Il difficile cammino dei monoclonali in Italia (di L.Varlese)

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Massimo Puoti (Photo: Aifa/Niguarda)
Massimo Puoti (Photo: Aifa/Niguarda)

Quello dei monoclonali come cura antiCovid, in Italia, è un cammino tortuoso. L’ultima tappa vede l’Aifa, Agenzia Italiana del Farmaco, indagata dalla Corte dei Conti per aver rifiutato ad ottobre del 2020, 10.000 dosi di farmaci monoclonali che, a titolo gratuito, la casa farmaceutica Eli Lilly avrebbe fornito all’Italia per avviare un trial clinico sul nostro territorio: in altre parole, uno studio controllato per testarne l’efficacia. Per inciso, questi stessi monoclonali sono stati autorizzati e acquistati (a prezzi che si aggirano intorno ai 100 milioni per 150mila dosi), poi, dall’Italia a marzo del 2021. L’indagine a Viale Mazzini mira a chiarire questo corto circuito ed a individuare ragioni e eventuali responsabili fra chi “ha negato a molte persone la cura precoce che avrebbe permesso loro di guarire e di evitare ospedalizzazioni e morti”. C’è da dire, tuttavia, che non c’è solo questo. Perché dall’introduzione ad oggi, la strada dei monoclonali in Italia si è dimostrata più difficile del previsto.

Migliaia di anticorpi monoclonali inutilizzati nei frigoriferi degli ospedali italiani

“Nel massimo picco della pandemia, con 60 mila ospedalizzazioni in Piemonte, abbiamo usato 350 dosi di monoclonali. Avremmo potuto risparmiare 15 mila ospedalizzazioni e chissà quanti morti si potevano evitare”, ha detto a La Stampa Giovanni Di Perri, virologo e responsabile del reparto Malattie infettive dell’Amedeo di Savoia, che nei suoi frigoriferi ne conta circa 1500 mai usati. “Questa estate, in Italia è stato trattato con gli anticorpi monoclonali solo il 9% dei contagiati sopra i 70 anni. Noi, in Liguria, abbiamo trattato oltre il 30% dei contagiati con più di 70 anni, grazie alla collaborazione tra ospedale e territorio. Siamo arrivati a 600 pazienti trattati in tutta la Liguria, di cui 300 solo al policlinico San Martino” gli fa eco da Facebook il direttore della clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, Matteo Bassetti, che conclude: “Perché in Italia si usano così poco gli anticorpi monoclonali?”. Già, perché?

Problemi logistici e di organizzazione territoriale fra Medici di Medicina Generale e Ospedali

″Secondo l’ultimo report dall’Aifa, nella settimana fra il 24 e il 30 settembre 2021, su un totale di 22.194 nuovi positivi solo l′1,63% è stato trattato con monoclonali”, spiega da HuffPost il professor Massimo Puoti, Direttore Malattie Infettive dell’ospedale Niguarda di Milano. “Naturalmente l’impiego dei monoclonali è abbastanza eterogeneo da una regione all’altra. Si va da regioni che hanno un buon uso dei monoclonali che oscilla fra un 5-6% a quelle che hanno meno dello 0,5%”. Dunque, perché questa discrepanza? Da cosa deriva?Sappiamo che gli anticorpi monoclonali possono essere somministrati a tutti i pazienti positivi sopra i 65 anni e poi sotto i 65 anni a una serie di soggetti che hanno condizioni a rischio di avere un decorso grave della malattia. Eppure nonostante la platea sia larga, in pochissimi ricevono la cura.

“Esistono tutta una serie di difficoltà a trasmettere ai centri che possono erogare questi monoclonali, i pazienti da trattare”, ci spiega ancora il Professor Puoti. “Innanzitutto è un problema logistico, perché questi monoclonali devono essere erogati in ospedale, quindi il paziente si deve spostare da casa con il Covid, andare in ospedale passando per percorsi deputati in modo da non venire a contatto con altri pazienti e raggiungere il posto in cui gli operatori abbiano la protezione per infezioni respiratorie”. Ma il problema più grosso è che non c’è un’informazione probabilmente sufficientemente capillare dei Medici di Medicina generale e degli altri operatori sanitari che entrano in contatto con i pazienti. Ci dice ancora il professore: “Alcune regioni hanno risolto questo problema: ad esempio alcune aziende sanitarie prendono gli elenchi dei tamponi positivi e li trasmettono, suddividendoli per i centri che fanno i monoclonali. Poi sta ai centri che li somministrano chiamare, per età o condizioni a rischio, così che tutti quelli che hanno tampone positivo eleggibili per ricevere monoclonali li facciano in tempo utile. In altre regioni, chi fa l’indagine epidemiologica richiede se ci sono condizioni per fare monoclonali e nel caso in cui ci siano, il paziente viene invitato a contattare il centro che li somministra”.

Aifa (Photo: Aifa)
Aifa (Photo: Aifa)

Regioni in ordine sparso: dalla virtuosa Liguria al fanalino di coda Lombardia

Le regioni vanno in ordine sparso. Secondo l’ultimo report dell’Aifa si va dalle regioni più virtuose nell’uso dei monoclonali, come Liguria, Abruzzo, Veneto e Toscana alle meno virtuose come Lombardia e Campania. “Forse perché ci sono meno positivi. O anche perché il sistema di comunicazione non funziona nella maniera migliore possibile. Il nodo sta sempre nel passaggio tra l’attestazione della positività del tampone, e delle condizioni a rischio, e la somministrazione”, conclude il Direttore del Reparto di Malattia Infettive del Niguarda. “Nessuno è obbligato a fare i monoclonali, sia chiaro. Ma è una certezza che gli effetti della cura riducano le ospedalizzazione tra il 50% e il 70% e di 2 o 3 giorni il decorso della malattia. Secondo gli ultimi dati, un paziente con tampone positivo, che non ha ancora una sintomatologia importante, ha una probabilità di 60 su 1000 persone di finire in ospedale. La somministrazione di monoclonali riduce questa probabilità di 40 persone su 1000, quindi le fa arrivare a 20. Ovviamente è un effetto che su un numero di persone trattate molto basso si vede poco. In Italia sono state somministrate 10538 dosi totali di monoclonali. Pochi. Probabilmente per difficoltà logistiche e di coordinamento, ma anche ovviamente perché adesso l’infezione sta andando sui più giovani, quasi tutti i soggetti fragili sono stati vaccinati, quindi i casi da trattare con i monoclonali sono diminuiti”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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