"Ho detto a Traini di non farsi troppe speranze"

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Rigettato il ricorso presentato dalla difesa di Luca Traini alla Suprema Corte. Il Lupo di Macerata, che il 3 febbraio dello scorso anno sparò contro sei africani per vendicare il delitto di Pamela Mastropietro, resterà dunque in carcere e non ai domiciliari come chiesto dall’avvocato Giancarlo Giulianelli ora in attesa delle motivazioni dei giudici della Corte di Cassazione.

di Silvia Mancinelli "Ho visto Luca Traini una settimana fa, gli ho detto di non farsi troppe speranze. Ci sono tante ragioni che spingono verso l’accoglimento della nostra richiesta dei domiciliari ma tante altre di carattere giuridico perché sia respinta". Lo ha detto all’Adnkronos l’avvocato Giancarlo Giulianelli, legale di Luca Traini, prima di entrare nell’aula prima penale della Corte di Cassazione che oggi deciderà le sorti del 29enne maceratese. Il ragazzo con in casa il Mein Kampf e la croce celtica e il sogno di entrare in politica con la Lega a Corridonia (si candidò nel 2017 senza però ottenere alcuna preferenza), è stato condannato in primo grado a 12 anni di carcere per la sparatoria del 3 febbraio 2018 nella quale rimasero ferite sei persone di colore.  

La difesa confida nella conversione della misura ai domiciliari, per il suo avvocato "sufficiente" a soddisfare le esigenze cautelari del "vendicatore" di Pamela Mastropietro, la 18enne romana uccisa e fatta a pezzi da Innocent Oseghale. I domiciliari per Traini erano già stati chiesti dal suo legale in Corte d’Assise, che però aveva respinto l’istanza; da lì la decisione di rivolgersi al Tribunale del Riesame di Ancona. "Certo - spiega ancora l’avvocato Giulianelli - il clamore mediatico ha alzato l’asticella, mi aspetto però che le norme processuali vengano applicate. Non ci sono elementi per ritenere pericoloso il mio assistito, o meglio si può far scontare la pena anche ai domiciliari con il braccialetto elettronico". 

Così come ha ribadito davanti ai giudici della Suprema Corte. "La vicenda del mio assistito è balzata agli onori della cronaca ancor prima di giungere nelle aule di giustizia e risente ancora oggi del clamore mediatico - ha spiegato davanti al giudice l'avvocato Giulianelli - Il tempo già trascorso in regime carcerario da Traini non è affatto di scarsa rilevanza (un anno e tre mesi) ed è pienamente consapevole e pentito di quanto commesso. Anche Massimo Picozzi nella sua perizia ha evidenziato come due momenti abbiano colpito il mio assistito, mettendo in dubbio le sue certezze. La vista dei segni dell'intervento chirurgico all'addome di un ragazzo da lui ferito (già si era dispiaciuto di aver ferito una ragazza, di averla poi vista intervistata in un letto d'ospedale) e una lettera scritta dalla cognata, nella quale due mesi dopo i fatti ricordava quali traumi il suo gesto avesse provocato ai suoi familiari, soprattutto alla madre".  

"Stando in carcere - aveva scritto Picozzi nella sua perizia ricordata in aula dal legale di Traini oggi - il ragazzo si era accorto di quanto i media lo abbiano condizionato nella scelta criminale. Una posizione, quella di molte cronache giornalistiche, che da anni lega razza e crimine. Se poi conosci le persone - continua il criminologo - ti accorgi che '... siamo tutti poveracci'". Da qui la richiesta della difesa: "Se tanto emerge - incalza l'avvocato Giulianelli - non si comprende come il Tribunale del Riesame abbia potuto affermare che non siano stati indicati i progressi di Traini finalizzati a una piena comprensione, sociale prima che giuridica, di quanto si è reso protagonista". 

E prosegue, l'avvocato Giulianelli: "Dimentica il Tribunale anconetano l'incensuratezza di Traini, l'assenza di qualsivoglia pendenza giudiziaria, a parte quella per cui si trova il carcere, e il contegno processuale e intramurario sin qui serbato; elementi - aggiunge - che andavano adeguatamente valutati per addivenire a un giudizio sulla sua personalità che fosse scevro da 'condizionamenti' derivanti dall'eclatanza dei fatti assurti all'onore delle cronache, come invece emerge dalla lettura dell'ordinanza impugnata". "Alcuna valida motivazione può ritenersi fornita - conclude il legale di Traini - circa le ragioni per le quali sarebbe inidonea la misura cautelare degli arresti domiciliari".