Il caso delle cuffie AirPods: riparare è un diritto

·3 minuto per la lettura

“Se la tecnologia non fosse stata aperta e accessibile, Apple non esisterebbe”. Parola del cofondatore della multinazionale di Cupertino Steve Wozniak, che si espone in prima persona per il movimento “right to repair”. Letteralmente “il diritto di riparare”, che poi è esattamente quello che chiede: la possibilità di mettere le mani in prima persona sui propri device tech per eseguire le riparazioni basilari - sostituire la batteria o uno schermo incrinato, ad esempio, senza dover ricorrere necessariamente a un tecnico autorizzato.

Se paragonassimo il mondo dell’elettronica a quello delle auto, sarebbe come essere costretti a portare obbligatoriamente nell’officina monomarca la propria auto anche solo per cambiare uno pneumatico o le spazzole del tergicristalli. Apple è la prima chiamata in causa ogni volta che si parla del diritto di riparazione, dato che tutti i suoi dispositivi sono particolarmente complessi da aggiustare in caso di malfunzionamento. Un meccanismo che porta molto spesso a preferire l’upgrade al modello successivo, come vediamo ormai da anni per gli iPhone. Con l’uscita di un nuovo modello è più semplice e conveniente mandare in pensione il precedente che non regge bene gli aggiornamenti di software o inizia ad avere problemi di durata delle batterie. Non solo gli iPhone: nel mirino sono finite in questi giorni le cuffie AirPods, dotate di batterie agli ioni di litio che da nuove durano circa 4-5 ore, ma dopo qualche anno di utilizzo si deteriorano fino a durare al massimo un’ora. Un problema a cui si potrebbe ovviare sostituendole, ma farlo è praticamente impossibile, e così chi le usa finisce per comprarne un nuovo paio, con dispendio economico molto maggiore - per non parlare dell’inutile inquinamento generato dal gettare via un dispositivo ancora perfettamente funzionante.

Per i sostenitori del diritto di riparazione il problema è ambientale, etico ed economico, e non riguarda solo i gadget Apple, ma anche device notevolmente più vitali, da quelli per uso medico a macchinari agricoli. Quello che chiedono è che le aziende progettino i loro prodotti in modo più accessibile, assemblandoli già con in mente la possibilità di ripararli - incastri invece che colla o saldature, scomparti delle batterie apribili senza strumenti particolari, software di diagnostica open source. “Credo che le aziende continuino a impedirlo perché questo gli garantisce un maggior potere e controllo”, ha detto Wozniak, che ha lasciato Apple nel 1985 ed è spesso stato critico su alcune scelte. E la politica sta iniziando ad accorgersene. Nel Regno Unito sono state introdotte di recente nuove misure che richiedono ai fabbricanti di elettrodomestici come televisori, lavatrici e frigoriferi, di rendere disponibili direttamente ai consumatori i pezzi di ricambio, prolungandone così notevolmente la vita e con un grande risparmio sia economico che ambientale.

Negli Stati Uniti almeno 27 stati, ad oggi, hanno introdotto una legislazione in materia, ed è arrivato anche il supporto diretto della Casa Bianca. Il presidente Biden ha firmato proprio in questi giorni un ordine esecutivo per dar vita a livello federale a una nuova regolamentazione che limiti la capacità delle aziende di bloccare le riparazioni autonome sui loro prodotti. Anche in Europa il movimento esiste e combatte per dare a tutti la possibilità di riparare i propri device, chiedendo alla Commissione Europea una legislazione univoca contro la tendenza delle aziende a rendere più semplice la sostituzione della riparazione e contro l’obsolescenza programmata.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli