Il dibattito sull'immoralità del vaccino

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All'avvicinarsi della possibilità concreta della vaccinazione anti-Covid cresce, come ovvio, il dibattito su tale misura: c'è chi vorrebbe fosse un obbligo per legge e c'è chi vorrebbe invece fosse una libera scelta. Esiste però, anche se minoritaria, una terza posizione, ed è quella di chi pensa che la vaccinazione sarebbe addirittura immorale.

Difendono a ragione questa posizione - o, meglio, la potevano difendere fino a qualche giorno fa - quei cattolici che argomentavano come alcuni vaccini fossero stati ottenuti anche grazie all'uso di linee cellulari ricavate da due feti abortiti nel 1972 e nel 1985. Chi si servì di tali cellule fu il biologo molecolare e virologo olandese Alex van der Eb all'Università di Leiden e le "eredi" di quelle cellule fetali, come documentò la stampa scientifica, vennero usate nel corso degli anni nei laboratori di ricerca e delle industrie bioteconologiche.

Il dibattito non è stato solo a livello di social o di titoli di giornali ma ha suscitato anche una riflessione a livello di esperti al punto da indurre la Congregazione per la Dottrina della Fede - il massimo organismo competente in proposito per la Chiesa cattolica - ad un pronunciamento ufficiale.

Pubblicata il 21 dicembre 2020 con l'approvazione di Papa Francesco, la "Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla moralità dell'uso di alcuni vaccini anti-Covid-19" si esprime a favore della liceità del loro utilizzo ribadendo allo stesso tempo che tale approvazione, in nessun modo, significa "una legittimazione, anche indiretta, della pratica dell'aborto e presuppone la contrarietà a questa pratica da parte di coloro che vi fanno ricorso".

Chi vorrà, dunque, potrà “usare tutte le vaccinazioni riconosciute come clinicamente sicure ed efficaci con coscienza certa che il ricorso a tali vaccini non significhi una cooperazione formale all'aborto dal quale derivano le cellule con cui i vaccini sono stati prodotti”.

Il documento, dopo aver menzionato tre precedenti pronunciamenti sullo stesso tema, afferma di non voler “giudicare la sicurezza ed efficacia” degli attuali vaccini, compito che è di esclusiva competenza della scienza medica, della biologia e della farmacologia, ma di volersi concentrare sull'aspetto morale dell'uso dei vaccini sviluppati con linee cellulari provenienti da tessuti ottenuti da feti umani abortiti non spontaneamente.

A questo proposito specifica che “esistono responsabilità differenziate”, perché “nelle imprese che utilizzano linee cellulari di origine illecita non è identica la responsabilità di coloro che decidono l'orientamento della produzione rispetto a coloro che non hanno alcun potere di decisione” e quindi, quando per diversi motivi non sono disponibili vaccini “eticamente ineccepibili” è “moralmente accettabile” vaccinarsi contro il Covid-19 con quelli che hanno usato linee cellulari provenienti da feti abortiti.

La ragione per acconsentire è che, nel caso di chi si vaccina, la cooperazione al male dell'aborto è solo “remota” e "non è vincolante" il dovere morale di evitarla poiché si è in presenza di “un grave pericolo, come la diffusione, altrimenti incontenibile, di un agente patogeno grave” qual è il virus che causa il Covid-19. Nella nota si chiede comunque ai responsabili di proseguire negli sforzi  per “produrre, approvare, distribuire e offrire vaccini eticamente accettabili che non creino problemi di coscienza”.     

Dopo aver chiarito la liceità della vaccinazione, nel medesimo documento la Congregazione cerca di rispondere anche alla domanda se essa sia, per un cristiano, un'opzione libera o vincolante. A questo proposito, pur ricordando che “la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria”, sottolinea anche il dovere di perseguire il bene comune: esso “in assenza di altri mezzi per arrestare o anche solo per prevenire l'epidemia, può raccomandare la vaccinazione, specialmente a tutela dei più deboli ed esposti”.

In conclusione, chi decidesse per motivi di coscienza di rifiutare una vaccinazione che, anche se remotamente, è pur sempre riferibile a feti abortiti non spontaneamente deve però “adoperarsi per evitare, con altri mezzi profilattici e comportamenti idonei, di divenire veicolo di trasmissione dell'agente infettivo” così da scongiurare “ogni rischio per la salute” delle persone più fragili.