Houston, quel consolato che brucia la speranza

Rita Lofano
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AGI - C'è chi chiede informazioni, alcuni scattano foto, altri si fanno un selfie. È un continuo via vai davanti alla porta d'ingresso principale del consolato cinese a Houston, nella zona dei musei, l'hip Montrose, che gli Usa hanno ordinato di chiudere e sgomberare entro venerdì, "per massicce operazioni di spionaggio e influenze illegali".

Giornalisti e telecamere sono sul posto da ieri sera quando intorno alle 20:30 i pompieri hanno ricevuto una chiamata per un incendio. È dai palazzi di fronte, due esclusivi grattacieli, La Colombe d'Or e l'Hanover che hanno visto uscire il fumo ed hanno lanciato l'allarme. "Sembrava stesse andando tutto in fiamme", racconta all'Agi Judy, che abita al 15simo piano dell'Hanover. "Abbiamo lanciato l'allerta e siamo scesi in strada. Quando sono arrivati i pompieri ci hanno detto che non li hanno fatti entrare e che comunque non era nulla di grave, che potevamo tornare a casa. Poi questa mattina abbiamo capito cosa era successo. Chissà cosa stavano bruciando".

Il consolato è chiuso dallo scorso 4 aprile per il Covid ma continuava ad operare via email. "Ora non rispondono più al telefono. Io devo avere i passaporti dei mie genitori che sono pronti. Sono venuto qui per vedere se potevo ritirarli a mano ma non mi hanno fatto entrare", riferisce Matthew con preoccupazione.

Kit, 50 anni, si ferma invece sorridente davanti all'ingresso. Si mette in posa e mi chiede se gli scatto una foto mentre fa un gestaccio. "Sono di Hong Kong", spiega, "sono qui da 2 anni. Ormai la mia Hong Kong con la legge sulla sicurezza voluta da Pechino è spacciata. Non credo ci sia più nulla da fare ma almeno qui succede qualcosa. Non devono solo chiudere il consolato. Devono mandarli tutti via. I miei amici mi raccontano cose terribili. Le autorità cinesi stanno approfittando del coronavirus per schedare tutti. Usano la scusa dei tamponi per raccogliere i Dna. Non avete idea di quello che sono capaci di fare. Per non parlare degli uiguri usati come cavie umane".

Tutti si domandano che cosa si siano affrettati a bruciare. "I cinesi sono accusati di spionaggio, sono i maghi dell'hackeraggio, siamo nell'era digitale, l'era dei chip, cosa diavolo stavano bruciando?", dice Guanhui, originario di Shenzhen e che lavora negli Usa con la carta verde. Ora teme ritorsioni sul lavoro: "Mi occupo di high-tech, noi asiatici veniamo assunti per le nostre capacita' anche se ci vengono precluse responsabilita' di vertice per una tacita discriminazione. Ora la situazione - ha detto - è sicuramente destinata a peggiorare".

Mark, che lavora per una società di pratiche e documenti per conto terzi addetto al consolato cinese teme di perdere il posto. "Stiamo cercando di capire se dovremo fare riferimento direttamente all'ambasciata a Washington. Il consolato cinese più 'vicino' è altrimenti quello di Los Angeles, non proprio dietro l'angolo e sperando che non chiudano anche quello".

La sede del consolato è di proprietà del governo di Pechino. Il personale è tutto rigorosamente cinese, comprese le donne delle pulizie, spiega una guardia. "Io sono responsabile della zona anteriore. C'è un'altra azienda che controlla il resto dell'edificio. Lavoro qui da 10 anni e i miei superiori mi hanno già comunicato che da venerdi' dovrà spostarmi. Temo che mi mettano davanti ad una banca ed io proprio non vorrei andarci. Là sparano davvero. Qui sono molto discreti. Non escono neppure per mangiare. Ordinano e si fanno portare tutto dentro. Fino ad oggi non era mai successo nulla".