Guido Rasi: "Tranquilli, per i vaccini tre dosi sono il minimo sindacale"

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Covid (Photo: Ansa)
Covid (Photo: Ansa)

Sembra dato per assodato, dalle recenti comunicazioni istituzionali e dai resoconti degli esperti, che la terza dose rappresenti un tassello fondamentale per arginare la pandemia. Tuttavia, ad oggi la platea degli aventi diritto appare molto ristretta (possono riceverla solo over60, fragili e sanitari e ospiti di Rsa a 180 giorni dalla somministrazione della seconda). Non solo. In base ai dati, solo 1 milione e 600 mila persone su 20milioni, si sono presentate per ricevere l’inoculazione. Figliuolo, Speranza e Locatelli hanno detto di voler velocizzare la somministrazione, ma nella pratica come fare per procedere più spediti? Lo abbiamo chiesto al Professore Guido Rasi, ex capo dell’agenzia europea del farmaco Ema e consulente del commissario per l’emergenza Francesco Figliuolo.

“Si deve partire dalla comunicazione. Attenzione, in questo caso non c’è stata ‘cattiva comunicazione’. Semplicemente fino ad oggi i dati sulla terza dose erano ancora non chiari e non certi. Suggerivano di andare verso la terza dose, ma c’era cautela, a parte per i fragili ai quali infatti è stata somministrata anche prima che lo dicesse l’Ema. Oggi invece ci sono dati epidemiologici che ne certificano la validità. Quindi la comunicazione sarà: abbiamo tutta l’evidenza che la terza dose serva a 6 mesi dalla seconda. D’altronde l’esperienza di Israele ci ha dimostrato che effettivamente è una soluzione, il declino progressivo dell’immunità adesso è documentato. Poi per i vaccini le tre dosi sono il minimo sindacale”.

Ci spieghi meglio

Se noi apriamo la pagina del calendario del Ministero della Salute vediamo che nel primo anno di vita, i vaccini si fanno in tre dosi. Quindi la terza dose dal punto di vista immunologico era ipotizzabile, dal punto di vista reale si è evidenziato ora che diventa necessaria. A questo punto bisogna spiegare bene che c’è tutta l’evidenza sia della sicurezza, sia della necessità.

Da adesso quindi la comunicazione deve essere più capillare? E’ questo il metodo che si cercherà di attuare?

Si, da adesso bisogna dire: ‘abbiamo documentata evidenza che serve e quindi bisogna iniziare a spingere’. Le dosi ci sono, la macchina vaccinale è pronta, quindi adesso bisogno solo spiegare il perché farla.

Ci si aspetta di raggiungere il numero di somministrazioni delle prime dosi dei mesi passati? 500 mila al giorno? Naturalmente allargando la platea degli aventi diritto?

Quello è l’ideale. Ma tenga conto che c’è una differenza fondamentale fra prima e adesso. Per fortuna l’immunità non è un interruttore per cui a sei mesi si spegne. Non è che fra il sesto mese e il sesto mese e due settimane la gente muore stecchita. E’ importante però fra il sesto e il nono mese rifarla, perché quello è l’arco di tempo durante il quale si diventa progressivamente più vulnerabili. Quindi mentre prima chi era destinato a morire o finire in terapia intensiva, perciò a rischiare molto, era completamente scoperto, adesso queste persone sono a rischio di riprendersi la seccatura della malattia. Siamo in due situazioni completamente diverse.

Prendiamo il caso dei vaccinati con Astrazeneca, che hanno meno di 60 anni e per i quali probabilmente sono scaduti anche i 6 mesi dalla seconda dose. Cosa devono fare?

Devono pensare di farla. La strategia è questa. Cercare di convincere e spiegare bene a quei tre milioni degli aventi diritto e che ancora non sono raggiunti (i fragili) che hanno rischio oggettivo oggi. Poi tocca agli ultra 60enni che sono stati i primi vaccinati, quindi Astrazeneca o non Astrazeneca sono quelli che si stanno allontanando più rapidamente dai 6 mesi e per età sono quelli più vulnerabili. Questa è l’urgenza. Poi dai 50 a 60 sarà la prossima urgenza ed è presumibile che si parta già da inizio dicembre, perché nel frattempo è passato un altro mese e quindi anche loro si allontanano dai 6 mesi. Per i più giovani che si sono vaccinati dopo e che hanno quasi sicuramente utilizzato i vaccini a mRna, sicuramente i tempi si possono dilatare di un po’.

Non c’è rischio che siamo in ritardo sulla terza dose?

Direi di no, ma adesso bisogna cominciare a farla.

