Il condor su San Pietro e il Natale in sospeso di Francesco

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(Photo by Alessandra Benedetti - Corbis/Corbis via Getty Images) (Photo: Alessandra Benedetti - Corbis via Getty Images)
(Photo by Alessandra Benedetti - Corbis/Corbis via Getty Images) (Photo: Alessandra Benedetti - Corbis via Getty Images)

“El cóndor de los Andes descendió…y bajó”

Pronunziato, anzi “sussurrato” al microfono da Bergoglio e dispiegato con imponente apertura d’ali dai mass media, il messaggio natalizio del Vicario di Cristo misura lo sforzo di “convertire” il Vangelo in notizia e offrirne una lettura di attualità, incarnata nei problemi del presente: dal bullismo e violenza sulle donne ai conflitti cronicizzati, “metastatizzati” d’Ucraina e Oriente Medio, Corno d’Africa e Sahel.

Tale prerogativa, di assumere in uno sguardo il mondo intero, cogliendone i particolari e sollevandoli a visione d’insieme, evoca per un papa sudamericano la figura del volatile simbolo del continente, icona incontrastata della cordigliera e ospite inconsueto, quest’anno, del paesaggio vaticano.

Ci sono voluti otto anni e nove Natali dall’arrivo di Jorge Bergoglio perché il condor attraversasse l’oceano e lo raggiungesse a Roma, riconoscendovi uno scenario andino e planando tra i lama peruviani del presepe di San Pietro, allestito e spedito al Pontefice da uno sperduto villaggio indio, 3600 metri sul livello del mare. Dono del governo di Pedro Castillo, marxista dichiarato in campo sociale (sic) e tradizionalista in tema di morale.

Il condor, quindi. Emblema double-face del Sudamerica e dell’ambivalenza che lo distingue. Di una fede che vola in alto, massiva e istintiva, poderosa e armoniosa, dove l’anima europea non riesce più a librarsi. E di nazioni che invece fatidicamente scivolano, ristagnano nelle favelas e periferie in putrefazione. Alimentandosi della propria disuguaglianza e dibattendosi nel paradosso di presidenti agnostici come il cileno, neoeletto trentacinquenne Gabriel Boric: ateo e progressista che a sentirlo sembra però di ascoltare il Papa (“costruire ponti”, ha incitato all’indomani della vittoria) e cattolicissimi, come il suo avversario, il milionario Antonio Cast, liberista e Chicago Boy, nemico dei migranti e nostalgico di Augusto Pinochet.

Infine, ancora, il Sudamerica, metafora di un pontificato che come il condor ha spiegato l’ala verso traguardi elevati e orizzonti negati, dalla tolleranza zero sugli abusi del clero a una totale trasparenza, tout azimut, delle finanze. Dalle aperture ai gay e divorziati (“Sorella e fratello, Dio stanotte dice: Ti amo così come sei. Gesù desidera venire nel nostro sentirci fragili, magari persino sbagliati”) alla normalizzazione dei rapporti con Mosca e con Pechino. Ma come il condor è rimasto a mezz’aria e sovente costretto ad atterrare, a rovistare a testa in giù, a indagare a testa dentro tra le viscere, tra le macerie–miserie, tra le innocenze violate di una Chiesa in rovina. Mentre intorno a lui andava in scena, pure alla vigilia, l’ennesimo atto di una sfida, e faida, shakespeariana tra porporati.

Sortita che Francesco ha stigmatizzato nell’omelia della sera con allusione chiara: “Dio si abbassa e noi pretendiamo di apparire”. Salvo però risalire ad alta quota, ricordando che il Signore ha scelto di nascere vicino ai pastori, guardiani notturni senza orario, per conferire loro dignità e dire “basta morti sul lavoro!”.

Sarà per questi motivi che il condor di San Pietro mantiene h24 le ali aperte, dando la sensazione di non essersi posato pienamente, insomma di non sentirsi a casa, duraturo e sicuro. Protagonista, come il suo mentore, di un Natale in sospeso. A “metà” piuttosto che a “meta”.

