"Il capo libico il più spietato, torturava chiunque"

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"Il capo libico Ossama è il più spietato. Egli era che decideva su tutto. Picchiava, torturava chiunque, utilizzando anche una frusta. A causa delle torture praticate Ossama si è reso responsabile di due omicidi di due migranti del Camerun, i quali sono morti a causa delle ferite non curate". E' il racconto di un'altra vittima delle torture subite dai migranti in Libia prima di partire per l'Italia. Tre del gruppo criminale sono stati fermati all'alba di oggi, ma il capo è ancora a piede libero. "Anche io, inauditamente e senza alcun pretesto, sono stato più volte picchiato e torturato da Ossama con dei tubi di gomma, che mi hanno procurato delle vistose e doloranti lesioni in più parti del corpo. Tanti altri migranti subivano torture e sevizie di ogni tipo", racconta la vittima.  

"Sono rimasto chiuso all’interno di quella ultima struttura circa 2-3 mesi - dice -Sono riuscito a scappare da quel carcere in occasione di un violento temporale che ha provocato un affievolimento della vigilanza. Io ed altri 4 migranti siamo riusciti ad eludere la vigilanza e guadagnare la libertà (…)”.  

"L’associazione, come visto contava su mezzi e una pluralità di uomini, aventi ruoli specifici - scrivono i pm nel provvedimento di fermo - C’era chi aveva la disponibilità di mezzi (tra cui armi e telefoni cellulari) con i quali riusciva a vigilare sui detenuti e a fornire loro i telefoni cellulari necessari per contattare i loro parenti al fine di richiedere il riscatto in vista della liberazione dei migranti detenuti".  

Due delle vittime hanno detto, a proposito di uno dei tre fermati, Mohamed Condè: "Egli è la persona conosciuta con il soprannome di “Suarez””; questa persona lavorava per il capo Ossama ed è un suo fedelissimo - spiegano i naufraghi ai poliziotti della Squadra mobile guidata da Giovanni Minardi - egli si occupava della vigilanza ed era armato di fucile. Minacciava e torturava noi migranti e decideva, poiché godeva della fiducia di Ossama, chi di noi poteva uscire dal carcere, in quanto si occupava della riscossioni dei riscatti richiesti, ai nostri parenti, in cambio della nostra liberazione”.