Il difficile rapporto tra le carte di credito e i contenuti espliciti

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La piattaforma OnlyFans consente a chiunque di creare un profilo che funziona in modo molto simile a una pagina Instagram, diversificando i contenuti in base alla cifra che gli utenti sono disposti a pagare per visualizzarli. Pensata inizialmente per categorie come chef, artisti, personal trainer - che potevano così mettere a disposizione alcuni contenuti gratuitamente e altri su abbonamento, monetizzando la propria esperienza a online - è presto diventata il regno di account a luci rosse, dove mettere a disposizione degli abbonati dalla foto di nudo occasionale o contenuti più espliciti creati da sex workers di professione. Complice la pandemia, OnlyFans è arrivata a 130 milioni di utenti e i guadagni dei suoi creators, sommati, raggiungono i 3 miliardi di dollari.

Già in passato la natura per adulti di gran parte dei suoi canali aveva causato problemi alla piattaforma: Apple e Google avevano rifiutato il lancio della app sui loro store, e Instagram ha di recente vietato di pubblicizzare sulla propria pagina gli account OnlyFans. D’altra parte proprio Instagram combatte da anni una lotta contro le immagini esplicite, con il suo algoritmo estremamente rigido che censura non solo i nudi pornografici, ma anche statue, quadri celebri e mamme che allattano. La decisione appena annunciata di eliminare tutti i contenuti espliciti a partire da ottobre deriva da una presa di posizione non tanto di OnlyFans, quanto dai suoi provider di pagamento. Lo ha spiegato in un tweet la stessa piattaforma, che si rivolge direttamente ai sex workers scrivendo “La modifica della policy era necessaria per garantire servizi bancari e di pagamento per supportarvi” e conclude con l’ hashtag #sexworkiswork. Un modus operandi non nuovo e che ha impattato in passato anche su altri siti come Patreon, che dopo aver attratto i creatori di contenuti espliciti contestando il ban di PayPal, si è visto costretto a rivedere la propria policy per evitare di entrare in conflitto con le società bancarie.

Un altro caso recente è stata la querelle tra PornHub da un lato e Visa e Mastercard dall’altro, dopo un’inchiesta del New York Times che accusava il sito di lucrare su contenuti illegali, tra sfruttamento sessuale e revenge porn. Le due aziende hanno deciso di non accettare più i pagamenti sulla piattaforma se non fossero stati presi provvedimenti o organici per la rimozione dei video incriminati. E Mastercard ha da poco annunciato nuove linee guida che chiedono standard più rigidi e controlli più restrittivi ai siti per adulti, pena la sospensione dei pagamenti. OnlyFans in questo non sembra essere un modello di virtù: a maggio la BBC ha pubblicato una sua inchiesta partita da rivelazione da parte di alcuni moderatori, che hanno parlato di politiche piuttosto lasche nei confronti dei contenuti che violano la policy, permettendo a molti si sfuggire tra le maglie del sistema. Uno dei grandi nodi riguardava la capacità di bloccare gli account espliciti aperti da minorenni, ma anche l’offerta illegale di incontri dal vivo a pagamento o per i vincitori di aste sulla pagina.

A monte però, secondo quanto sottolineano gli attivisti per i diritti dei sex workers, ci sarebbero le pressioni esercitate dalle lobby cattoliche e antipornografia sulle società bancarie e di carte di credito. Negli ultimi anni questi gruppi di interesse hanno spinto, sotto la copertura della riduzione dei crimini sessuali, per una stretta generale sulla pornografia on e offline. Ma se OnlyFans cede, altre piattaforme avanzano, alcune delle quali create e gestite da cooperative di sex worker per sottrarsi al rischio delle policy restrittive dei provider di pagamenti, spesso sostenuti, ora, da sistemi basati sulle criptovalute.

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