Il falso Enrico Caruso

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Due filmati con Enrico Caruso che canta
Due filmati con Enrico Caruso che canta

Il 2 agosto celebriamo Enrico Caruso, a 100 anni dalla sua scomparsa. Ma evitiamo di intenerirci ascoltando la Torna a Surriento attribuita a lui e pubblicata su YouTube con milioni di visualizzazioni. Perché quella non è la voce di Caruso. È la voce di Beniamino Gigli.

Caruso infatti non interpretò mai la splendida canzone scritta dai fratelli Ernesto e Giambattista De Curtis.

Torna a Surriento non è certo il falso più sfacciato che lo riguarda. Ce n’è uno che circola da 111 anni. Ecco la storia.

Il “tenore dei tenori” nel 1910 fu denunciato per plagio in Inghilterra. Non per un brano musicale bensì per un manuale di tecnica di canto: involontario protagonista di una lite tra editori londinesi che rivendicavano la proprietà del libro How to Sing pubblicato con la sua firma nel 1910, Caruso dovette a sua volta rispondere con una querela per chiamarsi fuori dalla vertenza.

A diffondere la notizia in Italia fu nel luglio del 1914 il Corriere della sera. L’artista inviò immediatamente al direttore del quotidiano Luigi Albertini questo telegramma:

«Leggo nel vostro autorevole giornale in data 18 luglio 1914, edizione del mattino, rubrica ‘Corriere teatrale’, una corrispondenza da Londra, in data 17 luglio, notte, dal titolo ‘Un procedimento per plagio contro il tenore Caruso’. Tengo formalmente a dichiarare che la paternità del libro in questione, intitolato Come si canta, non mi appartiene, non avendo mai scritto lavori del genere. Vedo in questo oggetto di réclame e di speculazione che, mentre procura profitto ad altri, reca a me grave danno morale. Oggi protesto a mezzo del vostro accreditato giornale contro questo sistema di approfittare del mio nome, riservandomi di procedere in Inghilterra contro coloro che mi fanno autore di cose mai pensate e mai dette e che producono, con le loro pubblicazioni, in me dolorose impressioni e forti patemi d’animo. Prego la vostra ben nota cortesia a voler dare pubblicità di quanto sopra. Ringrazio anticipatamente. Firmato: Enrico Caruso».

Al testo del telegramma fu dato ampio risalto il 19 luglio nella terza pagina del Corriere della sera.

La vicenda in realtà non si è mai definitivamente chiusa. Il libro How to Sing è ancora oggi attribuito alla penna di Enrico Caruso ed è liberamente in vendita sul web, descritto come ristampa di 61 pagine del 1973 a cura di Opera Box in cui è citato quale fonte un manoscritto originale proveniente dall’Università del Michigan. La conferma che certe contraffazioni hanno resistenza secolare.

Il libro
Il libro

La voce di tutte le mafie

Enrico Caruso d’altronde è stato l’artista italiano più sfruttato da Cosa Nostra. La sua voce, la sua straordinaria popolarità negli Stati Uniti, il suo repertorio leggero, hanno fatto di lui un veicolo eccezionale di affari per la criminalità organizzata.

Quando nel 1903 la sua stella cominciò a brillare anche al Teatro Metropolitan di New York, alimentando una dedizione da parte dei melomani statunitensi ancora oggi diffusa, in un primo momento la malvivenza di origine italiana che all’epoca animava un’organizzazione chiamata Mano Nera – destinata a confluire nel giro di pochi anni in Cosa Nostra – cercò di approfittare del connazionale famoso nel più spregevole dei modi.

I due boss della Mano Nera newyorkese erano nativi di Corleone, Giuseppe “Joe” Morello e Ignazio Lupo, il primo specializzato nella falsificazione dei dollari, il secondo con una qualifica più brutale: sospettato di 60 omicidi. Morello e Lupo erano i timonieri della comunità di Little Italy, implacabili nell’estorcere il pizzo ai commercianti e la pretesa di essere considerati dei capipopolo, con Ignazio Lupo persino responsabile della tradizionale Lotteria Italia.

