Il Cile dalla dittatura alle proteste: la storia di 30 anni di disuguaglianze

proteste in cile manifestanti

Migliaia di persone in piazza, negozi incendiati, carri armati e militari in strada come ai tempi di Pinochet. Le immagini provenienti da Santiago, travolta dalla rivolta dei cittadini cileni contro il governo di Piñera, hanno fatto il giro del mondo. Ma le radici delle proteste esplose in Cile sono ben più profonde dell’aumento del costo dei trasporti pubblici. Per comprenderne le motivazioni bisogna, innanzitutto, capire il suo background sociale, politico ed economico e ripercorrere la sua storia dall’insediamento della democrazia a oggi. Lo hanno spiegato a Notizie.it fonti italiane da Santiago, una capitale spaccata tra manifestanti, militari e ronde armate organizzate dai sostenitori del governo.

Crescita economica e disuguaglianza sociale

Il Cile è considerato uno degli Stati più sviluppati dell’America latina, di cui vanta la miglior economia e una buona stabilità a livello politico e istituzionale. A partire dagli anni Novanta, dalla fine della dittatura di Augusto Pinochet (terminata l’11 marzo 1990), il Paese ha conosciuto un cambiamento radicale. Le nuove forze governative, a partire dalla presidenza di Patricio Aylwin, hanno perseguito politiche fortemente liberali, che hanno avuto buoni risultati a livello economico ma che hanno al contempo portato alla nascita di grandissime disuguaglianze a livello sociale.

Lo stipendio medio di un lavoratore cileno ammonta a circa 700 euro, la metà del salario medio in Italia nel 2019. Oltre il 26% della ricchezza nazionale è nelle mani dell’1% della popolazione, lasciando il 50% dei cittadini in stato di grave difficoltà economica.

Il Cile è oggi una nazione in cui prevale la privatizzazione. Sono tantissimi i servizi a cui i cittadini possono accedere solo dietro pagamento, inclusi il sistema pensionistico, la sanità e l’educazione. Il Paese ricorda bene la violenza delle proteste scoppiate nel 2011, quando gli studenti sono scesi in piazza per chiedere la riforma del sistema di istruzione, che oggi costringe migliaia di giovani a indebitarsi per anni per accedere a un’educazione di qualità non corrispondente al suo prezzo.

cile bandiera

Da Pinochet a Piñera

Dal 2006, il governo del Cile è stato nelle mani di due leader, entrambi di estrazione socialista, che si sono alternati alla presidenza del Paese: Michelle Bachelet Jeria (rappresentante prima di Concertación e poi di Nuova Alleanza) e Sebastián Piñera, attualmente in carica, di Rinnovamento Nazionale. Gli ultimi anni del governo Piñera sono stati caratterizzati da una forte crisi economica, cominciata a cavallo tra il 2013 e il 2014 e che ha coinvolto anche altri Paesi sudamericani tra cui Brasile e Argentina.

Per far fronte alla difficile situazione economica, il presidente ha fatto agli elettori promesse estremamente ambiziose in una duplice direzione. Da un lato, ha avanzato proposte di impronta liberale, ma garantendo al contempo un occhio di riguardo per le fasce più deboli della popolazione (aspettativa che è stata però largamente disattesa). In un’intervista al Financial Times, ha definito il Cile “un’oasi di pace e prosperità” nel mare delle proteste che attraversano il continente. Dall’altro lato, Piñera ha costruito intorno a sé una rete che gli ha permesso di accrescere il proprio prestigio a livello internazionale, stringendo rapporti con gli altri Paesi dell’America Latina, anch’essi interessati dalla crisi.

I summit internazionali

In Cile si terranno infatti appuntamenti importanti per la comunità internazionale, dal summit APEC (il Foro per la Cooperazione Economica dell’Asia Pacifico) di novembre al Summit sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite di dicembre. Prima delle proteste, il presidente del Cile è stato invitato al G7 in cui i leader politici hanno cercato una soluzione all’emergenza incendi in Amazzonia.

Ma in molti, nel Paese, vedono dietro la sua politica una pura ricerca di un tornaconto personale. Piñera non è solo l’uomo più potente del Cile ma anche il più ricco, in grado di influenzare e controllare il sistema dei media a suo vantaggio. La sua famiglia di facoltosi impresari è lontana dalle esigenze della gente comune.

cile militari

L’esplosione delle proteste in Cile

Il malcontento della popolazione cilena è cresciuto esponenzialmente quando le conseguenze della crisi si sono inasprite per effetto della guerra commerciale tra Usa e Cina e per l’abbassamento del prezzo del rame, la più importante risorsa economica del Paese. La crescita economica è ulteriormente rallentata, le tasse dirette e indirette sono aumentate, insieme al costo di luce e gas, influenzate dall’andamento del mercato.

