Huawei dice che la sua tecnologia 5G è discriminata

Ugo Barbàra

Il decreto che crea il 'perimetro di cybersicurezza' è condivisibile, ma è ancora discriminatorio e va cambiato per far sì che "valgano per tutti le stesse regole". Il Ceo di Huawei Italia, Thomas Miao, è netto nel definire quelli che secondo lui sono i limiti della collaborazione tra l'Italia e il colosso cinese, a partire dal decreto - per adesso poco più che una dichiarazione di intenti, in assenza di decreti attuativi - che mira a disciplinare la materia della cybersecurity delle reti, dei servizi informatici delle amministrazioni pubbliche, degli enti e degli operatori nazionali, pubblici e privati.

E a una cooperazione europea sul fronte della cybersecurity ha fatto riferimento anche l'ambasciatore cinese Li Jinhua, che con Miao ha partecipato all'inaugurazione degli uffici romani di Huawei che ospitano l'Innovation, experience and competence Center. "La globalizzazione ha rimodellato il mostro mondo" ha detto Li, "e nessun Paese può svilupparsi da solo. L'isolamento e l'unilateralismo non produrranno alcun successo, mentre cooperazione e multilateralismo sono l'unica soluzione vincente per tutti".

Il modello cui ispirarsi, sostengono sia Miao che Li, è quello tedesco. "La Germania" dice il ceo di Huawei, "ha definito un perimetro di cybersecurity all'interno del quale vigono regole chiare che valgono per tutti, a prescindere dal Paese in cui ha sede il quartier generale dell'azienda". Non è ancora così in Italia, gli fa eco Luigi De Vecchis, presidente di Huawei Italia, "dove il decreto sul perimetro di cybersecurity fa ancora riferimento a una legge in cui si discriminano le società 'non Ue' e che si occupano di 5G".

"La legge così com'è va benissimo e la sottoscriviamo in pieno" aggiunge, "ma va emendato quel passaggio discriminatorio: le stesse regole devono valere per tutti e non si può pensare di lasciare fuori società come Huawei e Zte, ma anche Samsung, sulla base di un fattore geografico". 

"Senza tenere conto del fatto" aggiunge Miao, "che in questa stesura tiene conto del 5G, ma non del cloud, dell'intelligenza artificiale, della blockchain e dell'Internet delle cose: tutti elementi che vanno a comporre le smart cities, un settore su cui la nostra tecnologia è indiscutibilmente avanti. Farne a meno significa restare indietro di tre o più anni".

Al di là della tematica strettamente tecnologica, l'ambasciatore Li ha ricordato le parole del presidente cinese Xi Jinping: la politica di riforma della Cina resterà invariata e le porte della Cina saranno sempre più aperte. "Lo sviluppo cinese" ha detto Li, "è strettamente legato al mondo esterno e la Cina è più che pronta e disposta a condividere il benefici della sua crescita con tutti i partner. Il governo cinese incoraggia e sostiene tutti i settori di attività a collaborare con le loro controparti italiane e a generare più risultati per i nostri due popoli".