La battaglia di Hong Kong, in migliaia in piazza malgrado il divieto

Umberto De Giovannangeli
·7 minuto per la lettura
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Hong Kong, il sabato della collera. Gas lacrimogeni, bombe molotov, pietre, cannoni ad acqua, barriere di filo spinato: è la battaglia di Hong Kong. A dispetto delle aspettative della vigilia migliaia di persone, sfidando il diluvio, sono scese in strada a Hong Kong per manifestare a favore della democrazia. E questo nonostante il divieto della polizia che non ha concesso l’autorizzazione, a causa degli scontri della settimana scorsa. La polizia ha ripreso il controllo dell’area intorno al parlamento dopo un’ora circa di guerriglia con i manifestanti che oltre a scagliare mattoni, pietre e oggetti pesanti all’indirizzo degli agenti in tenuta antisommossa, hanno lanciato diverse molotov all’interno del recinto che circonda l’edificio. Secondo i media locali, i cannoni d’acqua sono tornati in servizio a Harcourt Road. Per aggirare il divieto, la folla si è radunata per una manifestazione religiosa, che non richiede le stesse autorizzazioni delle proteste che hanno bloccato Hong Kong, fra cui quella del 18 agosto alla quale hanno partecipato 1,7 milioni di persone. I dimostranti hanno sfilato davanti ad alcuni monumenti religiosi nello storico distretto di Sheung Wan prima di tornare verso il distretto governativo. La polizia ha sparato gas lacrimogeni e in precedenza le forze di sicurezza avevano utilizzato spray al peperoncino contro i dimostranti. La manifestazione era stata convocata nel quinto anniversario del rifiuto della Cina di concedere elezioni libere a Hong Kong, una mossa che ha scatenato il sit-in di massa nel 2014.

“Il nostro obiettivo è di farci rispondere dal governo”, afferma Betty Lam, 23 anni. “Rispetto a cinque anni fa, ora molti di noi sono svegli”, ha aggiunto, riferendosi al diktat di Pechino del 2014. Intonando inni e gridando slogan di protesta, i manifestanti hanno marciato lungo le strade. Durante la manifestazione è stata avvistata una bandiera nella folla: una bandiera rossa come quella cinese ma le cui stelle formavano una svastica. Uno slogan formato dalle parole “Cina” e “nazista” era associato alla bandiera: #chinazi. Lo slogan #chinazi è diventato popolare tra gli oppositori per accusare il regime di Pechino di violare i diritti umani. Un piccolo gruppo di manifestanti ha sventolato bandiere a stelle e strisce e cantato l’inno nazionale degli Stati Uniti esortando il presidente Donald Trump a “liberare” la città dall’influenza cinese. La Cina a sua volta ha accusato gli States di aver alimentato le proteste iniziate a giugno contro un disegno di legge che autorizza le estradizioni sulla terraferma.


“Vorremmo che il presidente Trump liberasse Hong Kong”, ha detto Chris, un ragazzo che ha rifiutato di dare il suo nome completo ai giornalisti. La polizia è intervenuta anche con gli idranti che hanno sparato una vernice blu contro i dimostranti che lanciavano bombe molotov contro le barricate erette dalla polizia fuori dagli uffici governativi. Mentre continuano gli scontri nei pressi del Consiglio legislativo, migliaia di altri manifestanti sono diretti verso i distretti centrali e finanziati della città. “Possono vietare le manifestazioni o meno, arrestarmi o no, ma la gente di Hong Kong scenderà in strada”, aveva previsto Joshua Wong, uno dei leader delle proteste arrestato e liberato poche ore dopo su cauzione. Nella serata di ieri sono stati arrestati altri due deputati Au Nok-hin e Jeremy Tam, per il sospetto di ostruzione all’attività della polizia: Au in particolare è stato accusato di aver assalito un agente, nel resoconto dei media locali. Wong aveva visto giusto, nonostante gli attivisti del Civil Human Rights Front avessero deciso di cancellare l’ennesima marcia. Migliaia di persone invece si sono radunate a Southorn Playground di Wan Chai per un nuovo corteo che con il passare delle ore si sta trasformando in scontro violento. Negli intenti degli organizzatori il raduno doveva essere di carattere religioso e non prevedeva un via libera da parte delle autorità.