Le foto segnaletiche di Giuseppe “Joe” Morello – a sinistra – e Ignazio Lupo (Photo: Archivio Bovi)
Le foto segnaletiche di Giuseppe “Joe” Morello – a sinistra – e Ignazio Lupo (Photo: Archivio Bovi)

La Mano Nera impose a Caruso il pagamento di duemila dollari minacciandolo di morte. Il cantante stava per pagare quando sopraggiunse una seconda richiesta: 15 mila dollari. Caruso capì che stava avventurandosi in una spirale perversa e decise di affidarsi a un altro italiano, uno perbene: il sergente di polizia Joe Petrosino. Gli scagnozzi della Mano Nera finirono agli arresti e i due boss Morello e Lupo entrarono nel mirino dei servizi segreti che nell’arco di qualche anno riuscirono a incastrarli e spedirli al carcere duro.

Un’esperienza che non sembrò provocare traumi in Caruso, che poco tempo dopo accordò la sua amicizia al capomafia di Chicago, Giacomo “Big Jim” Colosimo. Certo costui era un altro tipo di criminale, niente a che spartire con gli zotici Morello e Lupo: Colosimo si occupava di gioco d’azzardo e avviava bordelli di lusso, gestiva bar eleganti e ristoranti alla moda. E adorava la musica operistica. A frequentare i suoi locali era il fior fiore della lirica italiana: Amelita Galli Curci soprano milanese, Luisa Tetrazzini soprano fiorentina, Cleofante Campanini direttore d’orchestra parmigiano e appunto il divo Caruso, tenore napoletano.

Il gangster Giacomo “Big” Colosimo con la mosglie, l’attrice Dale Winter (Photo: Archivio Bovi)
Il gangster Giacomo “Big” Colosimo con la mosglie, l’attrice Dale Winter (Photo: Archivio Bovi)

Quegli artisti amati dai gangster

Con Colosimo ebbe sviluppo un nuovo metodo di gestire le comunità italiane d’America, non più fondato su sopruso e soggezione: Cosa Nostra sembrava prendersi cura dell’immagine della confraternita di immigrati, giocando molto sulla nostalgia incrementata in particolare attraverso la canzone, il repertorio italiano e soprattutto partenopeo. Si rafforzò negli anni Venti la consuetudine di invitare artisti italiani per lunghe tournée nelle città statunitensi che ospitavano le più nutrite comunità tricolori. Commedianti e cantanti come Farfariello e Gilda Mignonette divennero icone degli italiani d’America, con la palese sponsorizzazione di Cosa Nostra. Proprio Gilda Mignonette, definita la “regina degli emigranti”, fu addirittura oggetto di un severo provvedimento dell’FBI che dal 1941 le impedì di incidere dischi sul territorio statunitense perché ritenuti canali surrettizi di messaggi sovversivi. Per Cosa Nostra – da Chicago a New York, da Kansas City a Philadelphia, da Pittsburgh a Cleveland – la canzone era diventata lo strumento più efficace di aggregazione sociale.

E fu proprio Enrico Caruso, pioniere della discografia, a essere il motore di tale attività dai primi decenni del secolo scorso, fungendo da formidabile cassa di risonanza del catalogo musicale partenopeo, gestito oltreoceano da Cosa Nostra. Gli immigrati italiani avevano bisogno delle loro canzoni e Cosa Nostra s’impossessò del magnifico repertorio napoletano, creò le proprie case editrici che ricompilavano i bollettini dei brani resi celebri nelle Americhe dai dischi di Caruso accreditando spesso nuovi autori legati all’organizzazione criminale: in questo modo i profitti delle incisioni e delle esecuzioni pubbliche restavano alla mafia americana con poche briciole o senza alcun riconoscimento per i compositori originari.

La denuncia del presidente della Siae

Cosa Nostra pubblicava spartiti e gestiva spettacoli ed edizioni in due negozi di Mulberry Street, la via d’accesso al quartiere newyorkese di Little Italy. I mafiosi controllavano la Società Libraria Italiana che a sua volta era la depositaria dei diritti d’autore italiani in USA col nome di Italian Book Company. Tale società si occupava di registrare le opere presso l’Ufficio del Copyright di Washington per conto dei maggiori editori italiani, da Bideri a Bixio, da La Canzonetta alla Casa E.A. Mario. Ma i numeri non sono stati mai trasparenti né soddisfacenti.

