Il demone della logica contro l'esportazione della democrazia

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Massimo Adinolfi (Photo: ..)
Massimo Adinolfi (Photo: ..)

Esportare la democrazia con le armi non è difficile, rischioso, complicato, azzardato: è impossibile, in punto di logica. Siccome però non si tratta di logica, ma di storia, ciò che è impossibile torna ad essere “soltanto” difficile, rischioso, complicato, azzardato. Non una passeggiata di salute, insomma, ma un percorso parecchio accidentato. E ora provo a spiegarmi, dando peraltro per scontato il giudizio sulla vicenda afghana (che ha riaperto il dibattito): c’è poco da fare, l’esportazione è stata, almeno fino a qui, un fallimento.

Esportare la democrazia con le armi significa imporre un sistema di regole con la forza militare, in un Paese che non conosce quelle regole, o meglio: non le riconosce come fonte di legittimità del potere politico. Il demone della logica, che non sonnecchia mai, a questo punto si chiede: ma può la forza militare supplire alla mancanza di riconoscimento? E soprattutto: è ancora democrazia quella la cui legittimazione è imposta con le armi? Sembrerebbe proprio di no: se è democrazia, lascia che l’autorità sia stabilita, per l’appunto, democraticamente, in base a regole condivise (il voto universale, libero e segreto, la divisione dei poteri, i diritti umani: quelle cose là, che per nostra fortuna in questa parte del mondo ci sono familiari). Ma se ci vogliono le armi – prima i bombardamenti dal cielo, poi i militari sul campo – , che democrazia è? Solo se le armi tacciono, possono vigere regole di carattere democratico; però le armi tacciano pure, ma se sono e restano ciò in forza di cui vigono quelle regole, allora il carattere democratico va a farsi benedire. Oppure deve passare tempo sufficiente perché ci si dimentichi di bombardieri e tute mimetiche. (E quel tempo, aggiungo, conviene che sia ben speso).

Dall’11 settembre 2001 l’Occidente si interroga sulla possibilità di avviare processi di nation building che permettano la fioritura di istituzioni democratiche, in aree del mondo che non solo non hanno la “democracy”, ma non hanno neppure la “nation”, il che rende l’impresa quasi impossibile. Però il ripasso logico non è inutile, perché mostra la natura strutturale del problema (e dunque non specificamente afghana, oppure etnica, o musulmana, o non so cosa): in base a quali regole una regola potrà mai valere? O vale da sé, ma così è troppo facile; o vale per via di un’altra regola, ma allora il problema si ripropone per questa nuova regola, oppure vale in base ad altro, che non è una regola. Questo “altro” è ciò che il saggio Michel de Montaigne, alle origini della modernità – quando anche noi europei avevamo qualche problema con la religione e i conflitti che innescava, ed eravamo in cerca di nuove, più laiche legittimazioni – chiamò “il fondamento mistico dell’autorità”. E con “mistico” intendeva qualcosa di inconfessabile, più che imperscrutabile. Se scavi, pensava lo scettico Montaigne, trovi anche di sotto alle migliori regole un atto di forza, ovvero qualcosa che, non potendo essere riconosciuto in base a quelle regole, è (è stato) perlomeno extra-legale. Perciò, concludeva, meglio non scavare. Meglio dimenticare. Meglio mettere tra sé e quell’origine impura sufficiente distanza per non volerci più tornare su.

Ma di quanto tempo disponiamo? E vent’anni, poi: sono un tempo sufficiente? Non direi, tanto più che sono stati vent’anni guerreggiati, non certo anni di piena e completa pacificazione. In ogni caso non c’è, non ci può essere una risposta univoca. Sicché è vero, la democrazia non è certo esportabile come il pollo fritto del Kentucky, come se cioè bastasse fare un buon prezzo e assicurare tempi di consegna rapidi, eppure sospetto non ci sia mai stata, nella storia, una democrazia senza polli fritti (o equivalenti, che sono da preferire). La democrazia non è un pollo fritto, ma persino i polli fritti possono servire per dare alla democrazia il tempo di sedimentarsi.

