sinistra. All’origine di questo conflitto (300mila morti) un’enorme disparità sociale tra classi dirigenti e popolazione. In Europa non è ancora chiuso il fronte della Cecenia, che dall’indipendenza nel 1991, è un costante bagno di sangue con oltre 100mila morti. Putin l’ha invasa nel 1999, ma i ribelli resistono nella parte meridionale del Paese, dove ora si concentrano le operazioni belliche delle forze armate russe.

Il capitolo delle Regioni e province autonome che lottano per l’indipendenza è una parte dei conflitti molto lunga e penosa. E gli Stati più civilizzati non ne sono risparmiati. La Corsica, l’Irlanda del Nord e i Paesi Baschi stanno a dimostrarlo. Anche l’Italia, con i suoi numerosi gruppi anarchici e armati, non è priva di un tasso di instabilità sociale, sempre pronto a prendere forme più definite. Guardare al futuro della nostra martoriata Terra è forse un esercizio troppo triste. Soprattutto se, voltandosi indietro, ci si accorge che dal recente passato oltre 19mila testate nucleari impongono ancora la loro minacciose presenza.

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