Il blocco petrolifero l'arma di ricatto nelle mani di Haftar

Marta Allevato

Con una mossa a sorpresa, il generale Khalifa Haftar flette i muscoli e si prepara ad arrivare alla Conferenza internazionale sulla Libia, oggi a Berlino, con un'arma negoziale in più: l'uomo forte della Cirenaica, che da aprile ha sferrato un'offensiva su Tripoli, ha ordinato la chiusura dei terminal di greggio in tutta la mezzaluna petrolifera dell'Est, sotto il suo controllo (a Ras Lanuf, Brega, Sidra e Zueitina).

La National Oil Corporation (Noc), la compagnia petrolifera nazionale libica, ha dichiarato lo "stato di forza maggiore" e ha espresso forte condanna per il blocco, avvertendo che il settore energetico è l'"unica fonte di reddito per il popolo libico". L'impressione è che Haftar, la cui presenza nella capitale tedesca è stata confermata dal capo della diplomazia di Berlino, Heiko Maas, voglia usare il blocco dell'export petrolifero come arma negoziale o merce di scambio alla Conferenza di domani, ultimo tentativo delle diplomazie mondiali - tra cui l'Italia in prima fila - di consolidare il cessate il fuoco in Libia e avviare una vera road-map di pace.

Ufficialmente, le tribù e le forze fedeli al generale Haftar - rivale del Governo d'accordo nazionale (Gna), riconosciuto dalle Nazioni Unite - sono convinte che le entrate petrolifere distribuite dal Gna siano utilizzate per pagare i combattenti dall'esterno, soprattutto dalla Turchia di Tayyip Recep Erdogan.

Non è chiaro per quanto tempo andrà avanti il blocco-ricatto di Haftar, ma è già stato calcolato che farà scendere la produzione libica da 1,3 milioni a 500 mila di barili al giorno (bpd), con perdite stimate in 55 milioni di dollari al giorno, secondo la Noc.

Le Nazioni Unite, impegnate con l'inviato speciale per la Libia, Ghassan Salamè, nel difficile processo di Berlino, hanno espresso "profonda preoccupazione per gli attuali sforzi per interrompere o compromettere la produzione di petrolio" nel Paese e tramite un comunicato della Missione di sostegno Onu in Libia (Unsmil) ha avvertito di "conseguenze devastanti" ed "effetti terribili per la situazione economica e finanziaria già deteriorata del Paese".

L'Onu ha poi ribadito la necessità di preservare "l'integrità e la neutralità" della Noc. Il portavoce militare di Haftar, il generale Ahmed Al-Mismari, ha difeso la decisione del blocco, spiegando che e' stata presa "dai cittadini". L'obiettivo sembra minacciare Tripoli di un sostanziale impoverimento delle casse pubblica, prospettiva che avrebbe un effetto diretto anche sugli equilibri anche in campo militare.

Secondo alcuni analisti, come Jalel Harchaoui, ricercatore presso l'Istituto Clingendael dell'Aja, il blocco del petrolio fa parte di una "una logica di ricatto". "Può funzionare, ma l'amministrazione Usa di Donald Trump è contraria ai cali dell'export petrolifero, che portino ad aumenti di prezzi". Dubbi sul fatto che quella di Haftar sia una mossa politica sono stati espressi anche da Salamè. "Il suo tempismo è, diciamo così, sospetto", ha detto all'Afp, "la posizione delle Nazioni Unite è chiara: mon dobbiamo giocare con il petrolio perché è il sostentamento dei libici. Senza petrolio, i libici moriranno di fame".