“È una problematica nata in quell’epoca ma che si è trascinata fino ai giorni nostri coinvolgendo l’intera produzione musicale italiana. – racconta l’avvocato Giorgio Assumma, che è stato presidente della Siae dal 2005 al 2010 – Proprio negli anni in cui ero a capo della società degli autori chiesi all’ambasciatore degli Stati Uniti di intervenire. Qualcosa si mosse: poco di significativo, nulla di definitivo”.

L’avvocato Giorgio Assumma, presidente della Siae dal 2005 al 2010 (Photo: Archivio Bovi)
L’avvocato Giorgio Assumma, presidente della Siae dal 2005 al 2010 (Photo: Archivio Bovi)

La metamorfosi dei classici napoletani

Se il repertorio lirico di Caruso era inattaccabile – risultava impossibile anche per Cosa Nostra accreditare La donna è mobile del Rigoletto a un “Joseph Green” scovato a Manhattan – i classici napoletani resi popolari in America dai suoi dischi sono stati progressivamente plagiati, contraffatti, manipolati nei crediti in maniera spudorata. A cominciare da ’O sole mio.

La canzone depositata nel 1898 dal compositore Eduardo Di Capua con il poeta Giovanni Capurro divenne grazie all’esecuzione discografica di Enrico Caruso del febbraio del 1916 l’inno dell’Italia nel mondo. Per poi subire una lunga serie di trasformazioni nei crediti a partire dalla fine degli anni Quaranta, quando a governare Cosa Nostra e la comunità italiana d’America con le sue iniziative musicali erano Frank Costello con i luogotenenti Vito Genovese, Lucky Luciano, Joe Adonis, tutti gangster con la passionaccia per le canzoni. Erano tuttavia anni in cui l’organizzazione criminale doveva far fronte a un severo giro di vite disposto dalle autorità di polizia e dai servizi di sicurezza americani nei confronti delle famiglie mafiose.

l gangster Joe Adonis con la moglie Gina nel 1971 in soggiorno obbligato a Serra de’ Conti, Ancona (Photo: Archivio Matteucci Bovi)
l gangster Joe Adonis con la moglie Gina nel 1971 in soggiorno obbligato a Serra de’ Conti, Ancona (Photo: Archivio Matteucci Bovi)

Per non dare nell’occhio l’operazione discografica ’O sole mio fu affidata ad addetti ai lavori caratterizzati da un’eccellente reputazione nel giro musicale di Broadway che subivano tuttavia il controllo del cosiddetto “sindacato ebraico”, organizzazione criminale governata da Meyer Lansky e da Bugsy Siegel, due banditi legati a doppio filo con Lucky Luciano e Joe Adonis. Il brano napoletano fu tradotto There’s No Tomorrow, firmato da Al Hoffman, un compositore di origine russa che figurò anche come editore, assieme all’arrangiatore Leon Carr e al paroliere Leo Corday. Nessun cenno ai veri autori italiani. Fiduciario del sindacato era anche l’interprete, l’attore Tony Martin, all’anagrafe Alvin Morris. Il disco fu pubblicato dalla Rca Victor nel 1949 e ottenne immediatamente un riscontro trionfale. There’s No Tomorrow finì anni dopo anche nei repertori di due illustri esecutori italoamericani, Dean Martin, partner preferito di Frank Sinatra, e Al Martino che ebbe rapporti altalenanti con Cosa Nostra, tra l’idillio e la burrasca, un legame che comunque promosse la sua immagine cinematografica di artista fiduciario della mafia: fu affidato a lui il ruolo di Johnny Fontane, il cantante protetto dai Corleone, ispirato a Frank Sinatra, ne Il Padrino parte prima e Il Padrino parte terza.

Il retro copertina dell’album di Al Martino. L’ultimo titolo è
Il retro copertina dell’album di Al Martino. L’ultimo titolo è

La Danza del film Il Padrino

Un altro cavallo di battaglia di Caruso, La Danza - Tarantella Napolitana, fu oggetto di plagio e tramutato in una canzone che riscosse la stessa popolarità e addirittura maggior successo discografico dell’originaria. La Danza – Tarantella Napolitana era stata pubblicata nel 1835 con la musica di Gioacchino Rossini abbinata al componimento del poeta Carlo Pepoli: quell’aria resa celebre dall’incisione di Caruso del 1912 e quelle parole ‘Già la luna è in mezzo al mare, mamma mia, si salterà’ divennero nel 1927 per la Italian Book Company di New York C’è la luna mezzo mare, filastrocca firmata dal marinaio siciliano Paolo Citorello, incisa per mezzo secolo con titoli diversi (Oh! Ma-Ma!,Lazy Mary, Zooma zooma, Mi vogghiu maritari) da artisti italoamericani celebri come Dean Martin, Louis Prima, Lou Monte, con milioni di dischi venduti per ogni versione e il sigillo distintivo della comunità tricolore negli States: è la canzone della festa nuziale in apertura del film “Il Padrino” diretto da Francis Ford Coppola nel 1972.

