"Il 25 novembre è la giornata contro la violenza sulle donne e io sono furiosa"

Di Giulia Muscatelli
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Photo credit: Maria Maglionico / EyeEm - Getty Images
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From Harper's BAZAAR

Affermare che le donne sono sante, dolci, premurose, incapaci di crudeltà quanto gli uomini, beatificarle, erigerle a paladine di un mondo migliore governato da loro, non significa rispettarle ma escluderle. Perché l’individuo, tutto intero, è spaccato tra bene e male. La lotta quotidiana si insidia in quella crepa e ci scaraventa tra un lato e l’altro; sbattendo da confine a confine, decidiamo chi vogliamo essere.

Dirci che siamo buone, brave, belle, persino onorarci e ornarci e nulla più, spesso è solo un modo per tenerci ferme in un posto che hanno deciso di costruire per noi.

Più ci raccontano che siamo incapaci del male, più si proteggono dalla nostra furia.

Se vogliamo che la nostra narrazione sia completa, dobbiamo iniziare a ammettere anche la parte brutta di noi. Quello che ci rende delle bestie. Mostrarci intere.

Sono furiosa perché lui mi ha chiesto di uscire cinque minuti fa, sono le otto e mezza e io non ho rasoi in casa.

Sono furiosa perché l’ho detto a Laura e lei : “Che te ne frega dei peli, tu non sei una femminista?”

Sono furiosa perché per la mia amica, e per tanti altri, essere femminista significa stare con le ascelle pelose e le gambe che Donkey Kong a confronto è uno che va dall’estetista una settimana sì e l’altra pure.

Sono furiosa perché le battaglie io, le voglio fare con le sopracciglia curate e le scarpe tacco dodici. Sono furiosa perché se indosso scarpe tacco dodici non capisco se il mio interlocutore mi ascolta o mi guarda il sedere.

Furiosa perché non mi va di decidere tra farmi ascoltare e farmi guardare il sedere. Posso avere tutte e due ma in due momenti diversi e da due sguardi diversi?

Sono furiosa perché mi dicono che devo essere una soltanto. Me lo dicono da cento, mille, duemila anni. E io non voglio scegliere.

Voglio essere una puttana che recita a memoria il Padre Nostro. Una madre devota che balla sul cubo. Voglio essere una reporter di guerra che si ferma in una tenda improvvisata per aggiustarsi il rossetto. Voglio essere il tuo sogno erotico e voglio che sogni noi due, anziani, che ci teniamo la mano sul divano mentre guardiamo i video dei nostri figli che abitano lontano.

Sono furiosa perché non ho voglia dei tuoi complimenti, sconosciuto, alle nove di sera in coda alla cassa del supermercato. E anche se non vengo lì e non ti prendo la testa tra le mani e te la sbatto contro il cartello delle offerte del giorno, credimi — davvero credimi, sconosciuto — questo non significa che io non sia furiosa.

Sono furiosa perché tu mi chiami delicata e non sai che due ore fa io sono caduta nel fango, sono rimasta lì per un po’, mi sono rialzata e ho indossato un abito bianco: sotto la seta trasparente e il pizzo, macchie di terra umida.

Sono furiosa perché da questa mattina, mercoledì 25 novembre, leggo che sono speciale, unica, che ho una marcia in più. Sarò furiosa domani, dopo l’ennesimo schiaffo. Dopo un altro stai zitta o non essere troppo emotiva. Sarò furiosa finito novembre e con l’inizio di gennaio quando tu mi guarderai e vedrai nella mia permanente appena fatta la prova certa del mio tradimento. E mi tirerai un pugno proprio qui, su questo occhio da furiosa.

Sono furiosa perché non mi lasciano essere il male. Hanno raccontato di me come una capace di essere stronza solo quando visualizza e non risponde. Ma io sono peggio di così.

Io faccio schifo.

Io sono meschina.

La notte sogno di uccidere i miei figli.

Il giorno guardo le altre donne e immagino di strangolarle e di mettere loro la lingua in bocca mentre esalano l’ultimo respiro.

Photo credit: Maria Maglionico / EyeEm - Getty Images
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Sono furiosa perché da sempre, dalla Bibbia, mi hanno descritto come angelica o demoniaca, precludendomi tutte le altre possibilità. Raccontandomi come una passiva, una che subisce.

Nell’incendio per voi, io sono la casa che brucia, la cenere che rimane. Ma io sono fuoco, sono la miccia da cui tutto inizia.

Sono furiosa perché mi hanno tolto il diritto di esserlo. Incapace di fare il male vero, incapace di rivoltare le cose.

Sono furiosa e non solo “in quei giorni” o per via di “quei giorni”.

Sono furiosa per Chiara, Marta, Simona; morte suicide a 15, 17 e 19 anni.

E per Valeria, Francesca, Anna; che quando le hanno uccise di anni ce ne avevano 18, 32 e 56.

Sono furiosa perché quando esco la sera mia madre si preoccupa per me e io, anche se dico che non c’è problema — davvero mamma, sono tranquilla — io cammino a passo più veloce in una strada buia. Io ho paura.

Sono furiosa, incazzata, mi sono rotta di avere paura.

Anche tu hai paura, lo so. Solo che le mie paure adesso sono di moda, e io mi chiedo cosa capiterà quando non lo saranno più.

Sono così furiosa, arrabbiata, distrutta e incazzata. Così folle e perversa che immagino un’esplosione in questa stanza.

E allora vengo lì. Ti afferro dal collo con la mano sinistra, con la destra tiro il nodo della tua cravatta, ti faccio cadere su questa poltrona, ti fisso dritto negli occhi. Respiro e ti dico: se ammetti che sono in grado di un’intelligenza pari alla tua, allora devi riconoscere anche il fatto che posso essere malvagia quanto te. Più di te.

Poi ti lascio andare. Mi lavo le mani, sistemo il vestito, butto via le mutande bagnate e aggiusto il trucco.

Ci vorrà ancora del tempo perché tu riesca a dire che siamo capaci delle stesse azioni.

In questo tempo, allora, io continuerò a essere furiosa.

Ogni giorno di più.

Da domani e ancora e ancora.

Furiosa.