I numeri da brivido della dispersione scolastica in Italia

[Getty]

Si chiama dispersione scolastica, e indica un vero dramma: quello dell’abbandono dell’istruzione. In Italia è una vera emergenza, per la quale non vengono proposti rimedi. Eppure la Corte dei Conti parla apertamente dell’esigenza di un Piano strategico nazionale che contrasti il fenomeno.

La Corte ha pubblicato un’indagine - La lotta alla dispersione scolastica: risorse e azioni intraprese per contrastare il fenomeno - , con la quale ha esaminato la situazione cercando di capire quali azioni la politica metta in campo per gestirla. L’esito dell’indagine è tutt’altro che positivo: “Permane il problema di una adeguata valorizzazione di quell’immenso capitale umano che è la formazione dei giovani”, scrive la Corte. Che aggiunge: “Anche in questo caso, è osservabile una carenza di decisione e progettualità, oltre che una forte resistenza a mettere in discussione il modello curricolare tradizionale e gli stili professionali consolidati dei docenti. Andrebbero, quindi, sviluppate strategie che consentano di intercettare il disagio, e che riescano a rimotivare lo studente con percorsi di istruzione basati sull’esperienza dell’apprendimento e non sul contenuto (ciò che si deve insegnare), prevenendo così, sia la dispersione scolastica che l’insuccesso nei percorsi superiori (vedi università) migliorando sensibilmente la capacità di ingresso nel mondo del lavoro”.

Ciò che preoccupa di più la Corte è l’aumento del trend della dispersione scolastica. Considerando la fascia di età compresa tra i 18 e i 24 anni, a fronte di un obiettivo europeo di riduzione al di sotto del 10% degli abbandoni entro il 2020, si sono invece prodotti i numeri che seguono: il 13,8% nel 2016, il 14% nel 2017, il 14,5% nel 2018. A lasciare la scuola sono sempre più le ragazze, passate dall’11,2% al 12,1%; i ragazzi sono invece fermi al tasso del 16%.

La situazione, cruciale per la formazione degli italiani del futuro, è tutto tranne che nelle priorità dell’azione politica. Rispetto al resto dell’Unione Europea, dove la spesa media è del 4,9% del Pil, l’Italia destina al settore circa il 4,1% del PIL (che equivale all’8,1% della spesa pubblica), pari a 67,4 miliardi (dati riferiti al 2015). Se guardiamo fuori dalle finestre di casa, ci rendiamo conto di quanto facciano altri paesi: Danimarca (7% del PIL), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%), Francia (5,5%), Gran Bretagna (5,7%). La Germania alloca come noi, ma ciò vale il 10,3% della spesa pubblica, cioè 127,4 miliardi di euro. Praticamente il doppio dei nostri fondi. Peggio dell’Italia ci sono solo Grecia e Romania.

Secondo la Corte, gli strumenti per far fronte alla questione non mancano ma vengono usati molto male: “L’ampia gamma di interventi attivati ha ottenuto risorse economiche di varia entità. Tuttavia, la pluralità delle fonti finanziarie dedicate al contrasto alla dispersione, la presenza di una varietà di capitoli nel bilancio di previsione del Miur, la gestione autonoma delle singole istituzioni scolastiche, l’intervento delle Regioni, rende difficile la ricomposizione del quadro finanziario complessivo dell’investimento pubblico e, dunque, la valutazione degli stessi esiti”.