Il Belgio è il nido delle spie cinesi in occidente

Francesco Russo

Uno dei casi più recenti è quello di Xu Yanjun, estradato lo scorso anno negli Stati Uniti con l'accusa di aver cercato di rubare segreti industriali al ramo aviazione di General Electric. Lo scorso ottobre è stato poi il turno del direttore dell'istituto Confucio dell'università di Bruxelles, bloccato alla frontiera e colpito dal divieto di entrare nell'area Schengen per 8 anni.

Secondo un articolo pubblicato lo scorso febbraio da Die Welt sulla base di informazioni di intelligence, le spie cinesi di stanza in Belgio sono almeno 250, più degli agenti russi presenti nel paese. La rappresentanza di Pechino presso l'Unione Europea si disse "fortemente scioccata" da un articolo che definì "infondato". Ma sono numerose le ragioni per le quali il Belgio è diventato il quartier generale dello spionaggio del Dragone.

Non c'entra solo la presenza di importanti istituzioni internazionali come la Nato e la Ue e il relativo corollario di diplomatici, politici e militari che si scambiano confidenze e informazioni, spiega Bloomberg. Un quadro istituzionale debole e frammentato (a sei mesi dalle elezioni non è stato ancora formato un governo, e non è certo la prima volta) fa sì che la vigilanza sia inferiore rispetto ad altre nazioni. E le 'barbe finte' orientali prosperano diventando, dice Bruno Hellendorf, ricercatore dell'Egmont Royal Institute for International Relations, "un'enorme e crescente fonte di preoccupazione.

Le accuse nei confronti di Xu mostrano alcune delle strategie adottate da Pechino per impadronirsi dei segreti di aziende e governi. Una volta maturata una fitta rete di contatti esperti di ogni nazione europea venivano invitati a tenere convegni presso l'Università di Aeronautica e Astronautica di Pechino, gestita dal ministero dell'Informazione. Una volta collegati alla rete, i computer degli ospiti venivano violati e saccheggiati.  

Il bersaglio principale sono gli Usa ma hanno registrato una forte attività di spionaggio cinese anche Polonia, Francia, Germania e Regno Unito. "I cinesi stanno diventando molto più attivi che negli scorsi 10 o 20 anni", spiega a Bloomberg Charles Parton, un ex diplomatico britannico con oltre vent'anni di esperienza in Cina.

E, con un'Europa che diventa sempre più diffidente nei confronti di Pechino, il Belgio rimane un ventre molle, che sta aprendo agli investitori cinesi settori strategici come l'energia e la logistica. Nondimeno, l'intelligence ha mostrato di saper identificare potenziali minacce. nel 2016 la State Grid Corp. of China cercò di acquistare una quota del gruppo energetico Eandis. Poco prima che l'affare fosse chiuso, sui media uscì un dossier dei servizi segreti interni che raccomandava "estrema cautela", citando il rischio che le tecnologie belghe potessero essere utilizzate dalla difesa cinese. L'operazione saltò.

Poi ci sono i politici locali che vengono avvicinati da think tank o associazioni di cooperazione culturale e, blanditi con viaggi e cene, finiscono per avere una contiguità eccessiva con soggetti che poi si rivelano spie. Ne è un esempio Filip Dewinter, un parlamentare regionale del partito di estrema destra Vlaams Belang, che fu indagato per i suoi legami con un'organizzazione accusata di spionaggio e poi assolto lo scorso febbraio. "Forse ho avuto troppa fiducia in queste persone", ha dichiarato al quotidiano De Morgen, affermando di essere oggi "più informato" e "più vigile" sulle attività occulte  dell'ex celeste impero.

L'aumentata consapevolezza però non si è ancora tradotta in un'adeguata risposta istituzionale, complice il forte decentramento amministrativo. "C'è poco o nessun dialogo tra le regioni sulle implicazioni del crescente investimento cinese in Belgio", spiega ancora Hellendorff, "non solo in termini economici ma anche in termini di impatto sui valori e di influenza".