A far esplodere le proteste nell’autunno 2019 è stato l’aumento del prezzo dei biglietti della metropolitana. Va ricordato che a Santiago e nelle altre città del Paese non esiste un sistema di abbonamento. I migliaia di pendolari che ogni giorno si spostano per lavoro o studio sono costretti a pagare ogni singola corsa, il cui prezzo varia a seconda delle fasce orarie e raggiunge l’apice proprio nelle ore di punta.

Le manifestazioni

Le prime manifestazioni pacifiche sono cominciate giorni prima che la vicenda facesse notizia in Europa. Lunedì 14 ottobre molti studenti hanno cominciato a scavalcare i tornelli come forma di protesta non violenta. Il governo ha fin da subito reagito considerandoli come veri e propri criminali. Il livello della tensione ha raggiunto l’apice venerdì 18, quando le autorità politiche hanno annunciato che gli studenti accusati di non pagare il biglietto della metro sarebbero andati incontro non a una semplice sanzione amministrativa, ma a un processo penale. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Nella serata per le strade di Santiago è risuonato il frastuono del cacerolazo, un fenomeno tipico non solo del Cile ma dell’intera America Latina. I manifestanti sono scesi in piazza brandendo le pentole e percuotendole per dare voce al proprio dissenso. Le proteste si sono registrate in diversi punti della capitale, in alcuni casi con scontri violenti tra le forze dell’ordine e le frange estremiste. Il presidente ha dichiarato lo stato di emergenza, ha nominato un generale a capo della difesa nazionale e ha mandato l’esercito nelle strade, per la prima volta dai tempi di Pinochet.

cile pentole

Il ruolo dell’esercito

Proprio il ricordo della sanguinosa dittatura e il timore che i militari incutono avrebbero dovuto scoraggiare i manifestanti e ripristinare l’ordine. Questo, secondo molti, era il piano di Piñera. Ma gran parte delle persone scese in piazza, a partire dagli studenti, è troppo giovane per ricordare il regime di Pinochet. Il mondo che conoscono è quello della democrazia, della libertà e della lotta per l’eguaglianza.

Gli scontri sono continuati nella giornata di sabato. Le manifestazioni (a cui partecipano anche molte famiglie) sono in gran parte pacifiche, ma un centinaio di stazioni della metropolitana è stato dato alle fiamme e i supermercati più grandi hanno chiuso per paura dei saccheggi. Ben presto le proteste si sono estese anche ad altre zone del Cile. Il presidente ha annunciato l’introduzione del coprifuoco, per la prima volta dal 1987.

Tensione tra militari e governo

Le notizie diffuse dal governo a proposito delle proteste sono frammentarie e contrastanti. Al momento si sa il bilancio dei morti (15 in pochi giorni), ma non si conoscono né l’identità delle vittime né le circostanze in cui hanno perso la vita. Si sospettano diversi casi di violazione dei diritti umani.

Quando domenica 20 ottobre Piñera si è fatto fotografare nella caserma dei militari dicendo che “siamo in guerra contro un nemico potente”, si è raggiunto il punto di non ritorno. Si sono aperte allora anche le prime crepe nel rapporto tra il governo e i militari. Il giorno successivo il generale a capo della difesa ha smentito Piñera, negando l’esistenza di una guerra intestina. Non bisogna dimenticare che i militari in Cile sono stati al potere per 17 anni e che anche dopo il referendum del 1990 hanno mantenuto una grossa influenza, finché Pinochet, fino agli anni Duemila, è rimasto a capo dell’esercito.

proteste in cile

Trent’anni di malcontento

Martedì 22 ottobre Piñera ha annunciato che proporrà un nuovo patto sociale per il Paese, ma al momento non esistono proposte concrete da parte del governo né precise richieste dei manifestanti. Non c’è nessun leader politico a guidare le proteste in Cile, che proseguono senza una vera organizzazione se non quella di qualche collettivo universitario. Al momento l’Unione Europea e la Farnesina non hanno ancora emesso alcun comunicato ufficiale per chiarire la propria posizione rispetto alle proteste e alla risposta dell’esercito.

La “bomba sociale” è scoppiata improvvisamente, dopo trent’anni in cui la tensione nel Paese è cresciuta esponenzialmente e ha portato a una trasversale domanda di migliori condizioni di vita. Il livello di fiducia verso tutti i tipi di istituzione è crollata vertiginosamente negli ultimi anni, in seguito a una serie di scandali che hanno coinvolto i vertici del Paese, dal sistema pensionistico a quello fiscale.

L’altra faccia delle proteste

Esiste però anche un’altra fazione, quella dei sostenitori del governo. Mentre Piñera sembra fare un passo indietro, almeno formalmente, e chiede “perdono”, in molti a Santiago hanno creato una rete tramite WhatsApp, organizzandosi per dare vita a vere e proprie ronde armate, difendere i quartieri dalle proteste e intervenire a fianco dei militari contro i manifestanti.