"Ho 27 anni, mi sono ammalato a marzo: dopo 6 mesi sto ancora male per la sindrome post-Covid"

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(Photo: Oleksii Pobokov via Getty Images)
(Photo: Oleksii Pobokov via Getty Images)

Sono trascorsi 182 giorni dalla scoperta della positività, quando il 27enne Charlie Russell sceglie di raccontare la sua esperienza sulle pagine del britannico Guardian. Dopo sei mesi, il ragazzo è negativizzato ma non “guarito”: i postumi si fanno ancora sentire e la sua vita non è più quella di prima.

“Non corre più cinque chilometri tre volte a settimana. Non va al pub. Non sta lavorando. E non sta migliorando”, dice il Guardian. E Russell racconta: “Se avessi saputo che sarebbe stato così, avrei preso tutto molto più seriamente a marzo. Ma, secondo quello che sentivamo dire allora, essendo una persona giovane probabilmente sarei rimasto asintomatico. Oppure sarei stato male per un paio di settimane e sarebbe finita lì”.

Invece Charlie soffre ancora di dolori al torace, di emicranie atroci, di affanno, vertigini e spossatezza. Il 27enne è una delle tante le persone che, per la maggior parte perfettamente sane prima della malattia, dopo aver superato il Covid-19 continuano a presentare sintomi debilitanti. Stanchezza cronica, affanno, mialgie, difficoltà a concentrarsi, problemi di memoria, sintomi gastrointestinali, alterazione dell’olfatto e del gusto, rash cutanei, perdita di capelli: la lista dei disturbi è lunga, proprio come quella dei pazienti che li lamentano.

In Italia qualcuno inizia a parlare di “sindrome post-Covid”, mentre nel mondo anglosassone si sta diffondendo la definizione “long-haulers” (“malati a lungo termine”, ndr). Una condizione che non risparmia i pazienti più giovani.

Nell’articolo dedicato al caso del 27enne, il Guardian riporta la testimonianza di Charles Shepherd, consulente medico della ME Association a supporto delle persone affette da encefalomielite mialgica (conosciuta anche come “sindrome da affaticamento cronico”). “Al momento viene posta straordinaria enfasi sul fatto che i giovani staranno bene e che il motivo principale per cui dovrebbero prendere precauzioni è evitare il contagio dei loro nonni”, ha detto Shepherd. Il consulente medico della ME Association - che ora si trova a ricevere richieste anche dai pazienti ex-Covid con postumi - ha aggiunto: “C’è il rischio che se i più giovani si ammalano, pur non subendo ricovero, si trovino ad avere a che fare con la sindrome post-Covid. Non succederà alla maggioranza, ma l’evenienza è reale per una minoranza significativa”.

Il Guardian sottolinea che è consistente la percentuale delle persone che nel Regno Unito lamentano sintomi a lungo termine: questi i dati forniti da Tim Spector, professore di epidemiologia genetica al King’s College di Londra. Lo scienziato afferma che “circa il 12% dei malati segnala i sintomi all’app Covid Tracker per più di 30 giorni. Un paziente su 200 ci dice che i postumi durano più di 90 giorni”, scrive la testata britannica.

Non solo Regno Unito. A livello internazionale sono tantissimi i guariti che, anche a distanza di settimane dalla dimissione e/o dalla negativizzazione, non riescono a riprendere le redini delle loro vite, soffrendo le conseguenze dei sintomi anche sotto il profilo sociale e lavorativo. Per questa ragione, in tutto il mondo, decine di migliaia di persone hanno iniziato a costituire gruppi di auto-sostegno attraverso la rete. È questo il caso di una community Facebook italiana che, nel giro di qualche settimana, ha superato il migliaio di iscritti: “Noi che il Covid lo abbiamo sconfitto”.

La comunità medico-scientifica internazionale, nel frattempo, fa piccoli passi avanti sul tema “long-haulers”. A fine luglio il Centers for Disease Control and Prevention (CDC), importante organismo di controllo della salute pubblica degli Stati Uniti, ha pubblicato un report sui pazienti, anche giovani e senza patologie preesistenti, che dopo aver superato l’infezione da Covid-19 continuano a presentare sintomi e disturbi a lungo termine. Sempre oltreoceano, a essere convinto dell’esistenza di una sindrome post-Covid c’è il dottor Anthony Fauci, il virologo americano a capo della task force anti-coronavirus degli Stati Uniti.

Tra i pochi studi finora dedicati al tema spicca una research letter italiana, da poco pubblicata sulla rivista medica Jama da un gruppo di geriatri della Fondazione Policlinico Universitario “Agostino Gemelli” Irccs e dell’Università Cattolica, campus di Roma.

Lo studio, firmato da Angelo Carfì, Uoc Continuità assistenziale Policlinico Gemelli, Francesco Landi, docente di Medicina interna e geriatria all’Università Cattolica, e Roberto Bernabei, ordinario Medicina interna e geriatria all’Università Cattolica e direttore Dipartimento Scienze dell’invecchiamento, neurologiche e della testa–collo del Policlinico Gemelli, è stato condotto presso il Day Hospital post-Covid della Fondazione Policlinico Gemelli dal 21 aprile scorso.

Su 143 pazienti, seguiti fino alla fine di maggio, a distanza di oltre due mesi dalla diagnosi di Covid-19, solo 1 su 10 non presentava sintomi correlabili alla malattia iniziale. Lo studio afferma che ben l’87% dei soggetti riferiva la persistenza di almeno un sintomo, soprattutto stanchezza intensa (53,1%) e affanno (43,4%). Il 27,3% lamentava dolore alle articolazioni e 1 su 5 dolore toracico. La qualità di vita - valutata con apposite scale dagli scienziati del “Gemelli” e dell’Università Cattolica - è risultata infine peggiorata in tutti i pazienti.

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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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