Il concerto muto dei lavoratori dello spettacolo contro il Dpcm

Annalisa Cretella
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AGI - Un concerto 'muto', con sassofoni e trombe silenziose, chitarre che non lasciano sfuggire una nota e cantanti afoni per l'occasione. E con tanto di direttore d'orchestra, il maestro Enrico Intra che dirigeva i musicisti.

É l'originale protesta dei lavoratori dello spettacolo andata in scena in piazza Scala a Milano, dove si sono riunite circa un migliaio di persone per protestare contro le chiusure imposte dal nuovo Dpcm per il contenimento del contagio da coronavirus e per chiedere "diritti, dignità, reddito e cultura". 

Il concerto 'muto' in piazza Scala

“Noi siamo produttori di suoni e immagini e rappresentazioni ma oggi - ha spiegato il maestro Intra i- simuleremo il silenzio, che è parte integrante della musica, un momento di attesa dove il pubblico pensa ‘adesso cosa succederà'? " Ed è propio l'incertezza su quel che accadrà in futuro che preoccupa i manifestanti. 

In piazza ci sono cantanti, musicisti, danzatrici, elettricisti, le ballerine del burlesque, i giocolieri, le sarte di scena: un mondo fermo da febbraio, dicono. Anche se ci sono state delle parziali riaperture sono state troppo brevi per una ripresa e il settore è più in crisi di altri perché “il primo a chiudere e l'ultimo a riaprire”.  

Tra i manifestanti c'è anche il baritono Simone Piazzola, protagonista del concerto di riapertura del Piermarini il 6 luglio scorso (dopo 4 mesi di stop), preoccupato per la chiusura del teatro che in questi ultimi mesi ha lavorato a ranghi ridottissimi per rispettare il distanziamento, con 600 spettatori in sala al posto dei 2 mila pre Covid. 

Per il baritono Piazzola i teatri sono luoghi sicuri. Sulla Prima alla Scala resta l'incertezza

“Noi siamo per non chiudere il teatro - dice  - che è sicuro, le persone che si sono ammalate si sono contagiate fuori. Dovevamo fare La boheme dal 4 al 17 novembre ed è saltato tutto”. “Tutti devono avere un sostegno economico e il governo da quando c'è questo virus con noi è stato presente zero” ha sottolineato. Quanto alla Prima della Scala del prossimo 7 dicembre, quando dovrebbe andare in scena la Lucia di Lammermoor di Donizetti, tra gli addetti ai lavori, regna ancora l'incertezza. “La Prima - dice - se andiamo avanti così.. la mia sensazione è che non si ‘salva'”.

“Siamo qui a manifestare, come in altre 16 piazze italiane - spiega Francesco Aufieri della Cgil Lombardia - per chiedere un sostegno ai lavoratori dello spettacolo. Rispettiamo le decisioni del governo, anche se pensiamo che questo sia un settore più sicuro di molti altri. Ed è vero che c'è bisogno di medicine per le malattie ma anche di musica e arte per curare lo spirito”.

In piazza si mantiene l'ordine, ognuno occupa una x tracciata per terra. Al collo molti mostrano dei cartelli, si legge: “Non vogliamo correre il rischio di ammalarci o di far ammalare ma non possiamo permetterci di non lavorare”. O “l'Assenza dello spettacolo” che è anche lo slogan della manifestazione organizzata dai sindacati confederali. 

Sala ai lavoratori: ci attende un inverno difficile

A sorpresa è arrivato il sindaco Giuseppe Sala per parlare con i lavoratori dello spettacolo. E senza giri di parole ha detto che ormai "siamo tutti convinti del fatto che” questa emergenza sanitaria “non sarà una cosa da tre settimane o un mese. Ci attende un lungo inverno di grande difficoltà”. 

Il Comune di Milano si indebiterebbe per sostenere il settore

Poi venendo ai problemi della categoria, Sala ha assicurato che se potesse indebitare il Comune di Milano per sostenere i lavoratori dello spettacolo, in crisi per le chiusure imposte dal Covid, lo farebbe. “I Comuni - spiega - possono indebitarsi per fare investimenti, non per la spesa corrente. Questa è la regola generale. Oggi questa è una regola sbagliata perché per me oggi la spesa è un investimento. Se io potessi indebitare un Comune solido come il comune di Milano per sostenere voi, io lo farei - sottolinea il sindaco - perché in questo momento c'è un problema di sopravvivenza, di tirare avanti non per sei giorni ma per sei mesi presumibilmente perché di vaccini si parla tanto ma c'è poca certezza su quando arriveranno”.