Ibrido è il lavoro più di ogni cosa

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Non c’è tecnologia che tenga: sul lavoro il contatto umano è imprescindibile. E se a dirlo è il CEO Apple Tim Cook c’è da credergli. In una lettera indirizzata a tutti i dipendenti si annuncia che da settembre il lavoro tornerà in presenza, almeno tre giorni a settimana. Ufficio smart e flessibile, ma giorni fissi: lunedì, martedì e giovedì per tutti, a parte alcuni team il cui lavoro potrebbe richiedere una presenza anche quattro o cinque giorni per determinati progetti. Smartworking il mercoledì e il venerdì, invece, per chi non ha esigenze specifiche e desidera farlo: nulla vieta di tornare in presenza tutta la settimana. In aggiunta, la possibilità di richiedere due settimane extra di lavoro da remoto all’anno, “per essere più vicini alla famiglia e ai propri cari, per un cambio di scenario, gestire viaggi imprevisti o un motivo diverso tutto vostro“, secondo quanto si legge nella mail inviata da Cook.

Un passo particolare per Apple, che aveva sempre scoraggiato il lavoro da remoto, al contrario di altri colossi tech. Google ad esempio ha annunciato a maggio di avere messo in condizione almeno il 20% della sua forza lavoro di lavorare permanentemente da casa. Zuckerberg, dal canto suo, ha annunciato che, previa approvazione dei superiori, tutti i dipendenti Facebook avranno la possibilità di richiedere lo smartworking come modalità stabile anche passata l’emergenza Covid. Apple va decisamente in controtendenza, e incoraggia invece il ritorno del “brusio, dell’energia, della creatività e della collaborazione dei nostri meeting faccia a faccia, insieme al senso di comunità che abbiamo costruito”, come si legge nel memo inviato ai dipendenti. Il marchio di Cupertino si distingue ancora una volta per l’approccio “caldo” alla tecnologia, che non può sopperire al lato umano delle relazioni. “Nonostante tutti risultati raggiunti mentre eravamo separati, la verità è che è mancato qualcosa di fondamentale” ha scritto Cook, aggiungendo che “se le videoconferenze hanno accorciato le distanze, ci sono cose che non possono essere sostituite”.

In Italia l’approccio smartworking invece è piaciuto di più. Il ministro per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale Colao si dice estremamente positivo per un’integrazione fra i due mondi, e vede per l’Italia un futuro ibrido. “Andiamo incontro a un modello di lavoro misto, senza l’angoscia di andare al lavoro prestissimo o di non riuscire a gestire la famiglia” ha detto “però non dobbiamo dimenticare il bisogno e l’importanza della socialità e del mentoring nei confronti dei giovani”. Nei suoi progetti, stimolare imprese e università per trovare soluzioni efficienti e praticabili arrivando a un mix tra lavoro in presenza e smart, che tenga conto delle esigenze lavorative, di quelle sociali e personali, ma anche della carbon footprint del lavoro. Si stima che solo in Italia, se la metà dei dipendenti pubblici e privati che svolgono lavoro d’ufficio lo facessero stabilmente da casa (anche a turno), si risparmierebbero ogni anno 330mila tonnellate di CO2.

A patto che il lavoro agile non sia sinonimo di sfruttamento. Se infatti la legge del 2017 che regolamenta lo smartworking lo definisce “una modalità di lavoro senza vincoli spazio temporali ma organizzata per fasi, cicli e obiettivi. Nessun Telelavoro, nessuna rigidità soprattutto su luoghi della prestazione e orari”, quello a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno è molto diverso, e cioè dipendenti che spesso replicano le 8 ore di lavoro a casa come in ufficio, in ambienti inadeguati, senza flessibilità di orari e pause e, per la natura stessa del lavoro “smart”, con straordinari non riconosciuti, come denunciato dai sindacati. Almeno sul lato dell’home office qualcosa si può fare: fino al 31 dicembre 20121 il dipendente pubblico o privato in smartworking può richiedere un bonus fino a 516 euro per allestire all’interno della propria abitazione uno spazio adibito al lavoro.

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