Si comincia a parlare di vaccino per i bambini. Il dubbio è che si voglia sostituire la frangia dei NoVax con i milioni di bambini che vogliamo andare ad immunizzare

No, perché purtroppo dal punto di vista epidemiologico sono due cose diverse. Tenga conto che la fascia 4-11 anni socialmente impatta su alcune aree. La fascia alta, quella fra 40 e 50 anni, che è la meno vaccinata, impatta soprattutto sul mondo del lavoro. Quindi purtroppo la vaccinazione del bambini non sana quel vulnus. Lo mitiga, perché è un altro dei circuiti di circolazione del virus, ma non lo compensa. Vaccinare i bambini, secondo il parere dei pediatri che hanno polso della situazione, è sostanzialmente importante per l’altissima crescita del Covid in quella fascia e perché il bambino tollera i vaccini molto meglio: ci aspettiamo reazioni vicino allo zero. Inoltre i bambini che prendono il Covid in maniera severa, al 50% rischiano il Long Covid e questa è la grande preoccupazione dei pediatri.

Perché?

Perché dà danni persistenti al cuore e ad altri organi. Persistenti vuol dire che non sappiamo quanto dureranno, potrebbero essere definitivi, non lo sappiamo perché non c’è ancora osservazione, ma sono per ora molto molto prolungati. Questo con buona pace di chi aveva paura degli effetti a lungo termine del mRna dei vaccini, che è un piccolo codice inerte di pochi migliaia di basi di Rna, a fronte, come si è dimostrato, di quello del virus che ti inocula tutto il suo Rna a dosi massicce, bloccando il tuo e sostituendosi. Quindi la preoccupazione dei pediatri è per i bambini, non per la pandemia. Non stiamo usando i bambini perché non possiamo raggiungere gli altri, ma perché abbiamo paura degli effetti del Covid su di loro: d’altronde i primi decessi di bambini tra 4 e 11 anni li abbiamo avuti negli Stati Uniti, dove c’è bassa vaccinazione e non dove la vaccinazione è andata bene.

Rimane il problema dello zoccolo duro di coloro che non intendono vaccinarsi. Li dobbiamo inseguire ancora?

Anche lì si possono distinguere i dubbiosi dai NoVax. Sui primi vale la pena insistere: ogni giorno continuiamo ad avere 15-20 mila persone raggiunte da prime dosi, segno che c’è margine. In fondo se continua così, in due mesi è un altro milione di vaccinati.

L’Oms ha avvertito dell’arrivo imminente della quarta ondata in Europa. Quanto ci dobbiamo preoccupare in Italia?

In Italia abbiamo una buona vaccinazione e un equilibrio fragile. Dobbiamo preoccuparci di questa fragilità composta da alcuni elementi: la disomogeneità territoriale, la disomogeneità per fascia di età e il comportamento di assembramento dei non vaccinati. Gli esempi sono di una facilità oramai così eclatante che mi stupisce qualcuno abbia ancora dubbi. Potremmo anche mantenere questi numeri per l’alta vaccinazione raggiunta e perché mediamente la gente rispetta le norme della mascherina e della distanza: ma quando hai 7 milioni che non hanno capito, pure essendo una minoranza, sono comunque una piccola nazione e formano una comunità ad alta circolazione. Trieste è di fatto un esperimento epidemiologico: i NoVax messi insieme, hanno scatenato l’inferno. Infatti lì i malati sono sopra la soglia critica degli ospedali, nel resto d’Italia no e abbiamo mantenuti sotto controllo i numeri.

Veniamo alle cure contro Covid. In Gran Bretagna l’agenzia del farmaco ha già autorizzato la pillola Merck, antivirale promettente. Quando sarà disponibile da noi?

Entro metà dicembre arriverà l’autorizzazione dell’Ema. Mi permetta una digressione.

Prego.

L’autorizzazione dell’Ema si basa su tre pilastri: efficacia, sicurezza e qualità. Per qualità si intende garantire che la produzione sia assolutamente uguale dalla prima fiala dalla milionesima, dalla Norvegia a Corfù. In Europa il sito produttivo non può essere uno solo, quindi l’Ema quando rilascia deve essere sicura che tutta la produzione che entrerà in Europa da varie direzioni sia della qualità voluta. Perciò l’Inghilterra che ha le prime dosi sue sul territorio può autorizzare già adesso. Perciò l’America che se la produce in casa può garantire sui suoi lotti. Qui abbiamo da certificare ogni volta 27 lotti che entrano nelle nazioni. Il controllo della qualità deve essere fatto a priori, non si possono poi inseguire le fiale e ritirarle perché qualcosa non va. Ema, dunque deve fare un passaggio in più, che è tutto a nostro vantaggio.

Capisco. Dunque per questo l’autorizzazione arriverà a metà dicembre, anziché subito...

Sì, ma per i lotti sperimentali già certificati l’Ema supporterà gli Stati membri nell’utilizzarlo prima della certificazione. Vuol dire che siccome ogni Stato ha a disposizione una legge d’emergenza, può aiutarci ad utilizzarlo da subito. Quindi a fine dicembre con l’approvazione ci sarà immediata utilizzazione per tutti, se uno vuole utilizzarlo già a metà novembre può ricorrere a questa legge 648 ed accedere subito alle dosi.

Si tratta di un farmaco risolutivo?

No, ma è un altro pezzo fondamentale perché è orale e perciò può essere usato anche a casa senza dover andare in ospedale come avviene invece per i monoclonali. SI utilizza anch’esso nelle fasi precoci della malattia e per le persone a rischio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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