Il calcio ci restituisce il nostro tempo: si ricomincia dal 2020

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AGI – Benvenuti nel 2020. La vita riprende da dove si era fermata e da un campo di calcio. Vi dicono che è il 2021? Si facciano pure spallucce, la verità non deve mai interferire quando c'è di mezzo un'emozione. Tutto ricomincia, almeno a livello intuitivo, nell'eterno ciclo delle stagioni e della vita. Era stato interrotto da un esserino microscopico rotondo e letale, ma ora l'unica cosa tonda che conta è un'altra, ed è fatta di cuoio.

Nell'entusiasmo generale si va dimenticando il particolare razionale, e cioè che questi effettivamente sono gli Europei del 2020 e noi siamo nel 2021. Ma vallo a cambiare, un nome così rotondamente perfetto, facilmente divisibile in due che sembra fatto apposta per restare nelle memorie.

Quando una volta, alla prima crisi d'identità di questo secolo, l'Unione Europea sentì il desiderio di un rilancio come nei matrimoni che vanno a esaurirsi, cosa non fece? Tirò fuori l'Agenda 2020, indicando una data, una via, un modo di essere. E se lo fece l'Europa, di indicare in quel numero la cifra del compimento dei tempi, non si capisce perché a negargli la missione redentrice debbano essere gli Europei.

Tanto più che Tokyo, che ha lo stesso identico dilemma per le sue Olimpiadi, non ci ha pensato un attimo e ha detto “mai un numero dispari”. E ha chiuso la faccenda.

Insomma, siamo nel 2021, ma vogliamo ancora il 2020: per redimerlo, per farlo nostro, per dimostrare che il maledetto virus non ci ha piegato e noi facciamo spavaldamente come se non fosse stato.

E se qualcuno dovesse dirci che si rischia l'interruzione del flusso spazio-temporale come in Ritorno al Futuro 3, noi rispondiamo che anche l'Albero della Vita, capolavoro premiato a Cannes, fu proiettato per una settimana intera in un cinema di Bologna invertendo l'ordine dei fattori. Prima il secondo tempo e poi il primo. E nessuno se ne accorse. Hora fugit, è vero, ma talvolta lo fa in modo molto divertente.

I cicli delle stelle

Comunque lo sapete, cari signori del tempo spazializzato e computabile, quante volte il tempo è stato sovrapposto a se stesso, sospeso, liquefatto come in un quadro di Salvador Dalì? Innumerevoli, incalcolabili, e sempre ne siamo usciti migliori, o almeno radicalmente cambiati.

Intanto lo facciamo tutti, o quasi, almeno una volta al giorno, perché nessuno sa mai dire se la mezzanotte del venerdì sia davvero quella tra il giovedì e il venerdì, oppure quella che prelude di un secondo - ma nemmeno - al sabato.

 E ricordiamoci delle estenuanti, stuccose dispute alla fine del Millennio se l'alba della nuova era sarebbe scattata il 1 gennaio del Duemila, o del 2001. Un attimo divide due giorni, un anno intero due mondi: odissea nello spazio.

I Romani non vennero mai a capo della questione: avevano un calendario fatto da un re astronomo, una specie di sciamano sabino chiamato Numa. Lo disfecero perché a Giulio Cesare non andava, faceva acqua con i suoi dieci mesi calcolati alla carlona sulla Luna ma anche sul Sole. Pensa tu che confusione. Il Divo dovette aggiungere 60 giorni, due mesi e non si sa quante ore per rimettere le cose in pari.

La mietitura era scivolata giù, a metà novembre. Fermate il mondo, riappendete al muro le falci e fate rientrare gli armenti nelle stalle: siamo più avanti del Tempo stesso. Occorre attendere.

Non è per questo, ma anche i consoli che reggevano l'Urbe avevano un piede in un anno e l'altro in quello successivo: eletti all'inizio di dicembre entravano in carica a marzo, con la primavera e i lupercalia appena festeggiati.

Ragion per cui nei libri di storia, per spiegare la cosa, si sono dovuti inventare improbabili diciture del tipo “in carica nel 54-53 a.C.”, come se esistesse un anno così bislacco e servitore di due padroni. E siccome l'idea piacque in un paese già allora amante della confusione organizzata, il vezzo di far iniziare l'anno con marzo sopravvisse a tutto il Medioevo.

Città libere e testarde come Pisa, o come Firenze, l'anno mica lo facevano iniziare con la data canonica.

No, loro dovevano conteggiarlo dal 25 marzo l'anno, giorno dell'Incarnazione, tanto per insegnare al prete a dire messa, all'astronomo a guardar le stelle e al Papa – inviso a quella razza di ghibellini e guelfi bianchi – a far di conto delle giornate sulla base del principio religioso. Tanto che a un certo punto il Papa si stufò e cambiò le regole, ma allora fu un altro bel periodo di trasando.

Ci vollero i bolscevichi

Il vecchio Gregorio Boncompagni volle essere più di Cesare, e dette a Dio quel che gli spettava annichilendone l'opera astronomica. Introdurre il nuovo calendario volle dire saltar quindici giorni, con le conseguenze del caso immaginabili in un'Europa dove viaggiava Tycho Brahe ma dove l'alfabetizzazione era quel che era.

Inoltre l'Ortodossia orientale non ne volle sapere, e si tenne a dispetto i vecchi computi. La frattura di spazio e tempo fu così perfetta, e ci vollero i bolscevichi per ricomporla.

 Del resto non poteva essere altrimenti, se persino Cristo è nato, a quanto pare, prima di sé stesso: quattro o sei anni, addirittura, mica un paio di settimane. Rimediando al difettoso calcolo di Cesare, poi, Gregorio fu costretto a introdurre una nuova categoria d'innocenti sfortunati: i nati il 29 febbraio. Tornano alla dignità del compleanno solo una volta ogni quattro. Per un bambino è una vera tortura.

Ma il Sole si ferma, come per imposizione di Giosué a Gabaon. Galileo, avrai capito anche i massimi sistemi e i movimenti delle sfere celesti. Ma delle sfere terrestri sai ben poco, e se fosse per te non le faresti nemmeno rimbalzare.

Quindi nessuno si stupisca, nessuno si adonti se diciamo che siamo nel 2020. Perché lo siamo: il tempo è dimensione interiorizzata.

Così Mario Draghi è nel 2020 che arriva a Palazzo Chigi. È nel 2020 che ci lascia Filippo d'Edimburgo. È nel 2020, il 6 gennaio, che a Washington per la prima volta nella storia americana viene dato l'assalto al Congresso.
Pertanto Biden l'hanno eletto nel 2019, se la matematica non è un'opinione. Un anno prima del dovuto. E finalmente anche Trump ha un motivo inoppugnabile per giudicare nulle le ultime presidenziali.   

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