David Quammen: "Il Big One è arrivato, ma possiamo sconfiggerlo"

Intervista a David Quammen, autore di Spillover (Photo: Getty/Hp)

“Il Big One è arrivato, ma possiamo sconfiggerlo”. David Quammen, scrittore e divulgatore scientifico, è appena tornato in Montana da una ricerca sul campo in Tasmania. Il suo “Spillover”, con la “Peste” di Camus e “Cecità” di Saramago, è tra i tre titoli più letti in questi giorni drammatici, il più utile. Per capire a cosa siamo già sopravvissuti e per capire quanto aver paura oggi.

Spillover, tecnicamente il salto di specie di un virus, parla - 8 anni prima di quest’emergenza e 10 anni dopo la Sars che colpì l’Asia - di come i virus passano da animali più o meno familiari all’uomo. Parla di Ebola, Sars, Nipah, di coronavirus come il nCov-2019. 

“Non ha senso preoccuparsi, ma prendere le precauzioni e diffonderle. Accompagnare le zone rosse a tracciabilità dei contatti, isolamento dei casi e quarantena”. Quammen spiega perché non dobbiamo diventare come la Cina per battere il coronavirus: le democrazie aperte hanno altri vantaggi, basta non essere bugiardi come Trump.

Il nCov-2019 è la “Big One”, la grande epidemia? È preoccupato? Ne stiamo sottovalutando il pericolo?

Nel mio libro, “Spillover”, affermo che ci sarà sicuramente un Big One e ne descrivo gli aspetti. Nel 2012, quando il libro è stato pubblicato per la prima volta in lingua inglese, ho previsto che si sarebbe verificato in questo modo: una pandemia causata da 1) un nuovo virus 2) con molta probabilità un coronavirus, perché i coronavirus si evolvono e si adattano rapidamente, 3) sarebbe stato trasmesso da un animale 4) verosimilmente un pipistrello 5) in una situazione in cui gli esseri umani entrano in stretto contatto con gli animali selvatici, come un mercato di animali vivi, 6) in un luogo come la Cina. Non ho previsto tutto questo perché sono una specie di veggente, ma perché ho ascoltato le parole di diversi esperti che avevano descritto fattori simili.

Se sono preoccupato? No. Preoccuparsi non serve a niente. Mi atterrò alle precauzioni necessarie e cercherò di convincere gli altri a fare altrettanto. Mi preoccupa molto di più il cambiamento climatico, dato che non sembriamo intenzionati a controllarlo e ridurlo. Mentre abbiamo ragionevoli possibilità e mezzi per mitigare le conseguenze devastanti di questo virus, di questa patologia, anche in caso di pandemia.

Quali sono le misure più efficaci contro il contagio? In Italia – e in Europa – le scuole e alcune zone specifiche sono state chiuse. È in corso un acceso dibattito sulla reale efficacia di tali provvedimenti. Lei pensa che l’unica soluzione sia la quarantena? Chiudere tutto, restare a casa ed evitare i contatti umani?

So che c’è divisione sulle chiusure, inclusa la grande “chiusura” del Nord Italia, a partire da domenica notte. Non sono un’autorità sanitaria e le misure di contenimento non sono al centro del mio libro e delle mie ricerche, dunque mi manterrò cauto e umile su questo argomento. Stando a quanto appreso dalle fonti a cui mi affido, le chiusure e le restrizioni sugli spostamenti potrebbero risultare utili in alcune situazioni, se accompagnate da altre importanti misure, come la tracciabilità dei contatti, l’isolamento dei casi, la quarantena o l’auto-quarantena di quanti hanno avuto contatti con i contagiati, l’immediato irrobustimento delle strutture sanitarie a livello locale e regionale, una rapida produzione con conseguente acquisto dei kit per la diagnosi, attrezzatura protettiva (come mascherine N95 e tute per gli operatori sanitari), terapie e vaccini. Le sole chiusure non faranno altro che lasciare i più sfortunati a patire le avversità da soli, se va bene, o a subire miseria e morte nel peggiore dei casi.

