Il destino di Eitan nelle mani di un giudice israeliano

La decisione del nonno del piccolo Eitan, unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone, di potare il nipote a Tel Aviv strappandolo alla zia paterna affidataria che risiede a Pavia, ha fatto mettere al lavoro non solo la Procura di Pavia e i legali delle due parti ma anche le diplomazie di Israele e Italia. Al centro la Convenzione dell’Aia del 25 ottobre 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale di minori. Anche se l’ultima parola spetta all’autorità giudiziaria israeliana.

Da un lato abbiamo la zia Aya Biran, sorella del padre ucciso nell’incidente della funivia insieme alla madre e ai fratellini del piccolo, che è la tutrice legale di Eitan, residente a Pavia. Dall’altro c’è il nonno materno Shmuel Peleg, un ex militare, che dopo una normale visita al bambino, come già accaduto nei mesi scorsi, l’ha portato con sé in Israele noleggiando un volo privato partito dalla Svizzera. L’operazione, a quanto pare, è riuscita perché il nonno aveva il passaporto del piccolo. La Procura di Pavia non ha dubbi e ha messo sotto inchiesta il nonno di Eitan per sequestro di persona aggravato.

Sulla vicenda il diritto internazionale parla chiaro. Difatti bisogna far riferimento alla Convenzione dell’Aia, a cui anche Israele ha aderito nel 1991. Da quanto trapela infatti, un parere legale messo a punto dal ministero degli Esteri e da quello della Giustizia israeliani spiega che il governo dovrà i impegnarsi a far ritornare Eitan in Italia. Perché, si sottolinea nel testo, portare il bambino in Israele contro la volontà del suo tutore legale costituisce probabilmente un rapimento. E a oggi, il tutore legale di Eitan è la zia paterna che ha già presentato una denuncia alla polizia.

Sempre secondo il parere degli esperti israeliani: “L’affidamento di Eitan sarà determinato solo dal Tribunale della sua residenza permanente, e si stima che se non ci sarà accordo tra le due parti della famiglia, Israele dovrà agire per restituirlo alle autorità italiane”. Nonostante questo documento non ufficiale, il portavoce del ministro degli Esteri israeliano ha riferito al Jerusalem Post che il caso non coinvolge alcun aspetto diplomatico o politico e quindi non rientra nell’ambito delle attività del ministero. Segnale che entrambi gli stati non vogliono creare un caso.

Anche dal ministero della Giustizia italiano fanno sapere che stanno seguendo il caso ma si possono attivare esclusivamente su richiesta del tutore, in questo caso la zia di Eitan. Solo in quel caso, come prevede la norma internazionale, il ministero aprirà un canale con Israele per chiedere l’attuazione della Convenzione dell’Aia. Ma i legali della zia potrebbero scegliere anche di rivolgersi direttamente alla giustizia israeliana. Perché, sempre convenzione alla mano, sarà proprio l’autorità giudiziaria israeliana a emettere l’ordine di ritorno. Come spiegato da Ciro Cascone, capo della procura per i minorenni di Milano. “Ora - commenta il magistrato - la battaglia legale per il piccolo Eitan si sposta in Israele e la decisione del giudice israeliano non è scontata”. Secondo il giudice ”è evidente che siamo di fronte a una sottrazione internazionale di minore” e in questo caso “la Convenzione dell’Aia, a cui anche Israele ha aderito, parla chiaro. Quel che mi auguro è che il giudice israeliano la applichi rigorosamente, come facciamo in Italia. Non come a volte purtroppo accade in altri Paesi, in maniera domestica”.

Cascone precisa che la Convenzione prevede un ricorso “al giudice del luogo dove è stato portato il bambino. Dopo aver accertato che vi è stata una sottrazione illecita (semplicemente perché Eitan risiedeva qui e chi lo ha portato via non aveva la sua custodia), il giudice dello “Stato rifugio”, come si dice in gergo, dovrà ordinare il rimpatrio nel Paese di residenza. Le successive decisioni sul piccolo saranno prese dal giudice italiano”. Ma non tutti gli Stati applicano queste regole alla lettera, tant’è che “purtroppo è capitato, spero e credo che non succederà in questo caso, che alcuni Paesi favoriscano i loro cittadini. E’ successo per esempio con alcuni Paesi dell’Est Europa e qualche volta con gli Usa”, sottolinea il magistrato, che sui tempi della procedura prevede che “ci vorrà qualche mese” perchè “innanzitutto deve intervenire l’autorità centrale, quindi il ministero della Giustizia italiano deve scrivere all’omologo israeliano” quindi “dal momento in cui la vicenda arriva davanti al giudice israeliano, quest’ultimo ha trenta giorni per decidere”. “Ovviamente - conclude Cascone - tutto dipende anche dalla velocità del canale diplomatico perché, è inutile girarci intorno, questa è una vicenda che assume dei contorni diplomatici molto importanti”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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