Idrogeno, Ccs, inseminazione delle nuvole. Promesse green dei petrolieri sauditi

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(Photo: FAYEZ NURELDINE via Getty Images)
(Photo: FAYEZ NURELDINE via Getty Images)

Il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, vuole cavalcare la rivoluzione verde. Alla vigilia della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, Riad ha scoperto le sue carte energetiche: un’iniziativa verde per il Medio Oriente che punta a garantire circa 9 miliardi di euro per un fondo di investimento e un maxi-progetto di energia pulita. Il Regno - principale esportatore di petrolio al mondo - contribuirà con il 15% dei fondi e lavorerà con altri Stati e fondi di sviluppo per il finanziamento e l’esecuzione delle iniziative. Il cuore del progetto di Riad è diventare primo fornitore al mondo di idrogeno verde, l’opzione considerata più promettente a livello globale come energia pulita. Di pari passo, la monarchia si è impegnata a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060.

“Come parte del ruolo guida di Riad nello sviluppo dei mercati energetici, lavoreremo per istituire un fondo di investimento per soluzioni di economia circolare del carbonio nella regione e un’iniziativa per offrire soluzioni energetiche pulite per aiutare a nutrire più di 750 milioni di persone in tutto il mondo”, ha dichiarato lunedì il principe ereditario, che ha poi elencato i vari fronti lungo cui si articolerebbe l’impegno saudita: dalla creazione di infrastrutture per stabilire un centro regionale per la cattura e lo stoccaggio del carbonio (ccs), all’istituzione di un centro regionale per l’allarme meteo precoce, passando per un programma regionale di ‘inseminazione delle nuvole’ e un hub per i cambiamenti climatici.

Da tempo i ricchi membri dell’OPEC del Golfo come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti stanno investendo in energie rinnovabili e pulite, sottolineando anche la continua importanza degli idrocarburi per la sicurezza energetica globale in un momento di crescenti richieste di allontanamento dai combustibili fossili. Per motivi sia geografici sia strategici, Riad guarda all’Europa come alla destinazione preferita dell’idrogeno verde che conta di produrre a palate: 4 milioni di tonnellate entro il 2030, come annunciato dal ministro dell’Energia saudita Abdulaziz bin Salman al Saud. L’interesse è reciproco: sull’esempio di Berlino, che ha già firmato un memorandum d’intesa con Riad per lavorare allo sviluppo e all’importazione di idrogeno verde, anche Bruxelles vuole entrare nella partita, come spiega ad HuffPost Cinzia Bianco, ricercatrice dello European Council on Foreign Relations esperta nell’area del Golfo che proprio oggi ha pubblicato un policy brief intitolato “Giochi di potere: la diplomazia europea climatica nel Golfo”.

“Questo è il primo anno in cui Bruxelles e i governi europei si stanno iniziando a interrogare sulla cosiddetta ‘dimensione esterna del Green Deal’: adesso che abbiamo deciso cosa fare a casa nostra, come usiamo questo documento al di là dei nostri confini? C’è una consapevolezza molto forte del fatto che se non si fa politica estera climatica, non si possono assolutamente raggiungere gli obiettivi climatici che ci siamo posti”, argomenta la ricercatrice. “Le monarchie del Golfo – in particolare Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita – hanno capito che tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, con l’amministrazione Biden e la nomina di John Kerry, c’è una serietà nuova nell’Occidente rispetto alle questione climatiche. Di conseguenza, cercano di utilizzare questo momentum a loro beneficio, rendendosi conto delle pressioni sempre più significative a cui andranno incontro i paesi esportatori di petrolio”.

Quello che sta accadendo in Arabia Saudita – il duplice annuncio su neutralità carbonica e Middle East Green Initiative – va in questa direzione. Tanto più che, per il principe ereditario Mohammed bin Salman, puntare su energia verde e ambiente è un modo per (tentare di) ripulire la propria reputazione. I motivi che lo hanno reso impresentabile per i criteri delle democrazie occidentali sono arcinoti: dall’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi (di cui, secondo un rapporto della Cia, fu il mandante) alla guerra in Yemen, passando per il sequestro lampo del primo ministro libanese Saad Hariri nel 2017 e le costanti violazioni dei diritti umani.

“La leadership del principe ereditario ha la necessità politico-strategica di rinvigorire la propria immagine e rilanciarla nei rapporti con l’Occidente. L’Arabia Saudita, storicamente, è un Paese per il quale i rapporti politici con l’Occidente sono molto importanti: è difficile immaginare Mohammed bin Salman diventare re in questo momento, con Biden che rifiuta di incontrarlo. Il principe sta preparando il passaggio della successione al trono da oltre un anno: il tassello che gli manca è proprio quello di riaccreditarsi nei rapporti con i paesi occidentali, e la svolta green è uno strumento per farlo”.