“Qui si pratica la libertà religiosa - ha dichiarato alla Reuters Sally Yeung, 27, una giovane che si professa cristiana- siamo qui per pregare per la giustizia. Se la polizia ci attacca infrange un nostro diritto fondamentale”. Un altro studente in piazza ha aggiunto: “Dire che non possiamo protestare è come obbligarci a non respirare. Ho il dovere di manifestare per la democrazia. Forse vinceremo, forse perderemo. Ma continueremo a lottare”.” Ormai le tattiche repressive impiegate dalle autorità di Hong Kong sono le stesse di Pechino: organizzatori di manifestazioni aggrediti da delinquenti, attivisti arrestati, manifestazioni vietate“, dice Man-kei Tam, direttore di Amnesty International Hong Kong. Durante le proteste la polizia ha diffusamente fatto ricorso a lacrimogeni, proiettili di gomma e granate di spugna in maniera eccessiva e illegittima. “I cannoni ad acqua non sono giochi che la polizia di Hong Kong può usare come dimostrazione di forza. Sono armi potenti che colpiscono in maniera indiscriminata e possono procurare ferite gravi o anche la morte: possono provocare perdita di conoscenza, causare cecità, spingere una persona in maniera violenta facendola urtare contro altri oggetti o rendere questi ultimi dei veri e propri missili. Nelle nostre strade affollate il loro impiego può provocare un disastro”, rimarca ancora il direttore di Amnesty International Hong Kong. Le autorità dell’ex colonia britannica hanno bloccato il servizio di trasporto pubblico e la metro intorno alla sede di rappresentanza della Cina e ai palazzi governativi e hanno iniziato a usare lacrimogeni e cannoni con acqua colorata di blu a Harcourt Road per rispondere alle provocazioni dei manifestanti che hanno lanciato pietre, bombe molotov e usato i puntatori laser. I manifestanti a Hong Kong hanno circondato la sede della polizia, incendiando le barricate erette a protezione, dove ieri erano stati portati in custodia, e poi rilasciati, due leader del movimento pro-democrazia.

Intanto, un secondo gruppo di dimostranti si è diretto verso Causeway Bay, distretto dello shopping popolare tra i turisti cinesi. Con l’impasse tra politici e manifestanti e i primi segni di recessione economica dopo decenni, si moltiplicano voci che il governo possa imporre la legge marziale e altre forme più dure di repressione per far cessare ogni forma di protesta. Nei giorni scorsi, Lam ha escluso le dimissioni da governatrice di Hong Kong dopo oltre due mesi di proteste pro-democrazia, ritenendo che la fase richieda “responsabilità” e che farà “tutto il possibile per ripristinare legge e ordine”. In conferenza stampa, Lam ha promesso “tolleranza zero contro la violenza” proseguendo “con la piattaforma di dialogo”. Ha detto di aver incontrato a porte chiuse un gruppo di giovani manifestanti condannando le pressioni e le ritorsioni verso i familiari delle forze dell’ordine: “Non vedo alcuna associazione tra proteste e famiglie degli agenti”. Ma sulle richieste avanzate dal movimento è stata netta: “Non è questione di non rispondere. È questione di non accettare quelle domande”. La polizia “deve continuare il suo lavoro per mantenere il rispetto della legge e dell’ordine. Se le violenze dovessero continuare, l’unica cosa che dovremmo fare sono l’applicazione e il rispetto della legge”. Se con il pretesto del dialogo “non facessimo rispettare la legge a Hong Kong tollerando tutte le forme di violenza, sarebbe la fine dello stato di diritto”. Il governo di Hong Kong in ogni caso ”è ancora fiducioso di poter gestire i disordini in corso da due mesi” senza l’assistenza dell’Esercito di liberazione popolare cinese.

Ed è in questo clima di crescente tensione che s’inserisce la “guerra delle sanzioni” scatenata dagli Usa contro la Cina. Donald Trump conferma l’entrata in vigore dei nuovi dazi contro Pechino dall′1 settembre. Si tratta di dazi al 15% su miliardi di dollari sulle importazioni di prodotti Made in China. Nonostante i segnali di distensione lanciati da entrambe le parti, il presidente Usa ha detto ai cronisti prima di partire per Camp David che da domenica scatteranno nuove tariffe su circa 112 miliardi di dollari di beni importati dalla Cina. “Molte aziende hanno lasciato la Cina e molte altre se ne stanno andando”, ha detto Trump. Gli Stati Uniti stanno programmando di imporre nuovi dazi del 15% su prodotti cinesi per un valore di 300 miliardi di dollari. Il primo round parte a settembre, il prossimo a dicembre, ha precisato. La Cina, dal canto suo, nei giorni scorsi aveva annunciato l’intenzione di imporre dazi doganali per un valore aggiuntivo di 75 miliardi di dollari su merci statunitensi importate nel Paese. Il capo della Casa Bianca ha assicurato che la situazione di stallo commerciale con le autorità cinesi ha contribuito ad allentare la tensione tra Pechino e Hong Kong. “Senza negoziati commerciali, Hong Kong si troverebbe in ben maggiori difficoltà”, ha detto Trump “La mia azione commerciale permette davvero di alleviare la febbre” a Hong Kong, ha aggiunto. Ma la battaglia di oggi lo smentisce.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.