“El cielo sollazó y volcó su llanto gris cuando se fue” (“Il cielo gridava e singhiozzava grigio quando se ne è andato”).

Lo sguardo di Bergoglio spazia cupo, silente, dall’obelisco al colonnato tra il presepio e l’amata, immota scultura dei boat-people, che ha installato in piazza, premonitrice. Come una profezia, come un presagio, chiedendosi se un giorno non sarà il Natale stesso a montare o tramontare su quel vascello. E ad affrontare il fato, ingrato, del rifugiato.

Appeso all’incertezza della sorte, l’annuncio all’Urbe-Orbe non fu mai così precario, e così veritiero, nel verbo lapidario di un Pontefice. Autentico e fedele all’evento primigenio del Dio bambino che nasce forestiero perché non trova, né forse troverà, posto nelle città e civiltà del futuro. Forma e fascinazione di un amore che ti prende perché sai che non dura. Ti avvolge, ti coinvolge mentre ti sfugge. Vedendo Betlemme ma prevedendo il Calvario: versione XXI secolo.

Bisogna ricorrere a questa formula binaria per comprendere, per decrittare lo stato d’animo del Papa e collegare il crescendo dei discorsi che accompagna e scandisce il suo nono Natale romano. Un Avvento “avvinto” primariamente alle radici ma cinto drammaticamente dai segni dei tempi. E dai cattivi auspici.

Da un lato la pandemia, che muta geneticamente nell’immaginario il nucleo e la definizione di B.C.: non più Before Christ ma Before Covid.

Dall’altro l’ideologia che volge al neutro, genericamente, il meteo e la declinazione della festa: non più Merry Xmas bensì auguri di stagione, “Season Greetings”, nel bruxellese vocabolario del politically correct.

Come dire omega contro omicron: da evento definitivo, che stabilisce una cesura nelle vicende umane, a episodio relativo, seppure importante, che subisce in prospettiva una censura nei documenti ufficiali.

Tentativo rientrato ma in agguato e pronto a riproporsi con nuove varianti. Alla stregua di un virus, secondo Francesco, che insieme ai polmoni attacca il respiro profondo della storia e rappresenta per la Chiesa il sintomo, la diagnosi e prognosi riservata di un Millennio dal fiato corto. Estendendo le aree di colonizzazione ideologica e riducendo la zona bianca della evangelizzazione.

Ragioni, e regioni, che hanno indotto Bergoglio, nel corso di un dicembre pugnace, provocatorio, a ipotizzare il fallimento dell’Unione, per difetto d’ideali. O archiviare perentorio l’illuminismo, per vizio pervicace di anacronismo, al cospetto di Ursula von der Leyen, invocando “un nuovo modello di pensiero”.

Con la conseguenza che il 2021 si chiude consegnandoci un giudizio in sospeso, anche in questo caso, tra l’elogio e il necrologio dell’Europa: l’elogio, tributato ad Atene (“al sogno che la Ue rappresenta per tanti popoli”) e il necrologio, in conferenza con i giornalisti nel viaggio di ritorno.

Sino all’epilogo del 24–25: “Nessuno spegnerà mai la luce del Natale di Gesù … poiché dà senso alla storia e al cammino dell’uomo”, ha ribadito.

Già, il cammino dell’uomo…

Quando Francesco stava ormai per iniziare il discorso di mezzodì, scorrevano in sovrimpressione le breaking news di vascelli rovesciati e rinnovate stragi d’innocenti. Erode ha mosso in anticipo e il grido biblico, evangelico di Rama, “che piange i suoi figli” è diventato così tutt’uno con quello di Roma. E di Bergoglio.

Mentre un Papa, girando pagina e incamminandosi verso l’anno, battagliero e prossimo, del decimo Natale in Urbe, s’interroga e si tormenta sul mistero del suo ministero. Nell’interiore, straziante discernimento del pescatore di uomini, che non riesce a salvare vite dagli oceani dell’Orbe.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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