Il diritto a essere disconnessi

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Lo chiamano smartworking ma nella maggior parte dei casi è memo smart di quello che sembra, in realtà è solo telelavoro: un lavoro con postazione fissa al di fuori della sede aziendale, orari ricalcati sulle mansioni che si svolgevano in ufficio, ma da remoto. Altra cosa è lo smartworking, lavoro agile che si basa su obiettivi più che su orari, e permette di conciliare meglio vita privata e lavorativa grazie a una maggiore flessibilità organizzativa, e può essere svolto da casa (o comunque da remoto) così come con presenza in azienda.

Qualsiasi sia la formula scelta, però, non è stato raro vederla abusata, senza il rispetto di pause, orari e festività. Burnout e superlavoro sono alcuni fra i tratti meno felici che la pandemia si lascerà come eredità nella riorganizzazione del lavoro, esigenze da cui parte la proposta al Parlamento europeo di regolamentare a livello sovranazionale il diritto alla disconnessione. L’iniziativa è partita dal rappresentante maltese Alex Agius Saliba, che è a capo di una proposta che vuole chiedere alla Commissione Europea una direttiva univoca in materia.

La verità è che, grazie agli smartphone, siamo tutti potenzialmente raggiungibili in ogni momento: ma questo non può e non deve tradursi in un obbligo. Secondo uno studio condotto negli scorsi mesi da Eurofund, dall’inizio della pandemia il lavoro da remoto è aumentato del 30%, ma lavorare da casa ha raddoppiato il rischio di superare la durata massima di 48 ore settimanali e aumentato del 25% l’impiego del tempo libero per esigenze lavorative.

Già da tempo, singoli Paesi e anche le aziende più illuminate avevano cercato di regolamentare la questione. Nel 2012 la Volkswagen aveva deciso di bloccare l’accesso a parte dello staff alle email di lavoro fuori dall’orario d’ufficio. Nel 2017 la Francia aveva varato regole che imponevano limiti più rigidi su orari e doveri dei lavoratori da remoto, arrivando fino al punto di multare in modo consistente (circa 60mila euro di sanzione) un’azienda che aveva violato questi limiti. Anche Germania e Irlanda hanno visto i movimenti sindacali ottenere importanti vittorie in materia, e lo stesso si sta facendo in Gran Bretagna su stimolo del Trades Union Congress.

L’ostacolo trovato finora, però, è quello di riuscire a garantire il diritto alla disconnessione mantenendo al contempo la nuova flessibilità. Disconnettere il server di posta aziendale dopo una certa ora è una misura dettata da buone intenzioni ma che non scalfisce minimamente il problema. Quello che la proposta al Parlamento Europeo vuole ottenere è fissare dei requisiti minimi per tutelare i lavoratori all’interno di un quadro che consenta flessibilità di modi e orari, livellando il campo da gioco sia per chi torna in ufficio che per chi proseguirà con il lavoro smart o da remoto. E insieme al diritto alla disconnessione vuole introdurre anche una serie di regole che stabiliscano una volta per tutte fornitura, utilizzo e responsabilità delle attrezzature, nonché sgravi e vantaggi per tutti quei lavoratori che utilizzano le proprie utenze (elettricità e connessione internet in primis) per garantire il lavoro che prima della pandemia svolgevano in ufficio.

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