In base alla sua esperienza, che tipologia di virus stiamo affrontando? Più simile all’influenza o alla SARS? Il picco di infettività si manifesta prima o dopo i sintomi?

Il nuovo virus, come tutti sappiamo, è del tipo coronavirus. Appartiene a una famiglia di virus capaci di adattarsi ed evolvere molto in fretta. (Da cosa è data questa rapidità? Dal fatto che hanno genomi RNA a filamento singolo che mutano spesso, cambiano, quando il virus si moltiplica. Questa frequente mutazione comporta una variazione all’interno della popolazione virale, che fa da base per l’evoluzione darwiniana). È più simile alla SARS (anch’essa un coronavirus) che alle varie influenze stagionali, appartenenti alla famiglia degli Ortomixovirus. Ma anche in questo caso, si tratta di un gruppo in cui sono presenti genomi di RNA a filamento singolo. È il tratto che accomuna virus influenzali, SARS e nuovo virus: genomi che cambiano di continuo e si adattano rapidamente. Ecco perché rappresentano un problema.

Nel nuovo virus l’infettività – non necessariamente il picco di infettività – sembra manifestarsi prima che appaiano i sintomi. Anche per questo il virus è così pericoloso. Possiamo vederlo, in una persona, in una città, in un’intera popolazione, solo quando la diffusione è in corso già da diverso tempo.

I sintomi della SARS apparivano più letali e violenti, un aspetto che si è rivelato importante per combatterla; il nuovo coronavirus sembra essere molto più complesso. Ritiene che potrebbe trattarsi di un’evoluzione della prima Sars?

Stando alle ricerche molecolari condotte dagli scienziati fino ad ora, il nuovo virus è collegato alla SARS (sono entrambi coronavirus), ma non deriva dalla Sars. Tutti i coronavirus, per le ragioni già citate, hanno la capacità di adattarsi velocemente alle nuove circostanze – ad esempio, adattarsi a una nuova tipologia di portatori, come gli esseri umani. La SARS ha ucciso circa il 10% della popolazione colpita da infezione. Il nuovo coronavirus si sta rivelando letale nel 3,4 percento dei casi confermati, ma si tratta di un numero inaffidabile per diversi motivi. Il tasso di mortalità potrebbe essere anche inferiore al 3,4%, perché il numero dei casi effettivi potrebbe essere molto più alto di quanto sappiamo. Il pericolo maggiore di questo virus è che sembra trasmettersi da un soggetto infetto ad un altro prima che la persona infetta inizi a mostrarne i sintomi, come abbiamo detto. Non conosciamo la portata della diffusione – perché non siamo ancora in grado di condurre test, in maniera rapida, su così tante persone.

All’epoca della Sars 2002 si riusciva a stabilire con più certezza se una morte – anche tra più giovani e senza patologie preesistenti – era stata causata dal virus. Oggi sembra essere tutto più complicato. Le persone sono morte perché fragili, anziane e già malate e il virus fa da acceleratore.

Sì, il tasso di letalità è più alto tra le persone anziane, cosa che non valeva per la Sars ma che spesso vale per l’influenza stagionale. Quest’ultima patologia virale è più complessa per diverse ragioni, tra cui, in alcuni casi, il raggiungimento di un punto critico dove il virus passa dall’infettare l’apparato respiratorio superiore (bocca, naso, gola) all’apparato respiratorio inferiore (polmoni): a quel punto le condizioni del paziente rischiano di aggravarsi improvvisamente.

Lei ha affermato che dopo l’emergenza Sars nel 2002-2003 dovevamo aspettarci uno scenario simile, che si trattava di una mera questione di tempo. Che cosa avremmo dovuto fare per evitare la nuova epidemia? È possibile o no bloccare i cosiddetti spillover (i “salti di specie” degli agenti patogeni dagli animali all’uomo)?

