Il dispositivo che rileva quel che ti dice la voce interiore

[MIT Media Lab]

Lo ammettono in molti: “Sì, parlo da solo”. Ed è del tutto normale, perché esprimere in parole udibili un pensiero aiuta a renderlo ordinato. Nella nostra mente, infatti, il flusso è veloce e frammentato, e procede più per immagini o blocchi che per parole messe insieme con un criterio.

E però quel pensiero c’è, è continuo, ci fa ragionare analizzare i pro e i contro di una questione, ci fa giudicare bene o male persone e situazioni che ci si presentano davanti, ci fa prendere decisioni. Insomma, ci parla. E’ la nostra voce interiore. Che ora, potrebbe diventare udibile a tutti.

Il merito - ma è realmente tale? - è di Arnav Kapur, inventore indiano (è il padre di una tecnologia audio che narra il mondo ai i non vedenti) che ha messo a punto Alter Ego (nella foto, indossato dallo stesso Kapur). Si chiama così, infatti, il sistema di sistema di sensori che rilevano i minuscoli segnali neuromuscolari inviati dal cervello alle corde vocali e ai muscoli che muovono la gola e la lingua tutte le volte che pensiamo di parlare, ma poi tacciamo. I segnali sono alimentati da un’intelligenza artificiale che riesce a leggerli e poi a trasformarli in parole. Queste diventano udibili grazie a un microfono che ne emette i suoni utilizzando come cassa di risonanza le ossa del cranio e dell’orecchio.

Se dal punto di vista tecnologico Alter Ego è certamente affascinante, da un punto di vista etico sorgono questioni di non poco conto. E cioè: quanto siamo “proprietari” dei nostri pensieri? Anche il lato più intimo, quello che conosciamo solo noi, diventerebbe così di dominio pubblico, azzerando l’essenza stessa del diritto alla privacy.

L’invenzione di Kapur trova ambiti di applicazione in cui si rivela decisamente utile: si pensi alla possibilità di dare voce a chi è muto, che così potrebbe parlare anche con chi non conosce il relativo alfabeto (la Lingua dei Segni). Ma gli effetti collaterali potrebbero essere ben peggiori dei suoi benefici.