In Guinea Conakry finisce l'impunità dei militari?

CELLOU BINANI / AFP

AGI - L'impunità di poliziotti e gendarmi “colpevoli” di aver represso manifestazioni con forza eccessiva, provocando anche morti, è sempre stata scontata in Guinea Conakry. Ci sono i morti e i feriti durante le manifestazioni ma nessun membro delle forze dell'ordine viene perseguito. Ma ora, sembra, che l'aria stia per cambiare.

Il procuratore generale della Guinea ha, infatti, ordinato al ministero della Sicurezza di comunicargli i nomi di tutti gli agenti di polizia che erano sul campo il giorno in cui un giovane è stato ucciso a margine di una manifestazione sui prezzi del carburante.

Il procuratore generale, Alphonse Charles Wright, ha concesso al ministro tre giorni per conformarsi. Ordinando, inoltre, alla polizia di trasmettere alla giustizia “senza indugio l'ordine operativo delle unità di intervento che stavano pattugliando la zona al momento dei fatti”. Tutto ciò può apparire ordinaria amministrazione.

Un giovane viene ucciso dalla polizia durante una manifestazione e i giudici aprono un'inchiesta per punire il colpevole. Ma in Guinea Conakry rappresenta un cambiamento, una discontinuità rispetto al recente passato.

I difensori dei diritti civili nel paese hanno sempre criticato le autorità sotto la presidenza di Alpha Condé, rovesciata da un colpo di stato nel settembre 2021, per l'impunità di cui godono poliziotti e gendarmi che usano abitualmente la forza in modo eccessivo.

Decine di guineani, infatti, sono stati uccisi tra il 2019 e il 2021 durante le proteste contro il terzo mandato del presidente Condé. Nessun poliziotto o gendarme è stato ritenuto responsabile.

I militari che hanno rovesciato Condé hanno promesso di rompere con il passato. La morte di Thierno Mamadou Diallo mette alla prova questo impegno e, anche per questo, misurerà le parole spese dal colonello Mamady Doumbouya dopo la presa del potere attraverso un colpo di stato.

Thiero Mamadou Diallo, 19 anni, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 1 giugno durante gli scontri tra le forze dell'ordine e i manifestanti che protestavano contro l'aumento dei prezzi del carburante, cresciuto del 20% in un solo giorno. Il procuratore generale ha aperto un'indagine preliminare per omicidio colposo, ma si è astenuto dal nominare la polizia come responsabile della morte.

Il procuratore, tuttavia, ha fatto notare che, secondo alcune testimonianze e quanto riferito ai parenti, il giovane è stato colpito mentre si trovava in un negozio e che all'esterno erano stati sparati dei colpi d'arma da fuoco dalla polizia. “La legge sarà applicata in tutto il suo rigore ed entro un tempo ragionevole”, ha promesso il magistrato.

Intanto tra i giovani di Conakry monta la rabbia, anche se, per ora, non si sta manifestando in altre proteste. Il Fronte nazionale per la difesa della Costituzione (Fndc), collettivo che aveva orchestrato le proteste contro l'ex presidente, aveva indetto una manifestazione durante i funerali del giovane, che avrebbero dovuto tenersi lunedì, e che in passato, in simili occasioni, sono degenerate.

La manifestazione è stata posticipata anche perché i parenti hanno rinviato la sepoltura. Il Fndc, dal canto suo, ha apprezzato “l'impegno del procuratore generale”, preso sotto la “pressione dell'opinione pubblica di identificare il colpevole”. Vedremo se si arriverà a fare giustizia.

Nel paese, infatti, rimane il divieto di manifestare. Il potere militare, sempre più percepito come solitario e autoritario, non fa altro che proseguire nel suo progetto di emarginazione dei partiti politici e della società civile.

L'Onu, nei giorni scorsi, ha esortato la giunta militare a “ripristinare il diritto a manifestare sulle strade pubbliche. Incoraggiamo le autorità di transizione a garantire la reale e seria protezione dello spazio pubblico, anche garantendo la libertà di espressione, associazione e riunione pacifica”. Secondo le Nazioni Unite le misure introdotte dai militari “violano le norme sui diritti umani e rappresentano una battuta d'arresto sulla strada del rafforzamento della democrazia e del rispetto della legge”.

La risposta dei vertici dello Stato non si è fatta attendere: non vi è alcun motivo per ripristinare il diritto alla protesta. La giunta militare ha proclamato il 13 maggio il divieto, “fino al periodo di campagna elettorale”, di qualsiasi manifestazione sulla pubblica via “idonea a compromettere la tranquillità sociale e la corretta attività esecutiva” durante i tre anni che dovrebbero precedere un ritorno al potere dei civili.

La giunta militare, inoltre, da quando è salita al potere, sostiene di aver istituito organismi di dialogo, come il Consiglio nazionale di transizione, che ha funzioni di Parlamento. Per queste ragioni, secondo la giunta, “le contraddizioni e le incomprensioni possono essere discusse in tutta serenità. Di conseguenza, nulla può giustificare le marce in questo delicato periodo della vita nazionale in cui i guineani hanno iniziato a parlarsi come fratelli”.

Peccato che negli organismi di dialogo siedono solo coloro che non manifestano contrarietà ai golpisti. Tutti gli altri rimangono fuori. Il dialogo è un po' surreale, anche perché al potere c'è un uomo solo. Vedremo se l'iniziativa del procuratore generale di perseguire i colpevoli dell'omicidio del giovane Thierno Mamadou Diallo, cioè mettere fine all'impunità delle forze dell'ordine, può rappresentare un primo passo, seppur timido, sulla strada del ritorno dei civili al potere.

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