Herpes zoster, dagli esperti il punto sulla vaccinazione in Toscana

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(Adnkronos) – Un focus sulla vaccinazione contro l’Herpes zoster e sulle opportunità offerte dal nuovo strumento di prevenzione nella regione Toscana. E’ accaduto durante il webinar “Update: i nuovi vaccini dell’adulto, focus Herpes Zoster”, organizzato da Farecomunicazione, che ha messo a confronto esperti e clinici.

Ad oggi si contano circa 150mila italiani interessati dal cosiddetto “fuoco di Sant’Antonio”, un dato che incide maggiormente nella popolazione dopo i 50 anni (addirittura una persona su due negli over 85). Il Piano nazionale di prevenzione nazionale 2017-2019 ha introdotto la vaccinazione a partire dai 65 anni e per i cinquantenni affetti da specifiche patologie.

La presenza di un nuovo vaccino richiede quindi una valutazione che tenga conto del suo potenziale come strumento di prevenzione e che si integri con un modello organizzativo condizionato dai piani vaccinali anti Covid19.

“La regione Toscana ha risentito dell’emergenza causata dal SarsCov2 – afferma Emanuela Balocchini, responsabile del settore Prevenzione collettiva della Regione Toscana -. Da venticinque anni ci siamo dotati di una Commissione regionale vaccini, che sta riprendendo in mano la programmazione. Al momento l’attenzione è ancora catalizzata dalla vaccinazione anti Covid, però godiamo di un modello organizzativo regionale che punta sulla medicina territoriale per la vaccinazione, medici di medicina generale e pediatri di libera scelta. Siamo tra l’altro una delle poche regioni che ha affidato la profilassi anti Covid ai medici di famiglia e, nonostante le difficoltà, grazie a questo sistema abbiamo mantenuto una copertura vaccinale sopra al 95% per i bambini a 24 mesi.”

Per gli adulti e l’herpes zoster occorre invece implementare il metodo con la medicina territoriale, che è in grado di offrire una consulenza continua con i pazienti. “La Toscana ha una grande tradizione sulle vaccinazioni – conclude Balocchini -, sebbene sia una pratica che è vittima del suo stesso successo. Appena una malattia regredisce si pensa che non ci sia più e si sente meno il bisogno di ricorrere al vaccino. Per questo il dialogo con il medico di famiglia è fondamentale; d’altronde chi conosce cosa sia una nevralgia post erpetica si vaccina di corsa.”

La sensibilizzazione nei confronti della popolazione è un aspetto su cui anche Paolo Bonanni, professore ordinario di Igiene all’università di Firenze, punta molto. “Il problema riguarda non solo i pazienti fragili, ma una fetta significativa della popolazione e il nuovo vaccino consente di dare ottime risposte come efficacia e durata nel tempo anche in chi sia immunocompromesso. L’età è un fattore predisponente, ma anche alcune patologie croniche sono condizioni di forte rischio”.

La prospettiva offerta dal nuovo vaccino consentirebbe di migliorare di molto la prevenzione, visto che l’herpes zoster è più ricorrente nei pazienti fragili rispetto ai coetanei sani. Un altro aspetto su cui riflettere è la durata, dato che “secondo diversi studi emerge un calo importante di efficacia del precedente vaccino vivo attenuato nei successivi 7-10 anni dalla somministrazione – spiega Bonanni -. Ne deriva che solo il 21% della popolazione vaccinata risulta essere ancora protetta”. “Di recente il Calendario per la vita ha raccomandato l’utilizzo di questo nuovo vaccino per efficacia e durata – riprende Bonanni -. Si è in attesa degli esiti dei report di Health Technology Assessment, per valutare la definitiva preferibilità del vaccino ricombinante adiuvato, anche in termini farmaco-economici e organizzativi. Però il board chiede un utilizzo immediato considerando la crescente incidenza di herpes zoster, che ha importanti complicanze nei soggetti immunocompromessi. E successivamente si dovrà estendere l’uso progressivo sul resto della popolazione, e considerarlo un investimento in quanto misura terapeutica”.

Nei pazienti immunodepressi l’herpes zoster può portare maggiori complicanze, fino a coinvolgere gli organi con focalizzazioni nei polmoni o nell’encefalo, per cui “il vaccino non è solo atto preventivo ma terapeutico per questi pazienti”, sottolinea Letizia Attala, infettivologa alla S.O.C. Malattie infettive 1 dell’Ospedale Santa Maria Annunziata di Firenze. “Nelle guide per le malattie reumatologiche si consiglia di utilizzare il vaccino ricombinante, mentre sono in corso studi di fase due e tre per pazienti con patologie ematologiche. Anche in pazienti con tumori solidi si sta studiando in quale fase terapeutica sia opportuno vaccinare”. Risultati incoraggianti provengono anche dallo studio in fase uno e due su diverse coorti di pazienti HIV e da uno studio sui trapiantati renali.

Centrale quindi il ruolo non solo dello specialista: la medicina generale è fondamentale anche nella vaccinazione dell’adulto e la Toscana è stata la prima regione in Italia ad affidarne la pratica agli ambulatori dei medici di famiglia. Un accordo di due anni fa che ha subito l’impatto della pandemia, ma che prevede che “il medico possa fare tutte le vaccinazioni previste nei Lea e in linea con il Piano nazionale di prevenzione vaccinale – sottolinea Elisabetta Alti, direttrice del dipartimento di Medicina generale della Asl Toscana centro -. Il modello organizzativo va implementato, ma teniamo conto che lo scorso autunno noi medici di medicina generale abbiamo vaccinato 13 milioni di persone, quindi possiamo dire di essere a buon punto. Siamo un punto di riferimento, capillari sul territorio e più raggiungibili rispetto a un centro vaccinale. Certo, la distribuzione del vaccino deve essere adeguata all’utenza e altrettanto capillare. Il nuovo vaccino è meglio trasportabile ed è co-somministrabile, un aspetto importantissimo da considerare. E dover fare due dosi non è un problema: abbiamo visto che per il vaccino contro il Covid l’adesione è comunque stata alta.”

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