Il Covid ha creato in soli 4 mesi a Milano 9 mila nuovi poveri

Maria Teresa Santaguida
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AGI - Sono quasi 9mila le persone che si sono impoverite a causa del Covid e del conseguente lockdown nelle diocesi di Milano. Lo rivelano i dati raccolti dalla Caritas Ambrosiana in base alle richieste pervenute nei centri di ascolto.

Si tratta per lo più di donne e immigrati abbastanza giovani, sono infatti di età compresa tra i 35 e i 54 anni; un terzo di loro non è nemmeno riuscito a fare la spesa alimentare e a pagare bollette e affitti, anche se ha avuto diritto alla cassa integrazione. 

I dati raccolti dalla Caritas della Madonnina nell'annuale rapporto “La povertà nella Diocesi ambrosiana”, sono quest'anno impressionanti, perché rivelano che la crisi Covid ha aperto altri fronti di indigenza prima inesistenti. "Gli ammortizzatori sociali si sono rivelati strumenti troppo deboli e inefficienti. Le indennità sono arrivate troppo tardi e sono state comunque troppo modeste per il costo della vita specie a Milano. In vista di nuove chiusure che si profilano per contenere la nuova ondata di contagi andrà tenuto presente. Se non vogliamo che la crisi sociale esploda in maniera conflittuale dovremo rivedere il sistema di aiuti", ha commentato Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana.

La rilevazione è partita il 25 marzo e si è conclusa il 31 luglio 2020, tenendo conto degli accessi a tutti e 84 i centri di ascolto della Caritas Ambrosiana: le chiamate sono state 1774. Proiettando questo numero sul totale dei centri di ascolto (390) è possibile stimare che siano poco meno di 9mila (8.870) le vittime collaterali del lockdown che devono ricorrere alla rete di assistenza della Caritas in tutta Italia.

In aumeno le richieste di aiuto anche di chi ha un lavoro

Approfondendo per tipologia, si scopre che le donne che chiedono aiuto sono il 59,3%, gli immigrati il 61,7%, le persone tra i 35 e i 54 anni il 58,4%. Per la maggior parte si tratta di persone sposate (55%) e con bassa scolarità (62,9%). I disoccupati rappresentano il 50%, ma una buona fetta sono occupati (34%).

Ed è questa la variazione che più impressiona: i titolari di un contratto di lavoro che si rivolgevano alla Caritas erano prima del Covid in media un quinto (nel 2019, erano il 19%), ma dopo il lockdown sono saliti a un terzo (33,4%); si tratta il più delle volte di cassintegrati che hanno perso il lavoro e non sono riusciti ad avere le somme in tempo per far fronte alle esigenze della famiglia. 

I lavoratori più colpiti sono stati quelli impiegati nei settori della ristorazione (lavapiatti, camerieri), ospitalità (custodi, cameriera ai piani) e della cura alla persona (colf e badanti). Proprio quest'ultimo dato è confermato dalla crescita tra gli utenti dei centri di ascolto degli appartenenti a una delle nazionalità più impiegate in queste mansioni, quella filippina: immigrati storicamente presenti soprattutto a Milano e ben integrati, ma nei tre mesi del lockdown hanno sfiorato la soglia della povertà: tra le chiamate arrivate alla Caritas rappresentavano infatti mediamente l'1% degli stranieri (2019), ma quest'anno sono arrivati al 17,2%, diventando il primo gruppo etnico. 

Il disagio economico si somma alla malattia difficilmente gestibile in contesti familiari già provati, in abitazioni troppo anguste per isolare i contagiati. In alcuni casi poi l'assenza o il calo dei redditi rende queste famiglie incapaci di pagare affitti o utenze domestiche e li espone al rischio di sfratti. 

Nei tre mesi del lockdown, il sistema di welfare della Caritas Ambrosiana ha distribuito pasti a domicilio a 18.092 persone, dispositivi sanitari e igienizzanti a 5.564 famiglie, ha offerto supporto psicologico a 359 soggetti deboli, assistenza per la didattica a distanza a 359 alunni e studenti, ha rifornito di pc e strumenti informatici 98 doposcuola parrocchiali.

"Dopo quella del 2008, le cui conseguenze sono ancora visibili, questa nuova crisi sta mostrando l'estrema fragilità del nostro sistema economico e sociale. Da anni accettiamo passivamente la presenza di sacche di marginalità e povertà nei nostri territori e diamo per scontato che lo sviluppo abbia come inevitabile corollario la precarietà e l'assenza di diritti e tutele. Se vogliamo andare avanti senza lasciare indietro nessuno non potremo più accettarlo", osserva ancora Gualzetti.