A Hong Kong salgono a 3 i monumenti su Tienanmen smantellati

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epa09654965 (FILE) - A view of the 'Pillar of Shame,' a statue depicting torn and twisted bodies by Danish artist Jens Galschiot to commemorate the victims of the 1989 Beijing Tiananmen Square crackdown, displayed at the University of Hong Kong, in Hong Kong, China, 10 October 2021 (reissued 23 December 2021). The 'Pillar of Shame' was removed by authorities on 23 December 2021. The statue was one of the few remaining public memorials in Hong Kong commemorating the Tiananmen bloody military crackdown.  EPA/JEROME FAVRE *** Local Caption *** 57224278 (Photo: JEROME FAVRE EPA)
epa09654965 (FILE) - A view of the 'Pillar of Shame,' a statue depicting torn and twisted bodies by Danish artist Jens Galschiot to commemorate the victims of the 1989 Beijing Tiananmen Square crackdown, displayed at the University of Hong Kong, in Hong Kong, China, 10 October 2021 (reissued 23 December 2021). The 'Pillar of Shame' was removed by authorities on 23 December 2021. The statue was one of the few remaining public memorials in Hong Kong commemorating the Tiananmen bloody military crackdown. EPA/JEROME FAVRE *** Local Caption *** 57224278 (Photo: JEROME FAVRE EPA)

La prima di notte, con l’ateneo vuoto e senza testimoni, è stata l’Università di Hong Kong che ha rimosso la statua che commemorava le vittime della strage di Tienanmen, la sanguinosa repressione della manifestazione studentesca del 4 giugno 1989 a Pechino. Poi altre due università di Hong Kong hanno fatto altrettante.

L’Università di Hong Kong aveva comunicato che “la decisione sulla vecchia statua è stata presa sulla base di una consulenza legale esterna e di una valutazione del rischio nel migliore interesse dell’Università”, omettendo nel testo ogni riferimento alla legge sulla sicurezza nazionale che vieta, tra le altre cose, qualsiasi ricordo dei fatti di Tienanmen. La norma era stata varata nel 2019 per volere di Pechino allo scopo di stringere i margini di manovra degli oppositori pro-democrazia, così come la riforma elettorale che domenica scorsa ha dato i suoi primi frutti, consegnando 89 dei 90 seggi del Consiglio legislativo, il parlamento locale, in mano ai ‘patrioti’, con un’affluenza alle urne del 30,2%, la partecipazione al voto più bassa dal ritorno della città sotto la sovranità cinese nel 1997.

Fino a due anni fa, l’ex colonia britannica era rimasta l’unico posto in Cina dove le commemorazioni del massacro del 1989 venivano tollerate: l’opera “La dela della Democrazia” dello scultore danese Jens Galschiot, denominata ‘Il pilastro della vergogna’ e raffigurante un groviglio di 50 corpi deformati dal dolore, era stata issata all’Università nel 1997. Prima nascosta alla vista con teloni e transenne, la statua alta 8 metri è stata poi sbullonata nella notte e portata altrove.

L’artista, interpellato dall’Afp, ha definito la decisione “scioccante” e ha minacciato una causa legale qualora le autorità di Hong Kong dovessero distruggerla. Galschiot ha riferito di aver tentato di contattare l’ateneo, dopo la decisione presa in ottobre, per offrirsi di riprendere la sua opera, ma che nessuno lo ha poi avvertito dello smantellamento imminente.

Intanto Pechino alza la voce anche con le star del web, intimando loro di mettersi in regola con il fisco all’indomani di una maxi multa inflitta per frode a una nota influencer, Viya, poi scomparsa dai social. Il presidente Xi Jinping aveva esortato ad agosto alla “prosperità comune”, promettendo un “adeguamento” dei redditi eccessivi. Un messaggio poi inteso come monito ai ricchi patron e agli eccessi in alcuni settori tra cui lo showbiz e internet, accusati di offrire “stipendi da capogiro”. Lunedì Viya, molto in voga in Cina per i suoi video di tele-shopping 2.0, è stata incastrata per evasione fiscale e condannata a pagare la cifra record di 1,3 miliardi di yuan (181 milioni di euro). “E’ dovere di ogni cittadino pagare le tasse”, ha ribadito l’amministrazione fiscale in una nota. E ha dato alle celebrità fino “alla fine dell’anno”, o 10 giorni di tempo, per mettersi in regola, pena “pesanti” sanzioni.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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