"Ho tenuto paziente intubato in pronto soccorso 30 ore". Il racconto di un medico di Milano

Manuela D'Alessandro
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“Sono arrivato a tenere in pronto soccorso una trentina di pazienti per più giorni. Uno di loro intubato per 30 ore, un altro col casco per sei  giorni. Tutti sulle barelle, così vicine che gli infermieri ci devono salire sopra per dare la terapia perché in mezzo non ci passano”. Lo racconta all'AGI  Marco Bordonali, direttore del pronto soccorso dell'ospedale San Giuseppe di Milano secondo il quale la seconda ondata “è peggio della prima perché porta delle criticità nuove, di tipo organizzativo”.

"La prima ondata è stata gestita meglio"  

“Il paradosso – spiega  - è che la prima ondata così violenta ha colto tutti impreparati ma ha avuto il vantaggio di beneficiare di ospedali dedicati solo al Covid e questo comportava che ogni paziente in tempi relativamente brevi potesse avere un letto. Ora gli ospedali sono stati ‘smezzati' tra pazienti puliti e positivi e questo si risolve nel fatto che non c'è posto per tutti e i malati restano in pronto soccorso che non è il luogo più adatto. Perché sono sulla barelle, non hanno le terapia e l'assistenza che possono aver in reparto e per gli anziani c'è il disagio delle piaghe e dei dolori a non stare su un letto”.

Per dare un'idea della situazione, Bordonali riporta un dato: “Siamo andati oggi sul portale della Regione per vedere in quale struttura poter dirottare dei pazienti sub-acuti (in via di guarigione ma bisognosi di convalescenza, ndr).  I posti disponibili erano 131 a fronte di 3073 richieste. Ok, mettiamoci in fila, ma quando si libereranno i posti? Intanto questi pazienti restano in reparto”.  Secondo il direttore del pronto soccorso, che ha un'esperienza trentennale anche all'estero nella medicina dell'emergenza, nei cinque mesi tra un'ondata e l'altra si poteva fare di più.

Milano zona arancione? Ora un'assurdità 

“Non sono un politico, ma si potevano selezionare dei poli anche per Milano per gestire le patologie alternative al Covid, come per esempio il vecchio ed enorme San Gerardo di Monza, una delle città più colpite. La questione di Milano, diventata il fulcro del contagio, avrebbe richiesto inoltre degli ospedali da campo, come sa chiunque conosca la medicina d'emergenza. Si doveva fare un piano strategico, ancor più grave è lasciarsi travolgere da una situazione conosciuta. Vanno bene i virologi nei tavoli tecnici ma dovevano esserci seduti anche esperti dell'emergenza, come per esempio Gino Strada". 

Su Milano possibile zona arancione, Bordonali non ha dubbi: “Sarebbe un'assurdità. Checché se ne dica, siamo ben lontani dall'esserne fuori e se molliamo ora ci aspettano tempi davvero difficili”. (AGI)