Il Csm è "sporco". Come la democrazia

Alessandro Barbano
(Photo: Mondadori Portfolio via Getty Images)

Lo scandalo del Csm è figlio dello stesso strabismo che assegna al diritto penale, in una sua pericolosa declinazione morale, il compito abnorme di raccontare la democrazia. Lo sdegno ipocrita che si solleva dal fumo delle intercettazioni è l’altra faccia di un’amnesia populista: una rimozione che consiste nella difficoltà di riconoscere, legittimare e bilanciare la funzione del potere nei processi democratici. Cioè nella difficoltà di accettare che la democrazia, vista da dietro le quinte, è sempre fatta di panni sporchi. E che il compromesso è la sua lavatrice.

Come ha scritto ieri Mattia Feltri, la politica ha perso molte occasioni per depoliticizzare il Csm, mettendo mano a una riforma dell’ordinamento giudiziario, più volte annunciata e mai compiuta, e ridefinendo i confini di un’indipendenza che ha fin qui impedito l’adozione di regole e principi di efficienza organizzativa. Oggi il Csm è un organo politico-corporativo a cui spetta il delicato compito di decidere gli avanzamenti di carriera dei magistrati, in assenza di un sistema gerarchicamente organizzato, cioè in assenza di una subordinazione che rifletta una scala dei saperi e delle esperienze a cui far corrispondere coerenti valutazioni di merito. A cos’altro appendere allora il destino delle carriere, se non ai rapporti di forza e agli accordi transattivi e di reciproco scambio tra le aggregazioni in cui la magistratura si divide e si articola? 

Perché questo è il punto: la Costituzione e la legge concepiscono la magistratura come una comunità politicamente organizzata, rinunciando, in nome dell’indipendenza della funzione giurisdizionale, a farne una burocrazia gerarchizzata. Per evitare che la funzione giudiziaria soggiacesse al potere dell’esecutivo, o piuttosto del Parlamento, si è garantite alla magistratura una soggettività e una legittimazione politiche. Ma in quale altro modo dovrebbe organizzarsi una comunità politica, se non attraverso la raccolta e la conta del consenso? Perché la nomina dei capi degli uffici giudiziari e gli avanzamenti di carriera dei magistrati non dovrebbero rispondere agli stessi rapporti di forza, alle stesse pressioni e agli stessi compromessi che regolano, per esempio, la scelta dei direttori dei Tg pubblici? 

Due grandi ipocrisie collettive raccontano e accompagnano, nello spazio pubblico, lo scandalo. La prima è ritenere la pervasività delle correnti il cancro della magistratura. Ma le correnti sono funzionali e fisiologiche all’equilibrio disegnato dal costituente e dal legislatore. E’ piuttosto la loro attuale debolezza la causa di uno smottamento della democrazia giudiziaria. Le correnti sono diventate grumi di interessi perché soffrono, esattamente come i partiti, una crisi di cultura politica e di cultura istituzionale. Pagano la fragilità ideologica, la non riferibilità a scuole di pensiero e a leadership carismatiche e riconosciute, l’incapacità di promuovere valori e responsabilità facendo sintesi tra gli interessi e gli appetiti individuali. Un sistema politico si governa su base ideologica e programmatica attraverso i suoi corpi intermedi, o piuttosto degrada in una giungla abitata da satrapi in lotta o, peggio, da pretoriani senza satrapi. È quanto è accaduto.

La seconda ipocrisia è ritenere che i vizi si correggano riducendo la discrezionalità delle decisioni. Questa convinzione esprime contraddittoriamente la critica alla politicizzazione del sistema e la sua stessa difesa: perché la stretta delle procedure su nomine e carriere servirà solo a rendere più marginali il merito e l’autorevolezza di chi è chiamato a valutare, più sordo e più violento lo scontro tra le diverse fazioni, più artificiosi i sotterfugi per eludere le regole, più ambigui gli accordi nelle liti. E soprattutto, più distante il sapere dal potere. Per questo non sarà un sistema elettorale a doppio turno in collegio uninominale a trasformare il Csm in un’Accademia delle scienze. Né più stringenti e obiettivi criteri di selezione faranno della nomina dei vertici degli uffici giudiziari un processo meritocratico, in un sistema dove il sostituto non risponde dei suoi atti al procuratore capo, allo stesso modo con cui il procuratore capo non risponde al procuratore generale di Corte d’Appello.

La democrazia giudiziaria resterà sporca, com’è naturale in un sistema così disegnato. E noi continueremo a vederla più sporca di quanto sia, perché abbiamo da tempo inforcato occhiali a infrarossi che portano la nostra vista solo sulle sue brutture. È il secondo corno dello scandalo: se metti un Trojan in una qualunque stanza dei partiti, o nei Palazzi delle Istituzioni, non troverai forse, nell’arco temporale di un’intercettazione autorizzata, ambiguità, pressioni, corvi, minacce e intese trasversali non sempre onorevoli? La democrazia raccontata dal captatore informatico è peggiore di quanto non sia in realtà. Non solo perché scioglie nell’iper-pubblicità dell’indagine preliminare la privatezza e perfino il pudore di una confidenza. Ma perché, costipando la dimensione del tempo in un presente fatto di attimi captati, riduce la volontà immorale o delittuosa a un’espressione, riavvolge la colpevolezza in un frammento in cui si perde ogni differenza tra un piano e un’intenzione, tra un’intenzione e un desiderio, e tra un desiderio e un’emozione. 

È la democrazia dell’Es freudiano, fatta di impulsi che non riconosciamo. È il flusso di coscienza che da ormai trent’anni tiene in scacco la politica e che garantisce alla magistratura una pericolosa supplenza. Ma non è la realtà. Dirlo è un dovere di resistenza, contro l’ipocrisia di un racconto indignato a cui si applicano, ormai allo stesso modo, populisti dichiarati e populisti inconsapevoli. 

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