Il centro non esiste, ma è affollatissimo

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Centro (Photo: ansa/Getty)
Centro (Photo: ansa/Getty)

Ci sono Mara Carfagna e perfino Giancarlo Giorgetti alla scuola di formazione organizzata da Davide Faraone in Sicilia. Il capogruppo di Italia Viva al Senato vuole con il suo partito dare vita una grande forza riformista che sia alternativa al centrosinistra. Riformista, e dunque moderata, forse popolare, insomma di centro. Espanso fino ad inglobare un pezzo di Forza Italia, che di centro magari si sente pure, e il numero due della Lega, che oltre a essere il centro del Carroccio non si capisce cosa c’entri.

Eppure vista Quirinale, ma soprattutto con lo sguardo alle prossime elezioni, è tutto un fiorire di centristi che vogliono allargare il centro, che signora mia quanto è bello il centro, che dove vai se il centro non ce l’hai. Dalle colonne del Corriere della sera parla Antonio Tajani, che nell’ecosistema di Forza Italia dovrebbe essere il capo dei falchi, la guida di quell’ala filo-populista finita sotto la critica dei tre ministri del partito (oltre a Carfagna Mariastella Gelmini e Renato Brunetta), che invece si professano draghiani e di centro. E insomma ecco qua Tajani: “Il centro siamo noi di Forza Italia, non ne serve un altro”. E ancora: “Il centro è Berlusconi, che infatti è tornato centrale nella politica italiana” (equivalenza che a parte la condivisione dell’etimologia del termini non si capisce bene che valenza abbia). Ma scusi Tajani, lei non era il falco? “Se poi ci si riferisce a me, beh, rido: la storia della mia vita parla”. Insomma il centro sono io, mica sono loro, al massimo Berlusconi, tutto chiaro no?

Faraone, ancora lui, fa un elenco di nomi riformisti che starebbero proprio bene in un soggetto di centro: “Tra noi, Calenda, Lupi, Toti, Bonino, Gori, Bentivogli, molti esponenti di Forza Italia, tutte persone di buon senso che condividono le istanze riformiste che il governo sta portando avanti, quali sono le differenze?”. C’è perfino Toti nell’elenco, il presidente della Liguria uscito da Forza Italia quando sembrava che Matteo Salvini riuscisse ad andare al voto, cercando uno scompartimento nel treno leghista poi finito su un binario morto. E improvvisamente recuperato alla causa centrista. Eccolo dopo il primo turno delle amministrative: “Il nostro blocco elettorale di riferimento ci chiede stabilità, coerenza e moderazione”. Se non è centro questo.

L’affollamento è grande, se n’è accorto anche Pier Luigi Bersani: “Attorno a quest’ipotesi di centro ci sono Calenda, Brunetta e altri”. Il ministro forzista l’ha d’altronde detto: basta salvinismi, torniamo alla grande casa dei moderati. Quella che vuole fare Matteo Renzi, dunque. Si perde il conto delle volte che l’ho ha detto, il suo allargamento al centro(destra) fu uno dei bersagli dei suoi oppositori interni anche ai tempi felici del 40% alle europee. Lo scorso 9 ottobre lo confermava: “Chi occupa politicamente il centro vince”.

Uno che delle zone è un esperto come Gaetano Quagliariello, il centro del centro destra per eccellenza, qualche giorno dopo azzardava: “Da Renzi a parte della Lega tutte le forze di centro devono riprendersi la scena”. E aridaje con la Lega. Ma si sa, con il prof Quagliarello non è mai solo aritmetica politica, ma una questione di zeitgeist: “Le coalizioni non sono un dato etnico o un prodotto dello spirito”. Insomma, datevi una mossa e ricostruiamo il grande centro. Renzi a quanto pare ci sta: “Con Forza Italia per un centro riformista, con Carfagna e Gelmini dialoghiamo bene”, diceva lo scorso 25 settembre dalla Sicilia. Tempo due settimane ed ecco l’accordo con Micciché, il ras siciliano che forse non sta al centro ma di sicuro è uno dei centri della politica nell’isola.

“Ma cosa diamine fai?” Gli ha chiesto Carlo Calenda, che ha esortato l’ex amico Matteo a non disperdere “la legacy” riformista, insomma a non buttare via il centro per qualcosa che centro non è. Perché alla fine c’è una grande folla attorno a quel recinto, ma tutti si ergono controllori, dispensatori di pass d’accesso perché lui sì ma quell’altro giammai. Per esempio uno che sull’argomento qualcosa se ne intende come Clemente Mastella subito dopo il ballottaggio era convinto: ci penso io, “va rilanciato il centro, spero che Calenda e Renzi facciano la loro parte”. Il leader d’Azione sta al centro ma non vuole essere definito di centro, e quindi rispondeva “anche no”. Poco male, perché qualche giorno dopo Mastella gli ha ritirato la patente di centrismo: “Rifaccio il centro e torno in Parlamento. Calenda? Non ha umiltà, resta un pariolino”, e dal che si deduce che ai Parioli non si possa essere di centro, o forse nel quartiere di Roma Nord tutti la pensano come il candidato sindaco che un paio di giorni fa a La7 spiegava in un criptico romanesco che “Il centro non vol di’ niente. È molto affollato perché non è niente”.

Lasciando da parte le battaglie lessicali che altrimenti non si finisce più, nella buona sostanza le cronache raccontano di tanti generali, tutti che ambiscono al comando supremo, e poche truppe. Ma date tempo al tempo, se come dice Faraone il nuovo soggetto riformista “potrebbe essere la prima per consenso in Italia”, mentre Maurizio Lupi, uno che al centro del centrodestra lavora da decenni, era di un’idea più modesta ma dopo aver fatto di conto: “Noi centristi nei sondaggi abbiamo il 12%, e senza il centro non si governa”. Cosa c’entri il ciellino Lupi con Emma Bonino e la sua storia, che nello schema di Italia Viva dovrebbe prenotare una stanza da quelle parti, non è molto chiaro, come non è certo che il suo partito concorra a quel 12%. Dopotutto i confini sono fluidi e cangianti. Per Mastella sulla legge Zan Enrico Letta è stato un ultras: “Serviva una capacità morotea di mediare, lui non l’ha avuta”, il segretario del Pd doveva essere “più levigato”, insomma, più di centro ancora.

A far da scenografia al gran teatro del centrismo sempre lui, Pier Ferdinando Casini, il centro per eccellenza, leader dei Centristi per l’Europa dopo essere transitato per innumerevoli sigle, tutte più o meno con la parola centro nel nome e nel simbolo. Lui che quando si parla di Quirinale ritorna sempre sulla bocca di tutti, entrato almeno un paio di volte papa nel conclave per uscire immancabilmente cardinale, che lo scorso giro ci aveva sperato di essere realmente in gioco, provò a bruciare nella corsa Giuliano Amato per poi arrendersi alla mossa renziana di Sergio Mattarella. “Vieni, vieni con noi nel grande centro”, diceva Neri Marcorè in una fortunata imitazione dell’ex presidente della Camera. Era il Pippo Chennedy Show. Era il 1997, sembra oggi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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