Il caso delle magliette di Versace che hanno offeso il governo cinese

gabriele fazio

Sulla geografia con la Cina come noto non si scherza. Lo sanno bene molti marchi internazionali, brand di assoluto prestigio del mercato globale, che si sono messi nei guai con il governo di Pechino. Ultimo della lista, come racconta Quartz, è stato Versace, colpevole di aver commercializzato una maglietta con un'etichetta che suggerisce che Hong Kong si trova nello stato di Hong Kong e Macao nello stato di Macao. In realtà sia Macao che Hong Kong, ex colonie (portoghese e inglese) sono tecnicamente parte della Cina, sia pure con alcune autonomie amministrative e legislazioni semi-democratiche.

La maglietta di Versace è diventata un vero e proprio caso nazionale, perfino l'attrice Yang Mi, testimonial in Cina di Versace, ha deciso di interrompere la sua collaborazione con l'azienda italiana di conseguenza alla madornale gaffe: "La sovranità e l'integrità territoriale della madrepatria – sostiene con un post su Weibo l'attrice - sono sacre e inviolabili". A questo punto le scuse sono d'obbligo e non solo per una questione di educazione, la Cina solitamente mette questi grossi marchi alle strette: o scuse pubbliche e ufficiali o la chiusura del mercato cinese, una mossa che per un'azienda che opera a livello mondiale rappresenta chiaramente una batosta da tracollo.


Così Versace ammette l'errore, abbassa la cresta e sempre sul popolare social network cinese Weibo scrive: “Nei giorni scorsi Versace ha visto una discussione diffusa su una delle nostre magliette. Vorremmo esprimere le nostre più profonde scuse per questo incidente. Il nostro design ha erroneamente etichettato i nomi dei paesi per alcune città ... Questo è l'errore della nostra azienda ed esprimiamo le nostre più sentite scuse per qualsiasi danno possa aver causato. Versace afferma che amiamo la Cina e rispettiamo risolutamente la sovranità del suo territorio”.

È qui che la storia si fa tanto singolare quanto inquietante, perché a qualcuno non è sfuggito come queste parole siano vagamente ridondanti, parole già sentite ogniqualvolta un grosso marchio occidentale ha commesso errori di questo tipo. Quando Marriot in un sondaggio elenca Tibet, Taiwan, Hong Kong e Macao come paesi separati, diversi, dalla Cina, le scuse ufficiali ricordano che “Marriott International rispetta e sostiene la sovranità e l'integrità territoriale della Cina ... non supportiamo nessuno che sovverta la sovranità e l'integrità territoriale della Cina e non intendiamo in alcun modo incoraggiare o incitare tali persone o gruppi”.

Stesso identico errore commesso dalla Delta, stesso identico messaggio di scuse: “È stato un errore involontario senza intenzioni commerciali o politiche”. Stesso discorso per Zara, che elenca Taiwan come paese a sé, o per Gap che invece lo esclude dalla mappa della Cina: “Gap Inc. rispetta la sovranità e l'integrità territoriale della Cina”. Perfino McDonald's è finita dietro la lavagna, sempre per colpa di Taiwan, indicato come paese di origine del protagonista di uno spot destinato alle reti taiwanesi: “La società pubblicitaria non ha effettuato rigorosi controlli di base sul film e questo ha causato un malinteso di cui siamo profondamente dispiaciuti. Abbiamo sempre sostenuto la politica della Cina unica e continuiamo a sostenere la sovranità territoriale cinese”.