Se la dichiarazione di net zero è più legata alla questione politica, il puntare sull’energia verde – e in particolare sull’idrogeno – deriva da una evidente questione economica. Il mercato del petrolio a livello globale è sempre stato molto volatile, ma ultimamente è diventato ancora più problematico: negli ultimi anni ci sono state due crisi di collasso del prezzo del petrolio (2014 e 2020) che hanno creato importanti problemi di budget per tutti i produttori di petrolio mondiale, in particolare quelli del Golfo i cui budget dipendono fino all’80% dalle esportazioni di petrolio o gas naturale. Ormai sono tutti d’accordo sul fatto che, nel trend di lunga durata, il mercato degli idrocarburi sarà sempre più sotto pressione. Persino la Cina, che è il più importante cliente di tutti i produttori del Golfo, vuole diversificare il suo portfolio energetico avendo più energia rinnovabile e più idrogeno.

La portata della trasformazione che deve intraprendere il paese re del petrolio è riflessa nella classifica delle prime cinque aziende per capitale di mercato: l’unica a non essere una multinazionale della tecnologia è Saudi Aramco, la compagnia nazionale del petrolio e del gas naturale dell’Arabia Saudita, la più grande azienda produttrice di petrolio al mondo. Prima di lei ci sono solo Apple e Microsoft, dopo di lei colossi come Alphabet (Google) e Amazon. Sono allo studio piani per modificare il core business di queste società, soprattutto sul piano infrastrutturale. Creare un mercato di import/export dell’idrogeno verde richiede investimenti infrastrutturali, ed è qui che entra in gioco il riadattamento di queste petroliere e infrastrutture.

“Riad, consapevole di questo trend economico discendente, è determinata a organizzarsi in tempo per non restare col cerino in mano”, spiega ancora Bianco. “Organizzarsi in tempo significa iniziare a investire su queste energie adesso per essere i cosiddetti first mover sul mercato, vale a dire i primi a essere in grado di esportare idrogeno verde in maniera sicura, costante e abbastanza economica”.

Il ministro dell’Energia saudita ha detto che Riad vuole diventare il primo produttore di idrogeno a livello mondiale. Gli altri due candidati, in questa corsa all’idrogeno, sono gli Emirati Arabi Uniti e – un po’ più indietro – l’Oman. È qui entra che in gioco l’Europa: l’idrogeno, infatti, si può esportare solo in posti geograficamente vicini. Non è così banale produrre idrogeno verde e portarlo, ad esempio, in Giappone. È molto più sensato, soprattutto in presenza di accordi a lungo termine, puntare al mercato europeo. L’interesse, d’altronde, è reciproco: questo mese, durante la sua visita in Arabia Saudita e negli Emirati, l’alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha parlato proprio di come poter allargare l’accordo tedesco a livello europeo.

Secondo Bianco, il vantaggio di stabilire una collaborazione tra Ue e monarchie del Golfo è duplice. Il primo piano è quello climatico: favorire la trasformazione delle petromonarchie in centri di produzione ed export dell’idrogeno vorrebbe dire togliere centralità alle esportazioni di petrolio e gas verso la Cina, che resta il Paese più inquinante del mondo. Il secondo piano è quello politico perché si andrebbero a “rilanciare le relazioni tra Europa e Golfo in un momento in cui questi Paesi sono sempre più rilevanti per la geopolitica regionale e non solo”.

“Oggi l’Europa ha zero leverage su questi Paesi: la presenza europea non è strategica per le monarchie del Golfo”, conclude la ricercatrice. “La situazione cambierebbe qualora diventassimo il primo mercato di esportazione per un prodotto strategico”. Ma che fine farebbero, allora, tutti i bei discorsi sui diritti umani e l’instabilità regionale? “L’obiettivo – ribatte Bianco - non è stringere rapporti ma acquisire leverage, creare delle leve di influenza che consentano all’Europa di far sentire la sua voce su altri temi, a cominciare proprio dai diritti umani”. In sostanza, si tratterebbe di usare il Green Deal come uno “strumento di politica estera fondamentale per il futuro dell’Europa come potenza globale”. “L’Ue e gli Stati membri dovrebbero mettere il Green Deal al centro del proprio impegno con il Golfo. Questo potrebbe permettere loro di amplificare la propria influenza sulle monarchie del Golfo, mentre gli Stati Uniti riducono la loro presenza in Medio Oriente e la Cina si addentra nell’area”.

An image of Saudi crown prince Mohammed bin Salman is displayed on the opening night of the Riyadh Season festivities in the Saudi capital late on October 20, 2021. - The arts and culture festival began yesterday and runs until March 2022 in Riyadh. (Photo by Fayez Nureldine / AFP) (Photo by FAYEZ NURELDINE/AFP via Getty Images) (Photo: FAYEZ NURELDINE via Getty Images)
An image of Saudi crown prince Mohammed bin Salman is displayed on the opening night of the Riyadh Season festivities in the Saudi capital late on October 20, 2021. - The arts and culture festival began yesterday and runs until March 2022 in Riyadh. (Photo by Fayez Nureldine / AFP) (Photo by FAYEZ NURELDINE/AFP via Getty Images) (Photo: FAYEZ NURELDINE via Getty Images)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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