Il coronavirus ha fatto anche cose buone

Manuela d'Alessandro

Fermi tutti. Il virus ci ha impallati dentro un'inquadratura in cui non riconosciamo più i noi di ‘prima'. Passata la nottata, difficile tutto si rischiari per ripartire esattamente dal punto in cui c'eravamo lasciati. Si starà peggio, senz'altro dal punto di vista affettivo, per le vite perdute, ed economico; eppure, nel suo tragico passaggio, anche il coronavirus sta lasciando tracce di buono. 

Aria pura

Dove prova ad arrivare con fatica il movimento ambientalista, il corovinarus sembra essere riuscito in poche settimane. In Cina, i satelliti della Nasa certificano un calo significativo di inquinamento da diossido di azoto e un generale miglioramento dell'aria dovuto alle restrizioni contro l'epidemia.

E anche a Milano e in Lombardia, le aree più colpite dal contagio, i profumi della primavera sovrastano in modo insolito il tradizionale fetore dell'aria. Le centraline dell'Arpa, l'azienda che ‘misura' lo smog, sbalordiscono nel registrare di continuo concentrazioni di polveri sottili molto al di sotto del solito, dopo uno degli inverni più inquinati degli ultimi anni.    

Lavorare da casa

Telelavoro, smart working per dirla con parole più seducenti. Gli è sempre mancata la pista di decollo. C'era prima, ma sempre come possibilità, mai come scelta convinta da parte delle aziende, indecise se lasciare ai lavoratori questo spazio di libertà, così lontano dalla cultura del lavoro italiana. 

“Nei giorni del coronavirus - ha osservato il sociologo Domenico De Masi - è un angolo di salvezza e ci si accorgerà che, da casa, si potranno fare più cose in meno tempo”. La viceministra dell'Economia, Laura Castelli, ha auspicato che questa soluzione adottata per limitare il contagio, “venga resa un domani forma stabile, coi molti benefici che porta ai cittadini lavoratori: risparmi in termini economici, ambientali, miglioramento della qualità della vita”. 

La giustizia telematica

Eliminare gli immani faldoni che popolano i tribunali, salvare la giustizia da un accumulo di scartoffie che la rendono ancora più ingarbugliata di quella che é. Un tentativo che si porta avanti da anni, con alterne fortuna e tante resistenze, anche da parte dei magistrati. E ora, con l'impellenza di evitare contatti umani, finalmente il ‘via libera'.

“Siamo di fronte a un caso di eterogenesi dei fini - osserva Matteo Picotti, avvocato rappresentante della Camera Penale di Milano - in questi giorni, anche in ambito penale dove prima era un'opzione quasi inesistente, la procura ci obbliga al deposito telematico degli atti, visto che le cancellerie sono chiuse per evitare contatti pericolosi”. In tutti i palazzi di giustizia italiani toccati dall'emergenza sta andando così: la carta improvvisamente non è più necessaria. A dimostrazione che prima non c'era la volontà di farne a meno.

Consapevoli della fragilità​

Abbiamo trascorso  notti bulimiche a gustarci serie come ‘The Walking Dead' dove l'umanità viene risucchiata dall'epidemia per lasciare spazio a sceriffi eroi. Ora che ci siamo dentro, con prospettive assai meno catastrofiche, tremiamo di fronte alla nostra riscoperta finitezza.  “C'era questa idea - considera il sociologo dell'Università Statale di Milano, Paolo Natale - che il mondo seguisse un costante processo verso la quasi immortalità.  A farlo pensare la fiducia nella medicina che fa passi da gigante, l'età media che si alza, le malattie che si sconfiggono, oltre alla generale rimozione del concetto di morte. Ora ci rendiamo conto che non è così scontato, basta un elemento imperscrutabile come un virus a farci traballare.  Questo ci deve far riflettere anche rispetto ai mali che potrebbero arrivare in futuro per lo scarso rispetto verso la natura. Potrebbe succedere in un periodo ancora lontano, ma intanto ci siamo resi conto che non siamo pronti a fronteggiarli”. 

Anche qui però il sociologo scova una nota di speranza: “Rispetto alla gestione del coronavirus, possiamo dire che politica non ha fornito una prova di grande unità, con polemiche evitabili, ma ho visto coesione nelle comunità, sia tra gli abitanti della ‘zona rossa' che a Milano, a parte i primi momenti di smarrimento”. A Codogno e negli altri comuni più in difficoltà, i giovani si sono prodigati per portare la spesa e aiutare gli anziani, i più spaventati. Sono arrivati regali e aiuti di tutti i tipi e da tutta Italia, dalla pasta fatta in casa dalla Calabria agli zoccoli prodotti da una ditta padovana per gli indistruttibili medici e infermieri dell'ospedale di Codogno.  E se fosse stato proprio riconoscere la nostra fragilità a farci stare vicini?

La riscoperta del corpo 

L'ordine digitale ha comportato una progressiva scomparsa del corpo, come se fosse ridotto a un dito con cui pigiare tasti. Ed ecco che il coronavirus ci ricorda due cose: che siano fatti prima di carne e poi di password e che dobbiamo recuperare le antiche regole dei nonni, come lavarsi le mani, non starnutire in faccia alle persone e tossire nell'incavo del gomito. L'impossibilità di poterci abbracciare e baciare, addirittura sancita dalle istituzioni, sottolinea quanto sia decisivo poterlo fare proprio perché ora non possiamo più.

Risuonano le parole del filosofo coreano Byung-Chul Han nel suo testo ‘L'espulsione dell'Altro': “La rete si trasforma oggi in un particolare spazio di risonanza, in una camera di risonanza dalla quale è eliminata ogni alterità. La vera risonanza presuppone la vicinanza dell'Altro”. Ora che tanti paesi del mondo ci respingono come ‘infetti', questo concetto potrebbe risultare più chiaro.