I soldi alle imprese in un collo di bottiglia

Italian Prime Minister Giuseppe Conte and Italian minister for Economy Roberto Gualtieri hold a press conference to present the guidelines for the 2020 Italian budget. (Photo by Jacopo Landi/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

Più di qualcuno ha storto il naso. E non poco. Eccolo il ragionamento che è circolato sibillino e velenoso per tutta la giornata nelle valutazioni di banchieri e bancari: “Ci hanno trasformato nella pubblica amministrazione”. Le banche, quelle che il decreto che dà soldi alle imprese individua come il perno, con tutto lo strascico pesante della responsabilità che questo ruolo tiene in pancia. Il seguito del ragionamento, appreso da fonti finanziarie di primo livello, è questo: rischiamo di avere un sovraccarico “emotivo”, di “alimentare aspettative senza tempi certi”. La controprova del ragionamento la danno le zone grigie che emergono dal provvedimento: c’è il cervello, diviso tra Sace e il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese in modo però complesso, e il braccio operativo è ancora da costruire.

La coda impazzita del decreto è qui. È il rischio che la catena banche-imprese non riesca a muoversi nella dimensione dell’immediatezza, quantomeno della tempestività. Un pericolo che si rischia di correre anche nei confronti dei lavoratori autonomi, delle famiglie e di tutti i destinatari del decreto di aprile: il provvedimento è appeso alla partita che il governo sta giocando in Europa ed è maturata la consapevolezza che non potrà vedere la luce entro Pasqua, ma dopo. Almeno intorno al 21-22, comunque entro fine mese.

Il rischio più stringente è che i soldi alle imprese arrivino troppo tardi e dopo un calvario di domande, analisi dello stato di salute e scambi con le banche. In una parola: burocrazia. Le norme sciolgono lacci come il Codice della crisi di impresa, cancellando per un anno una serie di adempimenti, ma non eliminano il rischio di tempi lunghi per i prestiti che vanno dai 25mila euro in su. Nel decreto c’è una grande linea che separa le piccole imprese, meglio le piccolissime, dalle altre. Chi è prima di questa linea - cioè l’idraulico, il piccolo commerciante, l’artigiano, la partita Iva leggera, la ditta individuale - avrà un prestito di fatto immediato. Laura Castelli, viceministro all’Economia in quota M5s, lo assicura: “Basta presentare alla banca la dichiarazione dei redditi per calcolare il 25% del fatturato”, che è la somma massima del prestito. Nessuna valutazione di merito del credito, cioè nessuna radiografia sull’impresa. Gli interessi saranno molti bassi, intorno all′1,2% medio, e il prestito si comincerà a restituire non da subito, ma dal terzo dei sei anni a disposizione. 

Fin qui tutto bene, ma dai 25mila euro in sui sorgono i problemi. Prendiamo i prestiti che vanno fino a 800mila euro, quelli che vanno a impattare sulle aziende fino a 500 dipendenti. Stiamo parlando della spina dorsale del sistema produttivo italiano. Sono quelle che stanno subendo più di tutte la crisi che morde perché non hanno alle spalle grandi capitali né tantomeno riserve. Per loro ci sarà una valutazione del merito creditizio che terrà conto della situazione finanziaria pre-crisi. È stata cancellata la valutazione dell’andamento degli ultimi mesi segnati dal Covid-19, ma il check up resta. E i tempi dell’istruttoria non sono definiti nel decreto.

Il ragionamento si fa ancora più problematico per le medie e le grandi imprese. I tempi dipendono anche in questo caso dalle banche. La partita la gestisce Sace e qui sorgono altre questioni. Lo dicono l’Abi, la famiglia dei banchieri, e i sindacati del settore. Insieme: “Alcune delle importantissime misure a sostegno delle imprese prima di essere applicate richiedono anche l’assenso dell’Unione Europea”. Il riferimento è al via libera che deva dare Bruxelles per autorizzare Sace a operare. Unimpresa sbotta: ”È un bluff”. Grandi o piccole che siano le imprese, la critica è trasversale. Alleanza delle cooperative va dritta al punto: “I tempi di istruttoria delle banche siano compatibili con l’emergenza in atto”. 

Come un cane che si morde la coda si torna alla questione di cui si diceva e cioè all’insofferenza delle banche a diventare un frullatore assaltato dalle richieste. Un po’ come l’Inps, che con il flop dell’avvio delle domande sul bonus da 600 euro, è diventato il capro espiatorio di un meccanismo di erogazione che si è rivelato non adeguato ai tempi dell’emergenza. Quello che temono le banche è anche un ingolfamento nella gestione dei compiti che sono chiamate ad assolvere. Hanno le filiali chiuse e già sul groppone il pagamento della cassa integrazione in deroga, ma anche la moratoria sui mutui e le altre forme di accesso al credito previste dal decreto Cura Italia. Ora si aggiunge anche una montagna di prestiti, garantiti dallo Stato per qualcosa come 400 miliardi. 

Gli umori delle banche sono la spia di un deficit che genera lo stesso decreto. La macchina per l’erogazione è ancora da settare. L’Abi annuncia di aver costituito una task force con Sace. Questa task force, recita un comunicato congiunto, serve ad “analizzare e rendere operativi tutti gli aspetti connessi alle nuove disposizioni contenute nel decreto”. Ora, il governo promette di fare presto: il decreto dovrebbe essere pubblicato sulla Gazzetta entro mercoledì, poi inviato a Bruxelles per avere il via libera su Sace. La macchina dei prestiti potrebbe partire dal 15 aprile. Servono però le circolari per istruire le banche su come avviare le pratiche per attivare la richiesta di garanzia. Ammettendo pure che le imprese siano messe nelle condizioni di andare in banca a metà mese, quanto tempo passerà prima di vedere i soldi tra istruttorie e analisi? A oggi non si può sapere. Il calendario, però, scorre impietoso. Lo guida il virus. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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