C’è da aspettarsi che spillover come quello in corso, verificatosi a Wuhan e che ha portato alla crisi coronavirus, si ripresentino in futuro. Sono inevitabili, in un certo senso, perché gli animali selvatici sono portatori di tantissimi virus endogeni, e alcuni di questi sono in grado di estendersi all’uomo, riprodursi, adattarsi, diffondersi tra gli esseri umani e causare malattie. L’uomo non fa che invadere di continuo gli ecosistemi complessi abbattendo alberi, costruendo villaggi e sfruttando le aree di estrazione mineraria; catturando animali selvatici a scopo alimentare che a volte vengono spediti altrove, ancora vivi, per essere venduti nei mercati. Così facendo, ci esponiamo ai virus portati da queste specie animali. Una volta contagiato un solo essere umano, e poi un secondo e così via, attraverso la trasmissione da uomo a uomo, il virus ha una grande opportunità: 7,7 miliardi di individui che interagiscono a stretto contatto, che viaggiano di continuo, offrendo al virus la possibilità di moltiplicarsi su larga scala e diffondersi a macchia d’olio. Se i virus sognassero, infettare l’intera popolazione umana sarebbe il loro sogno per eccellenza. Non esiste occasione più ghiotta per il successo evolutivo (del virus).

Sembra che la Cina sia riuscita a fermare l’epidemia. La Cina non è una democrazia, crede che democrazie relativamente deboli come quelle europee saranno in grado di combattere con la stessa tenacia?

Di certo non è una semplice coincidenza il fatto che la Cina, che a quanto pare è riuscita a controllare la diffusione del virus, sia un paese che esercita un controllo governativo molto forte e deciso su svariati aspetti della vita dei cittadini. Sulle prime, la reticenza delle autorità ha contribuito alla diffusione del virus nella città di Wuhan; dopodiché il potere del controllo governativo è stato impiegato per rimediare al pessimo inizio. La situazione della Cina non deve portarci a credere che i governi meno invasivi, più aperti e democratici, saranno incapaci di controllare il virus. Gli altri governi dovrebbero poter contare su altri vantaggi, tra cui una cittadinanza bene informata e autorità pubbliche che operano in modo trasparente basandosi su informazioni scientifiche certe. Sarebbe la condizione ideale, una buona notizia. La cattiva notizia è rappresentata da quello che abbiamo visto nel mio paese, da un presidente narcisista e dai suoi più stretti collaboratori: bugie, confusione, seguiti da rettifiche, azioni tardive e dichiarazioni contraddittorie. Spero che il vostro paese si stia comportando meglio.

Il nCov-2019 sta approdando negli Stati Uniti. Qual è la sua opinione? Il sistema è pronto? Trump mostra una grande sicurezza, ma sarà sufficiente? I cittadini sono preparati?

Trump ha sempre mostrato una grande sicurezza, gli è stata inculcata sin dall’infanzia fino ai limiti del delirio. Ma non è pronto. È impreparato. L’America sta cercando di attrezzarsi, nonostante Trump. Possiamo contare su persone molto in gamba sia nella nostra comunità scientifica sia all’interno degli istituti di ricerca come il CDC e il NIAID. Sono loro la nostra speranza. Loro e la volontà da parte dei cittadini americani di rispettare le misure di sicurezza e aiutarsi l’un l’altro a superare tutto questo. E, oltre a impegnarci per superarla, siamo anche chiamati ad aiutare quei paesi che non dispongono delle nostre stesse risorse. Mi auguro che non verremo meno a questa responsabilità. Il virus non conosce confini. Nessun paese sarà al sicuro fino a quando non lo saremo tutti.

Potremmo definire il virus come una vendetta della natura sull’uomo?

Non credo nella metafora della “vendetta della natura” che tende a personificare la Natura come un’entità saggia, con un suo fine e una sua volontà. Non sono così romantico. Concepisco la natura come la concepiva Darwin. Ma in fin dei conti, è solo una metafora e non dev’essere per forza presa alla lettera. Quella che gli altri vedono come una vendetta della natura, io la descriverei in questo modo: gli ecosistemi complessi ospitano animali, piante, funghi, batteri e altri organismi cellulari; e tutti questi organismi cellulari ospitano dei virus. Se decidiamo di comprometterli lo facciamo a nostro rischio e pericolo.

 

Spillover, di David Quammen, gli Adelphi (Photo: Adelphi)

 

 

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