Il che suggerisce due ulteriori considerazioni. La prima sul pollo fritto. Che non mi fa impazzire, e sicuramente c’è di meglio, in termini alimentari ma anche in termini di consolidamento dei processi democratici. Però se per pollo fritto intendiamo un certo regime di consumi (un certo uso del tempo libero, una certa propensione a piccoli momenti di trascurabile felicità), beh: credo che l’insieme delle distinzioni secolarizzanti tipiche della modernità occidentale – tra politica e religione, tra stato e società civile, tra morale e diritto – abbia qualcosa a che fare persino coi polli fritti.

La seconda e più impegnativa considerazione riguarda senso e finalità della missione afghana. Che non può essere indicato, io credo, nell’insediamento di un regime democratico a Kabul: questo era piuttosto il mezzo per raggiungere il fine, il fine essendo la demolizione dei santuari del terrorismo di Al Qaeda. Prima ancora di esportare la democrazia, si trattava di non importare terrorismo. Il ragionamento era: dove c’è democrazia, e un governo filo-occidentale, lì si creano le condizioni migliori per prosciugare le sacche fondamentaliste che alimentano la guerra al Satana americano. Faccio osservare solo incidentalmente che la congiunzione fra “democratico” e “filo-occidentale” ci riporta al problema discusso sopra, e minaccia sempre di inficiare l’accettabilità di certi standard politico-giuridici agli occhi di chi occidentale non vuole esserlo né poco né punto.

Quanto però al ragionamento proposto, è chiaro che può dar luogo a politiche sbagliate – nei tempi, nei modi, nei mezzi, nel calcolo delle conseguenze: l’Afghanistan è una cocente lezione, al riguardo – ma non sono sicuro che abbiamo molto di meglio. L’interventismo democratico è un discutibile e un po’ ipocrita amalgama di idealismo e realismo, ma è sempre meglio, io credo di un idealismo imbelle, come di un realismo cinico. Prendete Rawls, il più influente filosofo politico americano del Novecento, che nella tarda maturità si è dedicato ai temi della politica internazionale e del diritto dei popoli. Rawls si inventa una classifica fra paesi liberali (siamo noi), paesi decenti (non proprio liberali, ma bene o male assimilabili per qualche ragione: ci si può parlare), paesi fuorilegge (più o meno: gli Stati-canaglia) paesi messi male (che cioè non sono democratici solo perché non ce la fanno, non hanno risorse e infrastrutture sufficienti), infine paesi che non sono democratici, ma non si comportano troppo male (temo che in una casella simile rientrerebbero innanzitutto le dittature “amiche”). Bene: qualunque cosa ne pensasse il filosofo, non puzza di imperalismo culturale lontano un miglio? Non è pur sempre una classifica concepita ad Harvard? Non siamo noi che diamo i voti in pagella? La critica è sicuramente fondata, e non è difficile immaginare quali sfondoni prenderebbe un ministro degli Esteri che agisse classifica alla mano, senza alcuna finesse diplomatica (o senza alcuna minaccia militare). Ma trovate un altro modo per far progredire le relazioni internazionali – o meglio: per concettualizzare questi progressi, e fornire ragioni per costruire un mondo più sicuro –: non mi sembra facile.

Forse ci si è illusi che l’Afghanistan potesse essere riclassificato da Stato-canaglia a burdened society: società sfavorita da condizioni di arretratezza culturale ed economica, a cui prestare assistenza. Non è bastato e, forse, proprio non poteva bastare. Perché la risorsa più preziosa di tutte è il tempo, e il tempo per digerire un’invasione da parte di una potenza straniera, a cui nessun filo ti lega, è decisamente più lungo dell’occupazione che quella potenza può mantenere sul territorio, mentre prova a occultare il fondamento mistico dell’autorità che stai provando a costruire. Ma il problema, come si vede, non è logico, e neppure etico-politico, bensì storico. Dopodiché, certo: la storia non siamo (solo) noi, ma questo non vuol dire che non ci si possa mettere mano. Ricevendo a volte dure repliche, altre volte riuscendo a cambiarne un poco il corso.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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