Foto segnaletiche di Al Capone (Photo: Archivio Bovi)
Foto segnaletiche di Al Capone (Photo: Archivio Bovi)

Al Capone era un acceso estimatore di Enrico Caruso e si vantava di averlo conosciuto personalmente qualche anno prima di diventare il “pericolo pubblico n. 1” di Chicago, quando era ancora un giovane gregario di Giacomo “Big Jim” Colosimo, il padrino che poi venne fatto assassinare proprio da Al Capone. Nel 1928 Joe Glaser, produttore artistico e socio di Al Capone nel racket della prostituzione, convinse Louis Armstrong di cui divenne in seguito il manager a incidere il brano più struggente della storia del blues: St. James Infirmary. La canzone fu inizialmente accreditata a Don Redman, arrangiatore di Armstrong, per passare successivamente nel repertorio di Irving Mills, produttore discografico newyorkese amico di Glaser e manager di Duke Ellington. St. James Infirmary era influenzata da una delle arie preferite da Al Capone (“Si commuoveva ogni volta che la ascoltava” raccontò il gangster Joe Adonis): Tre giorni son che Nina, incisa nove anni prima da Enrico Caruso che l’aveva scovata in una partitura di musica barocca. Somiglianti non solo nell’armonia: entrambi i testi fanno riferimento a malattia e morte di una persona amata.

Nessuno mi può giudicare

La storia tuttavia insegna che non è necessario essere “uomini d’onore” italoamericani per ispirarsi ai brani leggeri divulgati nel mondo da Enrico Caruso. Nel 1966 la canzone che lanciò Caterina Caselli, da allora icona del beat italiano e poi imprenditrice discografica di successo e madre di Filippo Sugar, che è stato peraltro presidente della SIAE, nasceva da Fenesta ca lucive, aria composta nel 1842 da Vincenzo Bellini e resa immortale dall’incisione di Enrico Caruso del 1913. A confessarlo è stato Lorenzo Pilat, triestino, il più giovane del trio autoriale Pace-Panzeri-Pilat sempre ai vertici della hit parade tra gli anni Sessanta e Settanta. “Ero affascinato da quel disco del grande Caruso. Velocizzammo la frase musicale dell’attacco e cambiammo il testo: così ‘Fenesta che lucive e mo nun luce’, divenne ‘Nessuno mi può giudicare nemmeno tu’. E vendemmo qualche milione di dischi”. Anche senza Cosa Nostra.

Caruso di Lucio Dalla: patto tra galantuomini

Caruso è stato addirittura ispiratore di se stesso, ovvero di Caruso, la canzone scritta e incisa da Lucio Dalla nel 1986. Nella discografia del grande tenore non compare Dicitencello vuje, eppure Dalla volle corredare il suo brano con quella suggestiva citazione: il ritornello “Te voglio bene assaje / Ma tanto tanto bene sai./ È una catena ormai / che scioglie il sangue dint’ ’e ’vvene sai”.

Il rischio di una denuncia per plagio era alto, così l’ufficio legale della Bmg si mise in moto affidando la questione a un dirigente storico della Rca Italiana, l’avvocato-musicista Ettore Zeppegno.

“L’editore di Dicitencello vuje era Luciano Villevieille Bideri – racconta Zeppegno – Lo incontrammo e gli facemmo ascoltare la canzone di Dalla. Rispose che per lui era una citazione gradita perché poteva suscitare l’interesse delle nuove generazioni verso quel classico della musica napoletana. Non ci rilasciò alcuna liberatoria scritta. Caruso riscosse un successo straordinario ma nessuno mai avanzò diritti per quel ritornello d’altri tempi. La parola di Villevieille Bideri contava più di qualsiasi documento autografo”. Un uomo d’onore autentico. Come Enrico Caruso.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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